L’incubo della gerarchia sociale secondo J.G. Ballard
di Simona Maria Frigerio
Mai titolo fu più adatto per il periodo di San Valentino, tutto regalini e cuoricini, pantagrueliche cene durante le feste in famiglia e lunghe serate invernali tappati in casa.
High-Rise fu pubblicato in edizione originale nel 1975 ma, nonostante il passare del tempo, rimane uno tra i classici – sulla distopia sociale delle moderne società di massa – più acuti e urticanti della letteratura occidentale.
Nello stesso anno usciva il primo capolavoro cinematografico di David Cronenberg, Shivers (Il demone sotto la pelle), dove gli istinti più profondi dell’essere umano – sesso, violenza e morte – si risvegliavano grazie a un parassita che, infettando tutti gli abitanti di un complesso residenziale per via sessuale, riportava quel microcosmo a una irrazionalità insieme primitiva e liberatoria, a un’orgia collettiva di sperma e sangue. E ricordiamo che il regista canadese porterà, nel 1996, sul grande schermo Crash, tratto da un altro capolavoro di Ballard targato 1973.
Più sottile, ovviamente, il lavoro di cesello psicologico di J.G. Ballard, troppo spesso (come tanti suoi colleghi del fanta/horror statunitense degli anni 50 e 60, o ai giallisti svedesi di epoca recente) relegato nella letteratura di genere. In realtà, il romanzo si può leggere a più livelli in quanto, sotto l’apparenza della distopia fantascientifica, emergono venature di profonda critica sociale, di analisi della psicologia individuale e delle dinamiche di potere, di anti-positivismo, forse persino di pessimismo cosmico.
Ballard, del resto, ha egli stesso vissuto un’adolescenza difficile, a causa dell’internamento per due anni in un campo di prigionia giapponese durante la Seconda guerra mondiale. Riuscirà a rientrare nel Regno Unito, con la famiglia, solo nel 1946. Conosce quindi personalmente le dinamiche che possono svilupparsi nelle cosiddette istituzioni totali – dalle carceri agli ospedali psichiatrici, passando appunto per i campi di prigionia. Ma ciò che racconta con una padronanza della lingua godibile anche in italiano, grazie all’ottima traduzione di Paolo Lagorio, è la metamorfosi comportamentale di gruppi di persone in base all’appartenenza a un preciso status e, di conseguenza, che occupano i piani di un grattacielo, posizionandosi sempre più in alto a mano a mano che salgono nella gerarchia sociale.
Curiosamente, la miccia che dà il via all’implosione di un iperteconologico skyscraper, invidia dell’ingegneria, e la sua trasformazione in un inferno dantesco con gironi diversi a ogni piano, è il venire meno dell’efficienza dello stesso – quasi che la razionalità umana non sia la causa del progresso bensì la sua conseguenza. Nel momento in cui l’essere umano può o deve tornare a procurarsi il cibo con le proprie mani, a vivere con i ritmi del buio e della luce naturali, a contare solo sulla propria forza e l’astuzia dell’istinto per soddisfare qualsiasi bisogno, ecco che riemerge l’animale che il sapiens, di fondo, è e rimane: un primate, uno scimpanzé che può razziare le femmine e praticare il cannibalismo cibandosi dei cuccioli, oltre che dichiarare guerra – come dimostrato da quanto accadde nel Gombe e fu documentato dalla primatologa Jane Goodall a metà degli anni 70 del Novecento.
Forse ancora più urticante è il fatto che il concetto e la pratica della libertà, in questo libro di Ballard, sono messi seriamente in discussione. Nel momento in cui l’umano si libera dalle fatiche del lavoro e dei doveri, e può finalmente esplorare e mostrare la propria essenza più autentica non è allo studio, alla creazione o alla bellezza che si rivolge, non alla compartecipazione, al gesto altruistico o alla comprensione dell’altro da sé, e tanto meno all’assunzione di responsabilità. L’unica libertà di cui pare finalmente rivendicare il diritto è quella “dell’espressione di una psicopatologia”, ovvero di estrinsecare il proprio impulso di morte. Il bambino come l’adulto, liberi finalmente dalle costrizioni sociali e dal timore della punizione, possono mostrare la propria vera natura – che è sempre e comunque ferina.
Ultimo tocco da notare è lo scarto quasi millesimale che Ballard è in grado di suscitare nella psiche e nelle azioni dei suoi personaggi. Non vi sono buoni o cattivi bensì personalità complesse che si evolvono con gradualità e credibilità e, sebbene sia Ballard a raccontare, alla fine si entra talmente nella psiche di alcuni tra gli abitanti del condominio da immedesimarsi quasi nella loro evoluzione, soprattutto nel caso del giovane Wilder e dell’adulto Laing.
Un romanzo conturbante che, oggi come ieri, non solamente appassiona pagina dopo pagina ma apre a interrogativi di difficile soluzione.
Il condominio
di J.G. Ballard
traduzione Paolo Lagorio
Feltrinelli Editore
Universale Economica, 2003
192 pagine
Shivers (Il demone sotto la pelle)
regia, soggetto e sceneggiatura David Cronenberg
fotografia Robert Saad
Montaggio Patrick Dodd
musiche Fred Mollin
Canada, 1975
88 minuti
venerdì, 27 febbraio 2026
In copertina: Un particolare della copertina dell’edizione economica della Feltrinelli, Antonio Sant’Elia, La città nuova, 1914

