La poesia necessaria
di Emilio Nigro
I versi: l’urto dei pulviscoli sulla pelle. Di neve. La sensazione dell’impatto, poi la dissolvenza.
E fiocchi di neve materici, in cartoncino spugnato, nella primissima pagina del volumetto di Mattia Cattaneo, come ad esergo, impressi sui fogli. Tre alberi in linea d’orizzonte, che è anche la fine della terra confusa al cielo, uguali, disposti geometricamente in retta, bianco attorno (di neve) e una strada a curvare. Arrivano per immagini i significati, per segni non immediati. Evitando didascalie e patetismo in cui si può incorrere scivolando, trattandosi di poesia.
Mattia Cattaneo è un punto di riferimento nella poesia contemporanea. Per l’opera di diffusione attuata da anni. Bergamasco, giovanissimo, fuori dalle mode e dalle posizioni – altra malattia del tempo. La sua tensione si traduce in un fraseggiare tirato a corda di liuto, basta un pizzico perché vibrano suoni circolanti e centrifughi.
Versi pindarici, spazianti in un barcollare conseguente al dolore della perdita, al dolore della coscienza, lo sguardo non ingannato dalla vista. Un “tu” a cui il poeta si rivolge personalmente, incauto nel farsi testimonianza collettiva, ignaro nell’accomunare la voce dei popoli. Una preghiera intima, familiare, alla madre venuta a mancare, e l’anima, protetta da un corpo non sempre riconosciuto, torna in utero, torna al seno allattante.
Una poesia di silenzio, elementale (terra, fuochi, acque, aria), suonante la corrispondenza del poeta con l’attorno muto, con l’indicibile, l’interiore scosso dagli eventi improvvisi, violenti, inevitabili.
Echi novecenteschi e romantici nella risonanza autoriale a ripristinare un linguaggio auto-nutriente, e la frammentazione contemporanea a dissolvere il pensiero cristallino, mistificarlo, renderlo formula, vespro.
Ricorrono parole, temi, biancori strazianti in camere d’ospedale e paesaggi attorno innevati, a coprire il sordo e costante soffrire, un tenue conforto ovattato.
Sinestesie delicate, allitterazioni, anafore. Spezzare versi compiuti negli assoli e vociferare la sillabazione armonica, in assenza di metrica, in assenza di dogma.
Inquadrature molteplici, distanziate dalle pause, e una intimità subitaneamente ricreata dalla reciprocità avvertita. Per onestà. L’onestà di liberare l’aria compressa tra sterno e glottide, suonandola per dote, al di là del pensiero estetico. Poesia senza maschera.
La percezione delle cose assunta oltre i contorni concreti, avvertendone la forza semiotica. Tutto tace ma tutto fa voce.
Il ricordo materno stillato in stabat filii. Divenuto plastico, concreto, nelle evocazioni a prendere vita.
Lei
grandina sui vetri
nella cura dell’ora
dove l’odore del risveglio
è lo stento
della prima brina d’ottobre.
L’alternanza melodica del ritmo scandito, la nenia vocale rintracciabile. E alternati paesaggi naturali a geografie intime, come comunicassero e conseguissero.
Camminavo scalzo
mentre la pioggia volava
come fuggitiva senza meta
in qualche crepuscolo
ho gettato la mia terra nuda.
Le tue spine non chiedono
più acqua
come un ciottolo spezzato
l’illusione di vederti.
I significanti da sbirciare, appena nascosti dal sipario stracciato, senza oltraggio di finzione, ma un pudico non dire, contornare la parola di amoroso mistero.
E il buio biancheggia, come attorno di neve.
Che i poeti forse non sanno stare al mondo ma insegnano, involontariamente, a connettere l’io all’infinito, all’attorno senza parole che dice, al senso, al sensibile, al balsamo sulle ferite, ad attutire le urla dello strazio.
Trattengo in me la calda carezza
dello scrivere di notte
e il mondo che s’addormenta
nel sottobosco delle tue mani
un sapore familiare
Il fermento degli alberi
ricordando la tenerezza in esilio
Il pane sbriciolato tra gli amori sfortunati
una sacca di gelo, per tramortire gli inverni.
La poesia risorge dalle morti. Dà memoria del gioco della vita. Un gioco amaro e meraviglioso, per cui il fare insieme minacciato dalle forze avverse si rinfocola all’eufonia del verseggiare. Cattaneo, giovane poeta, predestinato allo sforzo di Sisifo, cantore corale, intercede per noi altri perché l’essere si rappresenti.
Una lettura inevitabile.
venerdì, 23 gennaio 2026
In copertina: Foto reperita in rete relativa al volume di Edizione Architetti delle Parole, 2024

