A ognuno i suoi anni
di Simona Maria Frigerio
Alla Tenuta dello Scompiglio, uno tra gli spazi che non ci stancheremo mai di elogiare per la sua proposta culturale – che intreccia appuntamenti musicali, istallazioni e performance di teatro e danza – supportata anche da una riqualificazione ambientale e una valorizzazione del territorio encomiabili, arriva Open Group, un collettivo artistico i cui tre (attuali) membri vivono, oggi, esperienze molto diverse tra loro. Anton Varga lavora a New York, Yuriy Biley si divide tra Wrocław (in Polonia) e Berlino, e Pavlo Kovach milita nell’esercito ucraino e fa base a Lviv (da noi meglio nota come Leopoli).
Allo Scompiglio presentano, dopo essere stati più volte invitati alla Biennale di Venezia, un progetto site-specific intitolato Years. L’installazione (che vorrebbe ricordare una serie di militari ucrainofoni deceduti al fronte tra il 2014 – anno del golpe di piazza Maidan e di inizio della guerra civile – e il 2025) è composta da vari maxi-schermi che mostrano una serie di date in uno stile che va dal flamboyant tipico delle cartoline che si inviano per gli auguri di Buon Anno, a vaghi rimandi alle pietre tombali sulle quali si incidono, effettivamente, le date di nascita e morte del defunto. Gli schermi sono immersi in uno spazio oscuro con un sottofondo che intercala il vocio di bambini, grida sommesse, latrati e, a tratti, una sirena anti-aereo. Tutto molto freddo e asettico (nonostante si sia rimasti a osservare e ascoltare per circa un’ora). Esattamente il contrario dell’intento dichiarato dagli artisti nella loro presentazione dell’opera. Certamente se le lapidi – scolpite per davvero nella pietra – fossero state disseminate sulle colline della Tenuta dello Scompiglio o anche posizionate sulla terra, sparsa all’interno dello Spazio Performatico ed Espositivo, l’effetto sarebbe stato un po’ meno patinato e, magari, più coinvolgente.

Cosa ci trasmette questa installazione?
La storia di ogni Paese è affastellata di date che possono considerarsi pietre miliari e che vanno al di là della singola perdita (per quanto dolorosa per familiari e amici), essendo perdita collettiva di sogni, ideali, speranze. L’Italia è esemplare in questo senso, avendo vissuto sulla propria carne la strategia della tensione, che ha segnato profondamente il nostro senso di comunità e la nostra aspirazione alla libertà e alla democrazia – che pensavamo di aver conquistato in una data altamente simbolica, ovvero il 29 aprile 1945, quando i corpi di Mussolini, Claretta Petacci e altri gerarchi fascisti furono esposti in piazzale Loreto, a Milano, per ordine del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia. Anche il luogo era simbolico, in quanto il 10 agosto 1944, 15 partigiani erano stati fucilati e i loro corpi lì esposti, dai nazifascisti, come monito.
Le date, in Italia, segnano i nostri corpi e la nostra memoria storica e civile. Il 12 dicembre 1969 è l’inizio della strategia della tensione con la madre di tutte le stragi – alla Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana, sempre a Milano. Dove, tre giorni dopo, si registrerà la morte ‘accidentale’ di un anarchico, il ferroviere Giuseppe Pinelli. Esattamente alle 10 e 12 del 28 maggio 1974 esplode l’ordigno che causa la strage in piazza della Loggia a Brescia e fa ancora venire i brividi e le lacrime agli occhi ascoltare, dal palco, la voce disperata del sindacalista anti-fascista, Franco Castrezzati, mentre tenta di arginare il terrore della folla che tutto e tutti avrebbe potuto travolgere: «State fermi! Calma!», urla tra le grida dei manifestanti.
Il 2 novembre 1975 viene ucciso l’intellettuale marxista più scomodo d’Italia, Pier Paolo Pasolini (forse per ciò che accadde a Bescapè il 27 ottobre 1962) e ancora, la mano neofascista si macchiò alle 10.25 di sabato 2 agosto 1980 dell’esplosione dell’ordigno che causò la strage alla stazione Centrale di Bologna. E poi tutti noi, italiani democratici e anti-fascisti, critici verso l’Alleanza Atlantica e la divisione del mondo in blocchi contrapposti, ricordiamo bene il disastro aereo di Ustica avvenuto alle 20.59 del 27 giugno 1980, e i giochi da top gun che causarono il disastro del Cermis del 3 febbraio 1998. Tutti noi italiani conosciamo bene cosa significhi scontrarsi con quel muro di gomma e servilismo nei confronti degli Stati Uniti e della Nato che ci ha sempre impedito di scrivere a chiare lettere la verità giudiziaria laddove abbiamo, spesso e al massimo, potuto intravvedere un barlume di verità storica.
Ogni Paese ha le sue date, che vanno ben al di là del decesso del singolo. I numeri, secondo noi, non sono asettici quando vanno oltre la particolarità del singolo, come accaduto per decenni in Italia, dove l’individualismo è stato messo in secondo piano rispetto a quel movimento che ci rendeva una cosa sola: una marea umana che affermava diritti in base a principi di solidarietà ispirati ai valori marxisti e anti-fascisti. Oggi, al contrario, siamo ricaduti nella trappola nella cronaca nera, inseguendo il femminicidio o il crimine da discoteca di turno, perché abbiamo perso, soprattutto, il senso di appartenenza alla polis.
