Le montagne ‘russe’ della propaganda ucraina
di Luciano Uggè
Tra continue richieste di denaro (sostenere l’Ucraina sta costando ai contribuenti europei circa 190 milioni di Euro al giorno), sproloqui bombastici (la nuova offensiva durata 40 giorni è crollata di fronte alla risposta russa che sta decimando i mercantili ucraini nel Mar Nero) e una preoccupazione di facciata per le sorti dei popoli del cosiddetto Terzo Mondo (per gli ucraini soggetti a retate e sbattuti al fronte senza preparazione molta meno), districarsi tra le dichiarazioni del Presidente Zelensky è compito arduo.
Cerchiamo almeno di fare un po’ di chiarezza sull’uso di Starshield e sull’esportazione di cereali in Nord Africa ed Europa.
Lo scorso 8 ottobre, Zelensky dichiarava: «Dateci il controllo dei cieli e Putin tratterà» (Fonte: Ticinoonline). Ovvero, il presidente ucraino chiedeva a Washington di consentire l’utilizzo di Starshield per colpire in profondità il territorio russo. In realtà, tale sistema (che non è sotto il controllo di Elon Musk bensì del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, come ha tenuto a precisare il tycoon il 14 ottobre, dopo le accuse rivoltegli da Kyiv di aver posto limitazioni al suo utilizzo in seguito agli accordi sul gasolio tra Putin e Trump) è stato utilizzato dagli ucraini per anni sì da guidare “i droni più veloci e più minacciosi per la Russia” (da La Repubblica).
Questo non ha cambiato, però, le sorti della guerra – così come la politica Fedorov (proseguita da Zelensky) di attacco alle petroliere, alle raffinerie, ai centri logistici ma soprattutto agli obiettivi civili (compresi i seggi elettorali) in territorio russo. Il Ministero degli Esteri russo, per la precisione, ha appena reso noto che può provare come “gli attacchi ucraini dal 2022 abbiano causato il ferimento di 36.400 civili e, di questi, i morti siano 9.141”. D’altro canto, tra richieste dell’arma che farebbe la differenza e piagnucolii infantili quando il giocattolo non funziona o non è all’altezza delle aspettative, ricordiamo che addirittura il 23 agosto scorso Zelensky annunciava che, con la collaborazione di un imprecisato Paese europeo (la Francia, immaginiamo), stava già testando un sistema di comunicazioni satellitari alternativo a Starshield (Fonte: Il Fatto Quotidiano). Quindi, perché lamentarsi tanto oggi? Di sicuro, la mossa dell’11 ottobre scorso di chiedere 60 giorni di tregua per indire le elezioni in Ucraina (offerta prontamente ritirata il 15 dello stesso mese) poteva essere funzionale soprattutto al raggiungimento di tale obiettivo strategico, visto che i russi hanno tenuto regolari elezioni presidenziali e della Duma (queste ultime sotto una pioggia di droni secondo le compiaciute fonti stampa europee) e, quindi, non si comprende cosa impedisca a Zelensky di fare altrettanto.
Chiudiamo il breve giro di valzer registrando le piccate rimostranze dei Paesi europei che si sentono traditi da Trump, e il rilancio da giocatore affetto da ludopatia (e a rischio bancarotta) di nuove sanzioni alla Russia che sicuramente sortiranno due effetti: ottimi affari per i produttori di armi e pessimi per molti altri settori industriali targati UE.
Dall’affaire Starshield a quello dei cereali
Sarebbe l’Ucraina (come titola Il Foglio) “a dire no all’adesione all’UE senza accesso alla vendita di cereali”: esempio di naïveté tutta ucraina o di propaganda nostrana?
In effetti, la UE continua col gioco del bastone e della carota. Vista la crescente protesta degli agricoltori dei Paesi membri, la Commissione europea sta valutando che, quand’anche si procedesse con l’adesione di un’Ucraina in bancarotta all’Unione, il Paese non potrebbe accedere ai finanziamenti della Politica agricola comune, e alcuni prodotti agricoli sensibili sarebbero esclusi in modo permanente dal mercato unico europeo – per la precisione si tratterebbe di grano, farina, uova, zucchero, pollame, avena, mais, semola e miele. Sempre secondo Il Foglio, il documento della Commissione giustificherebbe tale scelta con “la dimensione, la struttura e gli elevatissimi livelli di produttività del settore agricolo” ucraino. In pratica, attuerebbe la medesima politica protezionistica che impone dazi, ad esempio, sulle vetture elettriche cinesi (più competitive in quanto con un elevato rapporto qualità/prezzo), turlupinando così la popolazione europea e infischiandosene dei proclami green. Ma tornando al Foglio sembrerebbe che la Commissione abbia “offerto spiegazioni ancora più imbarazzanti. Se l’Ucraina dirottasse le sue esportazioni agricole verso il mercato dell’Ue, l’Egitto e altri Paesi del Nord Africa rischierebbero una carestia”. Ovviamente in tutti questi giochi delle tre carte a nessuno viene in mente che, magari, al consumatore europeo non va di ingerire prodotti realizzati con cereali oppure pollame e uova che provengono da zone altamente inquinate dalla guerra in corso. E che, come al tempo del Covax ci sbarazzammo di vaccini scaduti smaltendoli nei Paesi africani, adesso faremmo un passo indietro perché si cibino di pane all’uranio impoverito egiziani o somali (sic!).
