Brevi guerra
di Federico Giusti
Materie prime e metalli rari potrebbero essere la causa delle prossime guerre ma per comprendere la posta in gioco è bene partire dalle fonti, ossia dai summit e dalle dichiarazioni della Nato (1).
Nell’incontro ad Ankara si è discusso dell’avvio di un nuovo progetto multinazionale ad alta visibilità sulle materie prime critiche per la difesa, che vede coinvolti 12 Paesi Nato. Di questo progetto si parla almeno da un anno e mezzo al fine di costruire la catena di approvigionamento per le industrie della difesa che metta a punto il complesso sistema di estrazione, stoccaggio, trasporto e gestione dei minerali critici indispensabili per le industrie civili e, soprattutto, militari.
Nel frattempo l’Uzbekistan ha ampliato i progetti di estrazione e trasformazione in diverse regioni industriali ricche di giacimenti di rame, molibdeno, tungsteno, litio, niobio, tantalio, renio e altri metalli rari.
Se gli US si sono mossi in largo anticipo e in funzione anticinese sapendo che sottrarre il controllo dei minerali critici significherebbe la crisi del competitor asiatico, la Ue si muove a ruota e i Ministeri della difesa parlano di interessi strategici da preservare ogniqualvolta il discorso cade sui metalli rari e sulle catene di approvigionamento. E 4 degli oltre 40 progetti strategici europei fanno riferimento all’Italia (2).
Esiste un piano di azione US e Ue scaricabile dalla rete (3). E un accordo tra Ue e Stati Uniti è stato firmato a fine aprile di quest’anno. Nell’ambito del Piano d’azione, l’Unione Europea e gli US intendono collaborare per esplorare un’ampia gamma di politiche e strumenti commerciali volti a rafforzare l’azione internazionale coordinata. Questi potrebbero includere prezzi minimi adeguati alle frontiere, mercati basati su standard, sussidi per colmare il divario di prezzo e accordi di acquisto. Inoltre, la cooperazione dovrebbe concentrarsi sullo sviluppo di standard comuni per l’estrazione, la lavorazione e il riciclaggio; la promozione degli investimenti; la ricerca e l’innovazione congiunte; le strategie di accumulo delle scorte; e i meccanismi per una risposta rapida alle interruzioni dell’approvvigionamento (4).
Integrazione dell’industria di guerra ucraina nel contesto europeo
Un ottimo articolo pubblicato su IlSole24Ore ci riporta con i piedi per terra e alla realtà: l’industria di guerra ucraina, costruita dalla UE e dagli US (ma anche con l’apporto israeliano) è tra le più moderne e attive e in grande sinergia con il sistema bellico di Bruxelles.
La guerra di posizione ha determinato una veloce evoluzione delle tecnologie militari e anche degli strumenti giudicati indispensabili alla guerra. La presenza di un conflitto armato è sempre più necessaria per testare l’attendibilità dei sistemi di arma.
La storiella secondo la quale gli Stati Uniti avrebbero scaricato alla UE l’onere del sostegno all’Ucraina come risposta al definanziamento della spesa militare nel vecchio continente regge fino a un certo punto: a fiutare l’affare sono state le principali imprese produttrici di armi che hanno creato joint venture in Ucraina dando vita a una composita filiera produttiva che anticipa quanto preconizzato dai Ministri della difesa comunitari – quando parlano di difesa e industria europea comune.
L’aumento delle spese militari nei Paesi della UE non è, quindi, il risultato delle richieste US o, almeno, questa semplicistica spiegazione non permette di raccontare in maniera esaustiva e puntuale la realtà. Tutto è iniziato un decennio fa e innumerevoli decisioni assunte dalla Nato e dai suoi Paesi membri sono conseguenza di decisioni assunte allora e debitamente supportate, corrette e, comunque, alimentate da tutte le successive iniziative intraprese a partire dagli scenari di guerra costruiti a tavolino, e dalle cosiddette minacce ibride che hanno alimentato innovazioni e tecnologie in alcuni campi.
