I legami economici tra Israele e i Paesi Bassi
di Luciano Uggè (traduzione di Simona Maria Frigerio)
Come è difficile pretendere un teatro civile, di denuncia, urticante quando lo stesso dipende dai fondi pubblici, altrettanto impossibile è ottenere che il tuo Stato sanzioni aziende e Paesi da cui ottiene lauti guadagni.
Dal 1973 SOMO, Centre for Research on Multinational Corporations, indaga in maniera indipendente sulle multinazionali – dichiarando come propria mission quella di ottenere un mondo più sostenibile e il diritto alla giustizia sociale; in breve, un mondo in cui l’interesse pubblico sia più importante dei profitti delle aziende. SOMO, recentemente, ha pubblicato un’interessante inchiesta sui legami economici e finanziari tra i Paesi Bassi e Israele. Ve ne riportiamo alcuni stralci (1).
L’indagine si concentra sugli head office regionali, ospitati ad Amsterdam, di due tra le maggiori società israeliane – il colosso della chimica, ICL, e quello della farmaceutica, Teva – che utilizzerebbero “Compagnie olandesi per immettere miliardi nelle loro operazioni globali”.
ICL ha scelto di stabilire il proprio quartier generale europeo nei Paesi Bassi nel 2014 dopo aver ricevuto dal Governo olandese l’offerta per un trattamento favorevole a livello di tassazione. Va tenuto in conto che Israele detiene, come Stato, parte della quota azionaria di ICL (una specie di Golden Share) al fine di “salvaguardare i propri interessi vitali”.
La seconda azienda di cui si è occupata SOMO è Teva, tra i maggiori produttori farmaceutici di generici a livello mondiale, la quale avrebbe fondato una “rete di compagnie finanziarie e holding nei Paesi Bassi e utilizza società olandesi per incanalare miliardi al fine di finanziare le aziende del gruppo”.
Più oltre leggiamo che: “CL Finance B.V. [holding di ICL, n.d.a.] ha ricevuto 143 milioni di Euro di guadagni in interessi dalle Compagnie del gruppo nel 2024”. Mentre “i Paesi Bassi sono spesso usati dalle multinazionali come ‘nazione ponte’(2) per finanziare prestiti, per l’assenza di trattenute sugli interessi” (su cui torneremo più oltre).
Se è lo Stato di Israele a controllare (grazie a una specie di Golden Share, come scrivevamo) ICL con il 44%; la stessa è la maggiore holding israeliana e il privato che la possiede è il miliardario (sempre israeliano) Idan Ofer. Quest’ultimo ne detiene il capitale azionario attraverso un certo numero di società – tra le quali Ansonia Holdings Singapore B.V., “registrata nei Paesi Bassi ma con una filiale a Singapore”. Nel 2023 gli asset di quest’ultima ammontavano a 2,3 miliardi di dollari.
Me se ICL è un esempio tipico di scatole cinesi per evitare la tassazione nel proprio Paese – anche se poi il principale azionista è lo Stato stesso che, in un certo senso, così depaupera la società israeliana – che rappresenta e governa – di quelle tasse (di sua competenza ma anche di Idan Ofer), che potrebbero essere usate a scopi pubblici (scuole, ospedali, università, infrastrutture, eccetera), Teva lascia ancora più perplessi – in quanto non versa tasse a Israele per il welfare state ma gira direttamente ingenti capitali alle forze armate. Ad esempio, nel 2016, Teva ha supportato l’esercito israeliano con il programma ‘Adotta un Battaglione’. E saremo naïf noi, ma non capiamo come un’azienda che si occupa di farmaci che servono per curare le persone, possa finanziare massacri e bombardamenti indiscriminati.
