
Where angels fear to tread*
di Simona Maria Frigerio e Luciano Uggè
Si sente. La si percepisce. Immediatamente. La mano delicata di una donna, Ippolita Di Majo, che firma la co-sceneggiatura.
Si avvertono le vibrazioni, l’emozione trattenuta, l’understatement che imprime un’altra donna, la protagonista Valeria Golino (interprete sensibile e intelligente), circondata da un cast semplicemente perfetto – fuori e dentro Rebibbia.
E poi c’è quell’atmosfera anni 80, i suoi limiti e la libertà di non voler essere a tutti i costi trasgressivi per essere semplicemente se stessi. Sullo sfondo o, meglio, a fare da scenografia realistica una Roma quasi irriconoscibile, lontanissima dalla capitale patinata e fittizia, da cartolina o passe-partout per gli Oscar, de La grande bellezza di Paolo Sorrentino. Qui Roma respira nelle sue periferie, nei quartieri borghesi, nelle piazze assolate, nei bar coi tavolini a cinque centimetri dall’auto che sfrecciava in quello scorcio di tempo che avrebbe per sempre trasformato la fantasia al potere nell’incubo del consumismo egemonico. Una Roma che, come la Napoli del sindaco del Rione Sanità – sempre di Martone – non ti aspetti e, per questo, la senti più vera, più tua, più italiana.
Questo film non è piaciuto particolarmente all’estero – almeno così sembrerebbe dalle recensioni in rete: come se solamente ai francesi o agli statunitensi spetti il palmarès per flashback e flashforward, la frammentazione del vissuto del Narratore, il finale aperto, il non detto, anzi, il less is more. Il suo essere narrativamente disomogeneo non è un vezzo registico è rispetto per Goliarda Sapienza, è un modo per ritrarla stilisticamente anche attraverso quello che è stato il capolavoro, L’Arte della gioia, in cui scriveva: “… memoria … viaggio a ritroso nei boschi sotterranei dei ricordi apparentemente dimenticati, … riportati alla luce, riordinati, liberati da muffe e croste, rivelano mosaici di gemme splendenti per la comprensione della vita propria e degli altri”. Il cinema che oggi va di moda, che riceve ovazioni, al contrario, ripete stancamente forme di intellettualoidi per sgorgare inutili ovvietà da biscottino cinese. Per vincere i premi bisogna mostrare pseudo-critici seduti in terrazze affacciate su suore che, in ginocchio, risalgono scalinate di marmo. All’Italia si chiede di apparire, mai di essere.
Goliarda Sapienza, come questo film autobiografico, è – o meglio, era. In un mondo che avrebbe rifiutato la sua ‘Arte’ della ‘Gioia’, come rifiutò un’Alda Merini. L’intervista di Enzo Biagi, nei titoli di coda, racconta tutto lo squallore democristiano e ipocrita di una Italietta che si permetteva di dubitare della sorellanza tra ex carcerate o donne, ma avrebbe riso con bonomia alle confidenze del collega, Indro Montanelli – quando raccontava della sua sposa bambina definendola “un animaletto docile”, e rifiutando l’accusa di stupro (o pedofilia) dato che la minore aveva solo 12 anni perché “quelle lì”, ovvero le eritree, “erano già donne” (1). Paragone razzista e xenofobo che abbiamo sentito ripetere all’infinito per decenni e se era scusabile nel 1930 non lo era più nel 1970.
Ma Goliarda Sapienza, libera senza essere trasgressiva, ladra di storie come ogni brava scrittrice deve essere, in cerca di autenticità, solidarietà, affetto e amicizia sincera era e resta incomprensibile ai più, come questo film. Perché raccontare il non detto/il non visto e farlo con originalità e delicatezza non è più di moda al tempo di Netflix.
Come per Il sindaco del Rione Sanità (2), non si può, ancora una volta, che plaudire al coraggio e alla maestria registica di Mario Martone.
(1) Si vedano: https://m.dagospia.com/politica/era-animaletto-docile-quando-montanelli-racconto-in-tv-sua-sposa-bambina-239483);
e https://www.bufale.net/precisazioni-indro-montanelli-e-lacquisto-di-una-moglie-12enne-in-abissinia-era-un-bel-animalino/
Forse non a caso l’account YouTube associato all’intervista di Biagi a Montanelli è stato chiuso: https://m.youtube.com/watch?v=iJBW4gFJ3n0
(2) https://www.inthenet.eu/2020/12/25/un-altro-eduardo/
* Where Angels Fear to Tread è un racconto di E. M. Forster. Il titolo proviene da un verso del poema di Alexander Pope, An Essay on Criticism: For fools rush in where angels fear to tread. La traduzione più letterale possibile è: Gli sciocchi (o i folli) si precipitano dove gli angeli temono di camminare (in punta di piedi)
Fuori
regia Mario Martone
soggetto dal romanzo L’università di Rebibbia di Goliarda Sapienza
sceneggiatura Mario Martone e Ippolita Di Majo
produttore Gennaro Formisano
produttore esecutivo Giorgio Magliulo
casa di produzione Rai Cinema, Indigo Film, The Apartment, SRAB Films. Fremantle Media, Le Pacte, Ministero della Cultura, Regione Lazio
montaggio Jacopo Quadri
musiche Valerio Vigliar
scenografia Carmine Guarino
costumi Loredana Buscemi
con Valeria Golino: Goliarda Sapienza, Matilda De Angelis: Roberta, Elodie: Barbara, Corrado Fortuna: Angelo Pellegrino, Stefano Dionisi: Valerio, Antonio Gerardi: Albert, Francesco Gheghi: Giancarlo, Daphne Scoccia: Ottavia, Sylvia De Fanti: Sylvia
Italia, 2025
venerdì, 15 agosto 2025
In copertina: La locandina del film (particolare per ragioni di layout)







