Tania Candiani e le radici di Radix
di Noemi Neri
Nell’invisibile avviene una parte essenziale dell’esistenza, o almeno è questo ciò che sembrano raccontarci le radici messe a nudo dall’artista messicana Tania Candiani nella mostra Radix, al museo di arte contemporanea IVAM di Valencia. Curata dalla direttrice dell’IVAM Blanca de la Torre e coprodotta con LABoral Centro de Arte y Creación Industrial, dove il progetto approderà nel 2027, l’esposizione, visitabile fino al 20 settembre, trasforma la Galleria 3 del museo in un ecosistema sotterraneo, a metà strada tra osservazione scientifica e immaginazione.
Nata a Città del Messico nel 1974, Candiani lavora da tempo all’incrocio tra arte, scienza e tecnologia, utilizzando installazioni, video, suono e pratiche di ricerca. Radix prosegue un’indagine già sviluppata negli ultimi anni intorno alle dimensioni nascoste della natura e alle relazioni che rendono possibile la vita. Alla Biennale di Helsinki del 2025, con il progetto Subterra, l’artista aveva già rivolto lo sguardo al sottosuolo e alle reti che attraversano il terreno. Il lavoro si articolava in due installazioni complementari: Roots, incentrata sulla vita sotterranea delle piante, utilizzava dodici rizotroni per rendere osservabile la crescita delle radici di specie autoctone. Abyssal spostava invece l’attenzione verso le profondità marine, immaginando attraverso sculture in vetro soffiato possibili forme di vita ispirate agli organismi degli abissi.
Un ecosistema tra arte, scienza e immaginazione

A Valencia questa ricerca assume la forma di un ambiente immersivo in cui elementi naturali, dispositivi di osservazione scientifica e creazioni artistiche convivono nello stesso spazio. Ci sono piante vive e un rizotrone – una struttura trasparente che permette di osservare lo sviluppo delle radici – accanto a sculture in vetro soffiato e forme sospese create dall’artista. Proiezioni audiovisive e una composizione sonora octofonica completano l’installazione. Il percorso mette così in relazione ciò che appartiene all’osservazione della natura con ciò che nasce dall’immaginazione.
Anche l’architettura della sala è parte dell’opera. Lo spazio espositivo è stato modificato secondo una geometria morbida e radiale ispirata alla sezione trasversale di una pianta individuata da Candiani durante le sue ricerche in un libro della Biblioteca del Jardí Botànic di Valencia. Quell’immagine botanica diventa il punto di partenza per concepire un organismo immaginario e, allo stesso tempo, per definire la forma dell’ambiente attraversato dal visitatore.
L’esperienza di Radix passa infatti anche dal modo in cui la mostra viene percepita fisicamente. La sala è immersa nell’oscurità e gli occhi hanno bisogno di qualche istante per abituarsi. La vista è soltanto uno dei canali attraverso i quali si entra nell’opera. Il suono circonda il visitatore, le proiezioni modificano la percezione dello spazio e la disposizione degli elementi invita a cambiare punto di osservazione. L’immersività, in questo caso, non sembra cercare l’effetto spettacolare fine a se stesso, ma serve a spostare l’attenzione verso processi che abitualmente rimangono fuori dalla nostra esperienza diretta.

Tra visibile e invisibile: cosa raccontano le radici
È su questa tensione tra visibile e invisibile che la mostra costruisce una delle sue questioni più interessanti. Attraverso il rizotrone le radici, normalmente nascoste nel terreno, diventano osservabili durante la loro crescita. Portare in superficie ciò che di una pianta siamo abituati a non vedere significa allora interrogarsi non soltanto sulla natura, ma anche sul modo in cui costruiamo ciò che sappiamo di essa.
Il tema emerge con particolare chiarezza nell’antesala della mostra, dove tavole storiche provenienti dall’Universitat de València vengono accostate alle illustrazioni realizzate dall’artista. Documentazione scientifica e invenzione non vengono presentate come categorie contrapposte, ma come modalità diverse di rappresentare e interpretare ciò che ci circonda. Il percorso richiama inoltre saperi tradizionali e indigeni, introducendo una domanda che va oltre la botanica: che cosa riconosciamo come sapere e quali prospettive tendiamo invece a lasciare ai margini?


Da qui Radix si allontana dalla semplice rappresentazione del mondo vegetale. Guardare sotto la superficie significa anche mettere in discussione una prospettiva inevitabilmente umana, abituata a privilegiare ciò che è accessibile ai nostri sensi. Le radici spostano invece l’attenzione verso una dimensione della vita che perlopiù sfugge alla vista.
Durante la presentazione della mostra allI’IVAM, Candiani ha ricordato che le radici «erano qui prima di noi e continueranno a esserci dopo di noi». Il sottosuolo di Radix introduce così anche una diversa percezione del tempo, che supera la scala dell’esistenza individuale e perfino quella della presenza umana. Forse è proprio questo spostamento – dello sguardo, della scala e del punto di vista – a costituire il filo più interessante della mostra: rendere visibile una parte del mondo che normalmente non guardiamo e, attraverso di essa, ricordarci quanto sia parziale la porzione di realtà che siamo abituati a considerare.
venerdì, 28 agosto 2026
In copertina e nel pezzo: Foto scelte dall’Autrice dell’articolo


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