Ma ci sono altre considerazioni da fare leggendo il susseguirsi di dichiarazioni di Zelensky che, di fronte al calo delle esportazioni dovuto alla guerra nel Mar Nero (innescata dagli ucraini e deflagrata con conseguenze pesanti anche per la loro stessa flotta commerciale) e alle giravolte europee, ha affermato che è indispensabile che l’Ucraina riprenda a esportare il grano perché, altrimenti, i Paesi più poveri rischierebbero la fame. Tale narrazione umanitaria sarebbe smentita, secondo L’Antidiplomatico, che si basa sui dati del Ministero degli Esteri russo, dal fatto che, nel 2022, quando Kyiv utilizzò la medesima leva per proseguire con i suoi commerci, “la destinazione effettiva del grano esportato grazie all’accordo del Mar Nero” comportò che, dei 32,8 milioni di tonnellate di merci esportate, “26,3 milioni finirono nei Paesi ad alto e medio-alto reddito, compresi quelli dell’Unione Europea. Ai Paesi più poveri toccò meno del 3% delle spedizioni”. E di conseguenza, sulle nostre tavole e nei nostri corpi. In tutto ciò, noi italiani potremmo quasi leggervi la legge del contrappasso: noi che riforniamo armi per inquinare terreni e falde acquifere diventiamo i recipienti dei frutti di quei terreni e degli animali che vi si abbeverano.
Ma, come scrivevamo a inizio articolo, è difficile trovare il bandolo della matassa quando parla Zelensky. Ripudiato dalla Commissione europea come un figliol prodigo quando si tratta di cereali ma, secondo Agenzia Nova, gratificato (già il 17 settembre scorso) da von der Leyen in persona con la promessa di “altri 3,3 miliardi di Euro per l’acquisto di missili e droni”; non capiamo perché si agiti tanto dato che Notizie.it, il 4 aprile, scriveva che lo stesso aveva “riferito di aver parlato con il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, ricevendo la conferma che l’Egitto non” avrebbe “più accettato il grano esportato dalla Russia e proveniente da territori temporaneamente occupati in Ucraina. Questo annuncio, reso pubblico tramite i canali ufficiali del presidente ucraino, introduce una svolta nelle pratiche di acquisto agricole del Paese nord-africano, tradizionalmente tra i maggiori importatori globali di frumento”. Di conseguenza, i mercati alternativi alla UE ci sarebbero – anche se via terra non è altrettanto facile ed economico esportare grandi quantitativi di cereali.
E però, ecco l’ennesimo colpo di scena. Il 18 giugno (Fonte: ITALPRESS) il Ministro egiziano dell’Approvvigionamento e del Commercio Interno, Sherif Farouk, a margine del quinto Forum russo del grano, “incontrando la United Grain Company (OZK) e l’Unione dei produttori ed esportatori di cereali russi”, avrebbe discusso delle “modalità di conclusione di contratti di fornitura a lungo termine di grano russo, al fine di garantire la stabilità delle catene di approvvigionamento strategiche e rafforzare le scorte nazionali di beni essenziali”. Ovviamente siamo certi che la Russia venderà all’Egitto solo il grano prodotto sul territorio della Federazione (tenendo conto che il Donbass ormai è costituzionalmente tale).
Ma in tutto questo bailamme di dichiarazioni roboanti smentite dai fatti e mosse bellicose che gli si ritorcono contro, Zelensky può essere certo di una cosa, al momento, ossia che i cittadini europei continueranno a pagare di tasca propria missili e droni almeno finché il suo popolo vorrà prestarsi a fare da carne da macello per le élite di Bruxelles.
venerdì, 23 ottobre 2026
In copertina: Foto di David Peterson da Pixabay


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