Introduzione al dibattito con Piergiorgio Ardeni
di Federico Giusti
Presso il Circolo Alberone, nel Quartiere di San Giusto a Pisa, il 31 gennaio si è svolto un incontro pubblico con Pier Giorgio Ardeni, autore di Le classi sociali in Italia oggi, edito da Il Mulino. Un gran ben libro che meriterebbe di essere letto, studiato e discusso in ambito sindacale e politico. Una analisi di classe indispensabile per cogliere le trasformazioni avvenute nel Paese e quelle che arriveranno.
La fine delle classi non è stata solo un’operazione ideologica dettata dal rifiuto del conflitto e della contraddizione tra capitale e lavoro, ma anche il risultato di una lunga campagna ideologica rinnovatasi nel corso del tempo per criminalizzare il conflitto dei subalterni.
Quando si parla di cetomedizzazione, ossia del progressivo indebolimento, in termini numerici, della classe operaia a favore di una classe media rafforzata, incontriamo analisi e teorie assai diverse tra loro, alcune decisamente improponibili. Ad esempio i contributi del Censis, tra la fine degli anni Ottanta e il decennio successivo, nascevano dall’idea (errata) che il futuro della classe operaia fosse rappresentato dall’evoluzione verso un ceto tecnologico. Al contrario, il socialismo (rabbrividiamo a definirlo tale) alla Blair, si prefiggeva un obiettivo diverso e sostanzialmente reazionario, di totale adesione ai precetti neo liberisti.
Molte teorie sociologiche, alcune particolarmente in voga anche in ambito antagonista, hanno disarticolato la tradizionale analisi delle classi sostituendola con un insieme di ceti e sotto ceti non riconducibili al modo di produzione, un po’ come è stato fatto sostituendo la nozione di imperialismo con quella negriana di impero.
L’appartenenza a una classe sociale non va ridotta all’adozione di stili di vita o a identità culturali che giocano, tuttavia, un ruolo importante da sempre – analizzato dai sociologi.
Se parliamo di ceto medio non possiamo che guardare all’aumento delle fasce impiegatizie e tecniche, alle dinamiche proprie della distribuzione del reddito e a tutte le caratteristiche proprie della società dei consumi che hanno modificato i tradizionali stili di vita soprattutto nelle aree urbane e metropolitane. L’equivoco di fondo è stato quello di pensare che un semplice stile di vita diverso dal passato, e riconducibile a una classe sociale superiore, la disponibilità di redditi maggiori e anche l’accrescimento del potere di acquisto salariale (dai primi anni Novanta in erosione), la presenza di un welfare ancora funzionante e costruito in funzione di famiglie monoreddito, determinassero l’inesorabile e definitiva crisi non solo della classe operaia ma della stessa lotta di classe.
A distanza di quasi cinquant’anni il welfare è ridotto ai minimi termini e senza dubbio andrebbe ripensato, con risorse adeguate, in funzione di famiglie nelle quali i genitori sono entrambi al lavoro (magari part-time), il potere di acquisto è in caduta libera anche per dinamiche proprie della contrattazione nazionale costruitasi per affermare l’austerità salariale, gli stili di vita si sono, al contrario, assai diversificati e il riferimento al Paniere Istat risulta inefficace.
La classe operaia non si è trasformata in ceto medio per l’incapacità di acquisire una cultura borghese; la borghesia, a sua volta, ha subito grandi trasformazioni e crisi; alla fine è venuta meno quell’idea di società non riconducibile alle classi sociali ma frutto di svariate stratificazioni. Chi pensava al sogno di una grande classe media dominante oggi dovrà prendere atto di avere sbagliato l’analisi. Nel corso degli anni si sono accentuate, invece, le differenze economiche e salariali (la forbice sociale si è allargata sempre più), gli stili di vita di ricchi e poveri (perdonateci la semplificazione) sono molto più diversificati rispetto al passato.
La precarietà lavorativa e contrattuale è divenuta esistenziale: essere precari con 4 mila euro al mese è ben diverso dalla condizione vissuta con salari da 1.300. La divisione del lavoro ha interessato tanto la classe media quanto quella operaia ma ogni qual volta si fa riferimento alle classi si perde di vista questo dirimente punto di partenza.
Le partite Iva, che oggi beneficiano di sistemi fiscali assai vantaggiosi (e socialmente iniqui) hanno subito, senza generalizzare, un deciso impoverimento in alcune fasce di reddito (il che non autorizza a costruire un sistema di tassazione ad hoc per loro) e, rispetto a quaranta o cinquant’anni fa, sono in condizioni economiche decisamente peggiori. Ma in questo caso, anche le teorie del lavoro autonomo di seconda generazione (intuizione di oltre vent’anni fa) hanno sbagliato analisi guardando essenzialmente all’aspetto sociologico e non produttivo.
La promessa di una società nella quale saremmo divenuti tutti borghesi (e la distinzione tra borghesia e classe media è ben analizzata nel libro di Ardeni) è presto tramontata come anche l’idea che con l’automatizzazione sarebbe scomparsa la classe operaia.
La stessa mobilità sociale è in forte crisi. Se oggi il ceto medio è numericamente maggiore del passato è pur vero che sta vivendo da tempo un progressivo impoverimento con stili di vita identici alla classe più bassa. Molte attività lavorative sono caratterizzate da bassi salari, da contratti sfavorevoli o part-time, e se frequenti un istituto tecnico-professionale molto probabilmente anche i tuoi figli si iscriveranno alla stessa tipologia di scuola, avranno i medesimi consumi e stili di vita: l’ascensore sociale ha decisamente rallentato negli anni neo-liberisti.
Negli US si parla di classe media in termini spesso generici, includendo fasce sociali assai diverse e con redditi disparati e posizioni professionali molteplici. Eventuali equiparazioni tra l’Italia e altri Paesi, ad esempio gli Stati Uniti, non sono lecite per la profonda diversità economica e sociale esistente tra noi e loro. Non solo la classe operaia ma anche il ceto medio, negli anni Novanta, sono entrati in crisi e questa crisi scaturisce dall’economia, dai cambiamenti strutturali, dallo Stato leggero, dall’indebolimento dei corpi intermedi dello Stato, dall’involuzione del welfare, dal crollo del potere di acquisto di salari e pensioni.
Ci fermiamo qui per non svelare altri contenuti pregnanti del libro, ripromettendoci uno sviluppo ulteriore delle tante argomentazioni lette e analizzate. Quello che proveremo a fare, in futuro, è di riportare le categorie di analisi ai nostri territori e comprendere quali siano i processi di cambiamento in atto.
venerdì, 20 febbraio 2026
In copertina: La copertina del libro di Pier Giorgio Ardeni, Le classi sociali in Italia oggi (particolare per ragioni di layout)

