Un’analisi approssimativa della Cub di Pisa
di Federico Giusti
L’estate è agli sgoccioli per quanto le temperature siano ancora elevate e decisamente sopra la media stagionale – ma è tempo di bilanci almeno sul fronte lavorativo.
Tra qualche mese avremo i numeri relativi ai contratti a tempo determinato, agli stagionali, al numero effettivo dei part-time o dei full-time.
La piaga del lavoro nero è ancora intatta, incurabile per volontà politica; talvolta, almeno rispetto al passato, troviamo dipendenti al nero per poche ore settimanali, il weekend magari, costretti a farlo da salari inadeguati e insufficienti a vivere. Una sorta di corto circuito tra bassi salari, mancate coperture assicurative e previdenziali, assunzioni regolari solo in parte con ore regolari e altre al nero. E paghe orarie gestite senza riferimenti contrattuali.
Ci racconta M., dipendente, che lavorando 4/5 mesi in estate, raccogliendo olive per un altro mese e con i fine settimana nei catering, riusciva a mantenere una famiglia di 4 persone, con grandi sacrifici ma anche dei periodi di tranquillità per seguire i figli: «Ora non è più così, si guadagna meno, gli orari sono flessibili, i carichi di lavoro massacranti: arrivo a metà ottobre esaurito da 12 ore giornaliere. La retribuzione è per lo più al nero e devo tenermi da parte qualche centinaio di euro da versare alla previdenza integrativa delle Poste se voglio, tra una decennio, andare in pensione senza patire la fame».
Part-time, salari bassi e orari sempre più estesi sono la realtà del lavoro stagionale. Nel frattempo sono sempre più numerosi i cittadini che cercano riparo nei centri commerciali o negli ipermercati solo per avere un adeguato microclima nelle ore più calde – di interventi pubblici in tal senso non si vede l’ombra. Il settore del commercio si va trasformando in terreno di bassi salari e massima flessibilità (e non solo oraria), gli orari di apertura si sono dilatati a dismisura – basti pensare che un ipermercato tiene aperto anche 15 o 16 ore in un giorno a seconda dei marchi e della presenza o meno di un sindacato (solitamente sono almeno 13).
E poi c’è il lavoro povero, il part-time involontario, imposto o suggerito con forti pressioni – per il Corriere della Sera: Il part-time obbligato che penalizza soprattutto gli uomini e i più giovani (nel commercio). L’80% dei lavoratori nel turismo viene assunto part-time; per la Cgil il 40% o quasi del commercio si trova nelle medesime condizioni. E sono ben pochi quei lavoratori che scelgono volontariamente il part-time, la soglia delle 20 ore settimanali in apparenza genera un rapporto di lavoro stabile, nella sostanza alimenta la povertà perché con quei soldi si arriva forse solo a metà mese.
E da qui nascono i secondi o i terzi impieghi (spesso al nero): una sorta di tacito compromesso dei lavoratori che rinunciano a lottare per ampliamenti orari in cambio della disponibilità datoriale ad aggiustare gli orari per consentire il secondo o il terzo impiego. Accade in alcune ditte di pulizie dove le lavoratrici sono state disponibili ad anticipare l’orario di ingresso senza maggiorazione contrattuale, e senza sindacato, e in cambio la ditta (o cooperativa) ha ridefinito gli orari per consentire un altro lavoro.
Sempre quest’estate, allo sportello Cub di Pisa, abbiamo ascoltato storie di contratti part-time regolarizzati corrispondenti alla metà degli orari svolti, retribuzioni al nero pagate 10/11 euro all’ora. Ma sono sempre meno i lavoratori e le lavoratrici che si rivolgono al sindacato e quando lo fanno è perché non hanno ricevuto le spettanze pattuite o il datore di lavoro assume comportamenti prevaricatori – come avvenuto in un pastificio della provincia di Pisa o in un bar del centro. Ci chiedono il silenzio ma vorrebbero conoscere i loro diritti, parlare con l’ufficio legale, acquisire informazioni – salvo poi scomparire. Ci si rivolge al sindacato come a un centro di ascolto, per acquisire qualche informazione e poi avere maggiori strumenti per aprire una sorta di contrattazione individuale.
Una lavoratrice addetta al bar di un Bagno, ad esempio, ci ha raccontato che da 7 anni la sua paga oraria è la stessa: prende gli stessi soldi del 2019 nonostante l’aumento del costo della vita. La differenza sta in una sorta di mancia pari a 50 euro al mese (sotto forma di rimborso della benzina) o in un pasto da consumare con il compagno, gratuitamente, al ristorante del bagno.
L’Istat nel 2024 rilevava oltre 1,25 milioni di lavoratori dipendenti che hanno percepito meno di 9 euro lordi all’ora, mentre la quota dei dipendenti a bassa retribuzione è salita dal 9,8% del 2018 al 10,7%. Intanto gli esercizi commerciali al dettaglio sono diminuiti di quasi il 15%: lo racconta un lavoratore che da 20 anni trascorre i mesi estivi, 16 ore al giorno, a una bancarella che vende di tutto – in prossimità di una spiaggia libera. Ci racconta di essere il solo sopravvissuto di tanti esercizi operanti fino a poco tempo fa.
Perfino i migranti – venditori di vestiti, palloni e parei sulla spiaggia – sono in crisi. Ahmed racconta che in una giornata incassare 25 euro è già tanto: «Per mia fortuna, qualcuno mi offre acqua e un panino a pranzo. Lavoro una giornata sotto il sole per 15 euro, un euro e mezzo all’ora, e alla fine del mese almeno 100 euro dovranno andare alla mia famiglia in Marocco. Se non avessimo la mensa serale della parrocchia saremmo alla fame».
venerdì, 4 settembre 2026
In copertina: Foto di Pexels da Pixabay


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