A George Town, l’opulenta dimora dei Baba-Nyonya
di Luciano Uggè
Verde pistacchio, location per foto di famiglia, e forse per il giorno del matrimonio, invasa da cinesi che si travestono come se vivessero ancora ai tempi degli Imperatori e che toccano tutto e si siedono ovunque (compresi suppellettili e mobili tanto fragili quanto antichi), la Pinang Peranakan Mansion vale una visita – se capitate a George Town.
I Peranakan, noti comunemente come Baba-Nyonya, sono i discendenti dei cinesi meridionali che emigrarono, per commercio e affari, a Penang, nella penisola di Malacca e a Singapore tra il XIV° e il XVII° secolo; dove hanno saputo creare una fusion culturale ed estetica tra costumi e tradizioni cinesi, malaisiane e coloniali britanniche, oltre a una ingente fortuna che è oggi tangibile nella collezione di antichità, gioielli e vestiario esposta in questa casa-museo.
La dimora visitabile è stata ricreata per mostrare ai turisti una casa tipica di un ricco Baba, come poteva presentarsi circa un secolo fa.
In esposizione, mille pezzi originali che trovano collocazione in una dimora in stile eclettico, tipica di Penang, edificata alla fine del XIX° secolo. La casa/studio di Chung Keng Quee, milionario e filantropo, noto come innovatore nell’estrazione dello stagno, industriale di successo, proprietario terriero e di banchi dei pegni, è oggi un autentico museo. Pur non essendo lui stesso un Baba, la sua casa a due piani con compluvium e impluvium è un tipico mix delle dimore Baba, che sapevano unire ai pannelli in legno intagliati cinesi il gusto inglese per i pavimenti piastrellati (anche se, al primo piano, sono in legno) e l’uso scozzese del ferro battuto.


In esposizione, una ricchissima collezione di oggetti in oro e pietre preziose, piccolo museo praticamente a sé stante; la zona riservata alle calzature fenminili con la spiegazione e i materiali originali con i quali erano febbricate; la camera con le pipe da oppio e tutta l’attrezzatura necessaria per i consumatori della sostanza per la quale si combatterono ben due guerre tra cinesi e britannici (i primi, volendo impedirne l’uso e, i secondi, per liberalizzarlo in quanto commercio fiorente e fonte di reddito). E ancora, mobili originali, pregiati pannelli in legno dipinti, sedili in ceramica bicolore, collezioni di oggetti in vetro, ctistalli, ceramiche, porcellane e abiti, posizionati però come se appartenessero a una unica, grande famiglia che abbia abitato la dimora per oltre un secolo. Curiosi il certificato di matrimonio con portarotolo e i tanti ritratti fotografici esposti – soprattutto del giorno delle nozze.
Accanto anche il tempio della famiglia con le tipiche maioliche colorate e i tetti spioventi, i portali intarsiati e un fregio tridimensionale dipinto, che scorre sopra i due portoni laterali. Un grazioso giardino e molte lanterne rosse, tra lampadari in cristallo e altri dal gusto arabo, stupiscono per l’orgia eclettista che, in ogni caso, non pare creare effetti studenti, né farsi eccessivamente pesante. Pregevoli, infine, le vetrate dipinte con uccelli e fogliame, che delimitano il compluvium.

La vera curiosità, però, è vedere una sfilza interminabile di cinesi (soprattutto ragazze e signore di mezza età), agghindate come Baba-Nyonya le quali, invece di osservare e fotografare quanto le circonda, passano tutto il tempo in posa a farsi fotigrafare…
venerdì, 28 agosto 2026
In copertina e nel pezzo: Foto della Redazione di InTheNet


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