Al di là di quanto scrivono i tre artisti di Open Group – che riallacciano ogni anno alla morte di un commilitone dell’esercito che difende il regime di Kyiv – ci troviamo di fronte a date che, se per il Governo in carica in Ucraina hanno un senso, ne hanno un altro uguale e contrario per le popolazioni russofone del Donbass. Questa installazione cosa aggiunge o cosa vorrebbe comunicare al visitatore medio italiano, che dei fatti di Donetsk o Lugansk ha una vaga memoria o, semplicemente, si affida alla propaganda di guerra in voga sui media italiani negli ultimi tre anni di conflitto?
Partiamo dal 2014. Per Jeffrey Sachs, come scrive su Il Fatto Quotidiano, nell’Euromaidan, come nella destituzione del Presidente ucraino legittimamente eletto, Viktor Yanukovich, sono stati fortemente coinvolti gli Stati Uniti, il cui “ruolo ben documentato include: il sostegno aperto da parte di alti politici statunitensi ai manifestanti; il finanziamento da parte del governo alle organizzazioni coinvolte nelle proteste di Maidan; la telefonata trapelata di due alti funzionari statunitensi che complottavano per un cambio di regime più di due settimane prima che avvenisse il colpo di Stato; l’impegno Usa con il nuovo governo, compresa la partnership della Cia con i servizi di sicurezza ucraini (Sbu); e l’annuncio, all’inizio di marzo, di un pacchetto di garanzie sui prestiti da 1 miliardo di dollari, nonostante il cambio di governo incostituzionale e la violazione dell’accordo mediato dall’Europa che prevedeva che Yanukovich rimanesse al potere fino alle elezioni alla fine del 2014”.
Su un altro schermo si legge 02.2015. Per il Donbass è la data della battaglia di Debal’ceve che vide la netta vittoria delle Repubbliche secessioniste e la ritirata dell’esercito ucraino dalla città – strategicamente situata nell’oblast’ di Donetsk e che fungeva da crocevia per i collegamenti ferroviari e stradali tra Donetsk e Lugansk. Fu questa schiacciante vittoria a portare Kyiv a più miti consigli siglando gli Accordi di Minsk II che avrebbero garantito “il pieno controllo da parte ucraina del confine di Stato lungo tutta la zona di conflitto”; il “ritiro di tutte le formazioni armate straniere, inclusi i mercenari, e dei veicoli militari” e il “disarmo di tutti i gruppi illegali”; ma impegnavano Kyiv a una “riforma costituzionale attraverso l’entrata in vigore, entro la fine del 2015, della nuova Costituzione” che avrebbe previsto “la decentralizzazione e una legislazione permanente sullo status speciale delle aree autonome delle regioni di Donetsk e Lugansk”. In pratica, Kyiv non ha mai fatto quella Riforma costituzionale, in 7 anni, che avrebbe permesso all’Ucraina di mantenere i propri confini territoriali intatti e garantito alle Repubbliche russofone un’autonomia vicina a quella che noi italiani riconosciamo all’Alto Adige o alla Valle d’Aosta.
Ma esaminiamo ancora un’altra data che per i russofoni e per la Russia ha un significato diverso rispetto a quello che le attribuiscono la Ue e l’Ucraina. Il 2022, precisamente il marzo del 2022. A sole sei settimane dall’inizio dell’Operazione Speciale russa, a Istanbul si stava già firmando un accordo di pace – sabotato, come sappiamo, dall’asse anglo-statunitense. Eppure l’accordo avrebbe garantito la sicurezza della Russia, da una parte, e l’Ucraina sarebbe potuta entrare in Unione Europea (se la UE l’avesse accettata, cosa di cui dubitiamo visto che non rispetta i parametri per accedervi). L’unica condizione era che l’Ucraina non entrasse nella Nato e una serie di potenze mondiali si sarebbero incaricate di garantire la sicurezza di Kyiv, che avrebbe a sua volta accettato di restare neutrale. La Crimea sarebbe rimasta con ogni probabilità russa, visto il referendum plebiscitario del 2014 e l’Ucraina avrebbe conservato la sua continuità territoriale, salvo (forse, ma non lo sappiamo in quanto non si arrivò mai a quel punto) fornire garanzie di autonomia alle Repubbliche a maggioranza russofona – il che era probabile visti i precedenti Accordi di Minsk II.
Di tutto ciò cosa può sapere o capire il visitatore? Schermi che propongono date che non gli appartengono e suoni lontani di una guerra che, se non fosse per l’esplosione del Nord Stream II, le sanzioni che ci hanno privato del gas russo e causato la progressiva (e forse irreversibile) crisi economica (di cui vediamo all’orizzonte le prime manifestazioni con le dislocazioni negli States delle ultime fabbriche europee e gli impegni ad aumentare la spesa militare non solamente per rinfocolare il fronte ucraino fino alla vittoria finale, come proclama Zelensky, o fino all’ultimo uomo, come gli risponde Lavrov), di fatto non ci tocca. Ma forse ci toccherà. Forse presto quelle date faranno parte anche della nostra storia, se proseguiremo sulla strada senza vie d’uscita della Terza guerra mondiale.
La mostra continua:
Tenuta Dello Scompiglio
via di Vorno 67, Vorno (Capannori, Lucca)
fino a domenica, 1° marzo 2026
Yuriy Biley, Pavlo Kovach e Anton Varga (Open Group) presentano:
Years
a cura di Angel Moya Garcia
venerdì, 28 novembre 2025
In copertina e nel pezzo: Open Group, Years (2025), Courtesy Associazione Culturale Dello Scompiglio, foto di Leonardo Morfini

