Una corretta analisi del lavoro povero che dimentica le cause e le responsabilità della miseria contrattuale e salariale
di Federico Giusti
Quasi due milioni e mezzo di lavoratori italiani guadagnano meno di 9,5 euro l’ora ma il loro effettivo numero è decisamente maggiore se pensiamo che, in questa analisi dell’Ufficio economico della Cgil, sono esclusi i lavoratori agricoli e quelli domestici.
I numeri, ricavati da dati Inps, sono impietosi, ci parlano di un Paese con oltre sei milioni e mezzo di lavoratori che a fine mese portano a casa una cifra irrisoria, attorno ai 1.000 euro, poco sopra la soglia di povertà.
Tra le principali cause del lavoro povero in Italia non ci sono solo i bassi salari orari, il diffondersi del precariato e del part-time incolpevole, i tanti posti di lavoro offerti nelle mansioni meno qualificate e retribuite specie negli appalti e nei subappalti. Siamo il Paese che investe poco nella formazione del personale, l’ascensore sociale è fermo e chi ha meno retribuzione è condannato a lavori di bassa qualifica e retribuzioni da fame. Fin qui nulla di nuovo. Ma quanto, al contrario, non riporta l’ufficio economia della Cgil è una corretta spiegazione su come siamo arrivati a questo punto.
La povertà dei salariati è una eredità dei tragici 40 anni neoliberisti
Non basta avere un regolare contratto per conquistare una vita dignitosa, se si lavora in qualche cooperativa o negli appalti, se siamo costretti al part-time ci sono buone probabilità di non arrivare a fine mese. Si è poveri pur lavorando per salari da fame e con contratti sfavorevoli raggiungendo una retribuzione pari o inferiore al 60% della media nazionale, il fenomeno si sta diffondendo nei Paesi Ue ma la situazione italiana, in virtù di 40 anni, nei quali la perdita del potere di acquisto è stata incessante, è forse la più drammatica tra gli Stati del vecchio continente.
Anche la Cgil, alla vigilia del Referendum (disertato), prendeva atto della situazione ammettendo (tardivamente) che, tra le cause della povertà salariale, andava registrata l’assenza del salario minimo ma dimenticava, al contempo, i tanti contratti nazionali (inclusi molti di quelli siglati dalla ‘triplice’) costruiti ad arte per ridurre il costo del lavoro, portare al deterioramento delle condizioni di vita negli appalti e nei subappalti, favorire il ricorso strutturale al part-time – risultato anche del fuoco incrociato (associazioni datoriali e sindacati rappresentativi) contro il decreto dignità.
E a queste elementari considerazioni bisogna aggiungere il sistema con il quale sono calcolati gli aumenti contrattuali, quel codice Ipca imposto dalla Ue ma solertemente voluto dai sindacati in nome della lotta all’inflazione fino alle dinamiche, perdenti, della contrattazione di secondo livello ove i datori conquistano deroghe peggiorative rispetto ai contratti nazionali e conquistano sgravi fiscali senza investire in occupazione parte dei soldi risparmiati.
Le vere cause della povertà dei salariati
Se non rimosse, queste cause, sono posizionate in secondo piano dalle ricerche sul lavoro dalla Cgil che si sofferma invece “sulle cause strutturali a determinare, evidenziando in particolare quelle legate alla tipologia contrattuale, al tempo di lavoro, all’inquadramento professionale, alla dimensione d’impresa, al livello di istruzione e di competenze e, infine, al territorio”.
Prima di ogni ulteriore analisi e considerazione, ogni organizzazione sindacale dovrebbe evidenziare i limiti della dinamica salariale, dal sistema di contrattazione all’abbassarsi progressivo della retribuzione oraria, dal ricorso strutturale al part-time alla riduzione effettiva delle ore lavorate, dagli incentivi per ritardare la pensione all’innalzamento della stessa età pensionabile, dai contratti siglati al di sotto del costo della vita fino all’erosione del potere contrattuale per impedire rivendicazioni forti e miglioramenti effettivi.
E, quindi, tra le cause principali della povertà salariale dovremmo individuare il continuo ricorso al tempo parziale, la precarietà contrattuale e la discontinuità lavorativa, prendere atto che Enti bilaterali, organismi paritetici, previdenza e sanità integrativa sono altre trappole mortali dalle quali prendere definitivamente commiato. Ma operando queste scelte dirompenti la Cgil rimarrebbe il primo sindacato nel Paese, riuscirebbe a resistere davanti a una svolta conflittuale che ne muterebbe in sostanza il dna?
Per essere espliciti la Cgil è disposta a ridimensionare quel sistema economico che ruota attorno a Caf, patronati, fondi pensioni integrative, sanità private – cresciuto esponenzialmente da 30 anni a questa parte e che è causa della involuzione sindacale?
La miseria contrattuale è anche il risultato dei contratti nazionali siglati ben al di sotto di un ipotetico salario minimo: parliamo di contratti siglati proprio in questi mesi che condannano a paghe da fame decine di migliaia di lavoratori.
E che dire poi della giusta critica ai contratti part-time quando per anni Cgil Cisl Uil si sono accaniti, insieme ai datori, contro ogni limite imposto a contratti a tempo determinato? Forse un po’ di sana autocritica non guasterebbe.
Gli stipendi bassi sono il risultato di politiche errate che hanno costruito contratti nazionali per favorire la riduzione del costo del lavoro e dinamiche contrattuali perdenti come quelle che permettono anni di ritardo nella sottoscrizione dei rinnovi contrattuali in cambio della miseria di 11 euro al mese.
La grande quantità di occupati italiani nelle mansioni meno qualificate ci ricorda che salari infimi, mancata formazione e riqualificazione sono tutt’uno con la bassa scolarizzazione e gli abbandoni della scuola secondaria e dei percorsi universitari. Le professioni intellettuali e scientifiche raggiungono il 22,4% in Europa ma, in Italia, sono solo al 14,3%. I dirigenti nei Paesi dell’Unione Europea sono il 4,1%; in Italia solo l’1,4% – con la differenza che la forbice salariale in Italia tra dirigenti e dipendenti è di gran lunga maggiore di quella comunitaria. Siamo il Paese delle disuguaglianze crescenti ma con i sindacati meno conflittuali in assoluto. E le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, anche di chi si sforza di non guardare la realtà.
venerdì, 5 dicembre 2025
In copertina: Manifestazione, a Pisa, della CGiL a favore dei Referendum del giugno scorso. Piazza semi-vuota (come saranno poi le urne). Foto della Redazione di InTheNet

