Dalla culla alla tomba
di (e traduzione di) Simona Maria Frigerio
“Morire, dormire. /
Dormire, forse sognare. /
Ahi!, qui c’è l’ostacolo, /
perché in quel sonno di morte /
quali sogni possono arrivare, /
quando abbiamo abbandonato /
le nostre spoglie mortali, /
deve farci riflettere”.
Shakespeare e il suo dilemma amletico. Eppure il sonno è qualcosa di talmente connaturato e, allo stesso tempo, snaturato dall’essere umano, che forse il problema sta semplicemente nel recuperarlo.
Sento un bambino piangere in cortile e la nonna ripetere: «Sì, sei stanco, vero? Hai sonno!». I ‘cuccioli umani’ quando piangono sono davvero stanchi o stanchi sono genitori e nonni di perdere tempo ad allattarli, cullarli, cambiarli, con quel sorriso mezzo ebete – ma dovuto, se ci si fregia del titolo di ‘mamma’ o ‘nonna’? E allora ecco che viene in soccorso il salvifico pisolino, il bisogno di sonno, che aumenta quando il frugoletto inizia a gattonare infilandosi in ogni mobiletto che, incautamente, lasci aperto sentendoti in colpa per il resto della vita perché qualcuno si ricorderà sempre quando il marmocchio ha rischiato di bersi la candeggina; o quando ti giri a chiudere la porta e, in un batter d’occhi, si è già arrampicato sulla sedia, facendola cadere a terra e fracassandone lo schienale di legno che aveva resistito dai tempi di Luigi XV! Ma il bisogno del sonnellino ristoratore si fa imperativo categorico quando inizia la sequela dei: «Perché?».
In vent’anni ne ho sentiti alcuni davvero arguti, altri irripetibili, i migliori irricevibili. «Perché nonna tu hai tutte quelle rughe e la signora che balla in tivù, e dici che ha la tua stessa età, sembra giovane come la mamma?». «Perché mamma, ieri pomeriggio quando eri a fare la spesa, papà ha invitato la vicina a dormire con lui?». «Perché mamy, dici che anarchico è una parolaccia e non sai nemmeno dirmi cos’è?». Ma le migliori sono sempre legate alle licenze poetiche, traducasi contraddizioni, di cui abbondano le favole: «Perché Biancaneve fa da serva a quei nani e manco le danno uno stipendio se lavora come la nostra donna delle pulizie?». «Perché Pollicino vuol tornare a casa se i suoi non lo vogliono e la madre è una megera?». «Perché la Bella Addormentata non invecchia come la nonna, che pure lei è sempre a letto?».
Il riposino pomeridiano diventa – o diventava per quelli della mia generazione – un obbligo se all’asilo (oggi, scuola materna). E se non riuscivi a dormire a comando eri un ‘bambino cattivo’, che finiva (come me) in piedi dietro alla lavagna, per un paio di orette… finché non riuscii a far capire agli adulti che all’asilo, a dormire – su quelle brandine polverose, con la puzza di sudore di quaranta bambini e quella di cavolo e ammoniaca che arrivava direttamente dalle cucine – potevano andarci loro, o sentirsi rampognare ab æterno dalle suore perché ero un ‘bambino cattivo’.
Ma poi, per tutti quelli che sopravvivono all’infanzia perché nati nel ‘giardino fiorito’, arriva il tempo della scuola e allora addio dolce dormire, perché se non ti alzi e frettolosamente ti lavi i denti, mentre ti intrufoli il dito in una narice con la tenacia del minatore e ti scaccoli gli occhi cisposi, ecco che sei nuovamente un ‘bambino cattivo’ – ma per la ragione opposta, e il tuo senso della giustizia comincia a vacillare.
“Morire, dormire, forse sognare”: negli anni successivi diventa la meta irraggiungibile perché non ti è concesso di essere in ritardo al lavoro altrimenti sei uno scioperato (anche se poi diventerai, volente o nolente, un esodato); alla messa della domenica pur essendo ateo, ma faceva perbene; al pranzo con tuo padre, che sia mai non si mangi a mezzogiorno in punto; alla partita a calcetto come alla manifestazione del 1° Maggio che devono per forza tenersi di mattina, se no che divertimento sarebbe?; al saggio di tua figlia che inizierà in ritardo, ma tu non devi mancare di arrivare in anticipo per evitare di rispondere alle mamme che si – e ti – chiedono dov’è quella di tua figlia; e al traghetto da Brindisi per le agognate vacanza che, se non fosse stato per tua moglie – ormai ex: e c’era una ragione (c’è sempre una ragione!) – avresti trascorso per intero a letto a dormire, forse sognare, dolcemente poltrire…
Eppure, adesso che muori e ti sarebbe concesso chiudere quegli occhi per sempre, ti assale il dilemma amletico e non sai se preferire il sonno senza sogni; o agognare, nella migliore tradizione, angioletti/cantanti che diminuiscano la noia di un eterno fissare il volto di un dio padre barbuto; o, meglio, le 72 huri che dovrebbero soddisfare i tuoi desideri di beato come il genio della lampada. E d’un tratto ridi alla tua ultima battuta perché adesso, sì, stai morendo di sonno.
Tredicesimo racconto inedito della serie Allegoria della morte.
I precedenti:
venerdì, 14 agosto 2026
In copertina: Immagine di Stephane da Pixabay


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