Siamo stelle danzanti
di Simona Maria Frigerio
Si sente il peso della storia, si avverte il passaggio del tempo quando si entra in questo spazio, a Villa Rospigliosi, dedicato all’arte contemporanea, una forma che – esprimendosi nell’installazione – parrebbe effimera e, al contrario, assume il valore di dare continuità al vissuto – che non è più lineare né lettera morta, bensì granello di senape che, per un attimo, interrompe la ciclicità all’eterno ritorno. E noi, sospesi su questo granello, ci permettiamo di dedicare un tempo immobile al trittico (come sentiamo di definirlo) di Fabrizio Ajello, Niente di grave – nella mostra a cura di Silvia Bottani per ChorAsis.
È l’artista a raccontare come quest’opera, suddivisa in tre ambienti, sia nata sulla scia della perdita del padre, esperienza personale che assume non solamente valenze collettive ma che può leggersi come metafora esistenziale di un’umanità che sta perdendo i propri punti di riferimento.
L’intervento di Ajello si articola in tre spazi contigui. Il primo, illuminato a giorno con pareti nivee come se fossero appena state tirare a calce, è ricoperto di un caos di immagini à la Bosch. La morte non è solamente quella del cavaliere de Il Settimo Sigillo, è anche sporca e porta con sé la conquista, la guerra e la carestia, come nel libro dell’Apocalisse di San Giovanni. Figure oniriche partorite dal dolore si mischiano a rimandi letterari: ci troviamo di fronte a una visione da epopea, come nel Rāmāyana e, proprio di fronte alla morte, non può non campeggiare l’amore – quello di due giovani, come Rama e Sita, sebbene con fattezze occidentali e abbigliati in costumi medievali. Ma le figure si intersecano e sovrappongono, e quando Ajello lascia la sua mano libera di seguire suggestioni archetipiche diventa più fortemente emozionale, più intimo e profondamente sincero.
Da questo lucore abbacinante che, per contrappasso, dà forma al caos oscuro nel quale l’umanità si sta immergendo, si passa a uno spazio più intimo, appena illuminato sebbene in maniera teatrale sì da accompagnare il nostro sguardo verso un’icona, che si ispira alle venerate immagini ortodosse, con un’asciuttezza rara. Non è una delicata Madonna Nera a fissarci ma uno scabro e ieratico volto di Cristo che sul legno non trattato, anzi proprio su quel legno grezzo e povero come il Santo Graal, assume il suo valore di immagine simbolica che non divide bensì unisce i mondi – interiore ed esteriore, cattolico e ortodosso, orientale e occidentale. Di fronte, l’inquietante oggetto della guerra tecnologica a cui è pervenuta la perversità umana – un drone pronto a innalzarsi per spiarci, per ucciderci, ma che resta seminascosto nell’ombra, come nell’ombra agiscono quei poteri forti che fanno scandalo della fede, ammantandosi di valori che servono loro per depredare risorse e inaridire uomini e terre.

E infine eccoci qui, nel terzo atto di uno stationendrama, di fronte a tre fragili scale di legno consunte, appese come Cristo e i ladroni sul Golgota. La figura cristologica torna, ma non è quella del Vangelo di Matteo (10:34-39) : «Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a mettere pace, ma spada. Perché sono venuto a mettere l’uomo contro suo padre, la figlia contro sua madre e la nuora contro sua suocera; e i nemici dell’uomo saranno quelli stessi di casa sua». Questo sarebbe l’inferno nel quale già stiamo languendo. No, questo – come quello dell’icona – è il Cristo di Marco (4,30-32): «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? Esso è come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra». Un’esortazione per ognuno di noi – ateo o credente – ad agire, qui e ora, certi che anche una parola, un piccolo gesto, un’azione che parrebbe insignificante o un contributo che ci fa sentire tutta la nostra limitatezza e impotenza, può dare frutti insperati. Frutti di pace al desco platonico di un dialogo infinito.
E a chiudere il cerchio, prima che la ruota dell’eterno ritorno riprenda il suo ciclo, ecco una piccola opera del padre di Fabrizio Ajello, tratteggiata poco prima della sua morte. Un’opera che ritrae un esterno che pare l’interno, povero, di una casa di campagna. Dentro, fuori, al di là. La perdita si trasforma in ritorno al tutto, che tutti compartecipa e a cui tutti apparteniamo. Nel silenzio di un congedo che, nell’universo, non è che un’altra stella danzante.
La mostra continua:
Villa Rospigliosi
via Firenze, 83 – Prato
fino a sabato, 31 gennaio 2026
(visitabile gratuitamente su appuntamento: cellulare 3487814430; e-mail chorasis.spaziovisione@gmail.com )
ChorAsis – lo Spazio della Visione è lieta di presentare:
Niente di grave
di Fabrizio Ajello
a cura di Silvia Bottani
venerdì, 28 novembre 2025
In copertina e nel pezzo: Foto gentilmente fornite da ChorAsis – lo Spazio della Visione