Teva Pharmaceuticals ha registrato un fatturato di 16,5 miliardi di dollari nel 2024 e detiene il 10% del mercato mondiale dei generici – ecco quindi perché, come chiede BDS, è così importante boicottarla come consumatori optando, in farmacia, per generici di altre marche. Ancor di più, quando si legga la precisa denuncia di SOMO, ossia che “ha supportato l’esercito israeliano per molti anni, incluso durante il genocidio a Gaza. Nel 2024 intervistato su cosa intendesse col termine «the war», il CEO di Teva ha risposto che avrebbe tentato di dare «la prospettiva di e voce a Israele, che è in qualche modo sovrastata dal lavoro dei media». Un certo numero di fondi pensione olandesi ha venduto le proprie azioni di Teva nel 2025 proprio a causa dei legami della società con l’esercito israeliano”.
I Paesi Bassi, “ospitando la sede centrale di Teva, le permettono di usare il Paese come un hub finanziario globale, che controlla una rete di Compagnie finanziarie e holding con miliardi in asset”.
Sempre grazie a SOMO apprendiamo come “Teva usi una Compagnia olandese, Teva Pharmaceuticals Europe B.V., quale sede europea e holding. Quest’ultima possiede le società sussidiarie in US, Germania e UK, tra le altre; oltre a 11,7 miliardi di Euro in asset finanziari e ha registrato un fatturato di 225 milioni di Euro nel 2022”.
Ma non solo. Teva usa un certo numero di ‘società fantasma’ olandesi per emettere obbligazioni miliardarie con cui finanzia le aziende del gruppo, sempre secondo SOMO. Delle tre società ad hoc “ciascuna emette obbligazioni in una valuta differente: Teva Pharmaceutical Finance Netherlands II B.V. (in Euro); Teva Pharmaceutical Finance Netherlands III B.V. (in dollari statunitensi); e Teva Pharmaceutical Finance Netherlands IV B.V. (in franchi svizzeri). Queste società non hanno impiegati e asset finanziari consistenti, motivo per il quale sono definite ‘società fantasma’”.
La Teva Pharmaceutical Finance Netherlands III B.V. in pratica fa da tramite tra gli investitori che acquistano obbligazioni e la sussidiaria della Teva negli Stati Uniti.
Siccome i Paesi Bassi impongono una ritenuta d’acconto solo sul pagamento di interessi in uscita verso società che hanno sede in ‘giurisdizioni non-cooperative’ secondo la UE e/o applicano tassazioni sui profitti inferiori al 9%, come Bermuda e le Bahamas, se la persona o la società che detiene le obbligazioni non ha la residenza o la sede legale in questi Stati, i Paesi Bassi non applicano alcuna ritenuta sugli interessi. In particolare, il Paese che minaccia continuamente l’Europa con nuovi dazi draconiani, ossia gli “US e i Paesi Bassi hanno un trattato che impone lo 0% di tassazione sugli interessi. Quindi, nessuna ritenuta d’acconto è dovuta dalle sussidiarie statunitensi”.
Il che dimostra come nell’Europa del diritto, in cui si è ‘punita’ la Grecia per i suoi conti ‘farlocchi’, va però bene che esistano paradisi fiscali che non solamente depauperano altri Stati delle tasse dovute (in questo caso, la popolazione israeliana), ma esercitano una forma di concorrenza sleale verso i Paesi europei che applicano una tassazione seppur minima sugli interessi. Infine, tutto ciò permette di capire perché sia così difficile in Europa sanzionare Israele per un genocidio che continua da quasi ottant’anni e, sebbene a velocità ridotta, prosegue impunito. Ai consumatori, però, la scelta di dire no a quei prodotti che sostengono l’economia israeliana.

(1) Inchiesta SOMO.
(2) Le nazioni ponte sono Paesi che non applicano tasse sugli interessi e/o con una tassazione molto bassa (9%), usati dalle multinazionali come tramite per spostare i profitti. I Paesi Bassi sono tra i leader mondiali, offrendo regimi fiscali speciali per le holding internazionali
venerdì, 21 agosto 2026
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