Oltre 10 anni fa gli Stati Uniti giudicarono strategico l’asse Indo-Pacifico iniziando, in funzione anti-cinese, a incoraggiare l’aumento della spesa militare in Paesi come Giappone, Corea del Sud e Australia. Di conseguenza si sono, almeno in parte, disimpegnati dall’Europa, sapendo che in ogni caso la UE avrebbe impiegato anni prima di acquisire autonomia dalle tecnologie militari statunitensi. Insomma, avrebbero speso meno per la difesa in Europa legando, al contempo, il riarmo europeo alla tecnologia e alla produzione statunitensi.
E non stupisca la velocità con la quale, in meno di due anni, l’Unione Europea ha predisposto interventi, cambiamenti e nuove strategie per dotarsi non solo di una politica industriale bellica ma anche di un impianto finanziario, normativo e legislativo adeguato all’economia di guerra. In quest’ottica vanno lette le deroghe ai tetti di spesa, i prestiti e i Regolamenti comunitari dai quali scaturiscono miliardi in sovvenzioni a fondo perduto all’Ucraina e prestiti straordinari – per grandezza – di varia natura.
Un fiume di denaro è stato indirizzato verso l’Ucraina e parte di queste risorse – finalizzate a costruire il sistema di guerra – sono finite nelle tasche di importanti aziende europee. Inoltre, per evitare la trappola del debito (che, però, ci sarà e ammonterà a 90 miliardi in 2 anni, come da documenti ufficiali della Commissione Europea, 5), le risorse destinate all’Ucraina sono in piccola parte il frutto della capitalizzazione delle rendite nette straordinarie generate dai 210 miliardi di Euro di asset sovrani della Banca Centrale Russa – di fatto tenuti fermi in Europa. Parliamo di 8 miliardi di Euro in quattro anni (dal 2022 al 2026) destinati da von der Leyen a Kyiv a fronte di spese che superano, nelle previsioni, i 130 miliardi di Euro entro la fine del 2027 (5).
Ma chi sono i Paesi a beneficiare maggiormente di queste scelte? Quelli che hanno imprese e multinazionali produttrici di armi e che poi sono anche le principali economie del continente: Germania, Francia, Regno Unito e Italia.
Forse, alla luce di queste considerazioni, si capisce perché questa guerra non finisca, e l’Europa continui ad allontanare un accordo di pace.
Non entreremo nel merito delle intese economiche – lo fa meglio di noi IlSole24Ore, documentando tutti i sistemi di guerra venduti o donati all’Ucraina, che resta un banco di prova per attestare anche l’efficacia dei nuovi sistemi d’armamento. E in questo girone infernale il nostro Governo sta giocando tutte le perdine possibili per favorire intese industriali con le grandi multinazionali italiane, prime tra tutte Leonardo e Fincantieri.
Se di grande efficacia è stata la manovra finanziaria, risulta invece in difficoltà la manifattura vera e propria, da qui l’iniziativa incessante negli ultimi due anni per dare vita a un sistema di ricerca e produzione integrato, capace di superare i limiti e le specificità nazionali aumentando la produzione, evitando doppioni e sprechi e, peggio ancora, per fare un esempio calzante, munizioni diverse che non si adattano alle armi in dotazione agli eserciti nazionali. In questi scenari anche la riconversione di imprese civili in militari, soprattutto in Germania, sta diventando una priorità – approfittando della crisi del settore automotive (6).
Il salto di qualità della manifattura (7) è dato anche dalla costruzione di industrie moderne e con strumenti tecnologicamente avanzati. Testare le armi serve ad apportare modifiche e miglioramenti ai sistemi di guerra in tempo reale – del resto, un drone dopo un anno è già superato e fuori produzione. In quest’ottica le imprese belliche europee necessitano di sinergie, finanziamenti, aumento della produzione, investimenti che attraversino l’intera catena del valore, una struttura finanziaria che assicuri i dovuti aiuti e un’impalcatura normativa atta a favorire l’economia di guerra, inclusi gli appalti agevolati per il settore militare e l’utilizzo di centri di ricerca pubblici e privati.
Da qui nascono le joint venture, i progetti di ricerca, le officine militari, i centri di progettazione e i percorsi di studio su tecnologie spesso duali, ovvero la sinergia tra imprese belliche europee è parte di quel processo che ha portato all’integrazione tra industria bellica ucraina ed europea.
(2) https://www.startmag.it/energia/materie-prime-critiche-progetti-strategici-italia/
(3)
(4) https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_26_862
(5) La Redazione ricorda che lo Stato Russo è ricorso a organismi internazionali e se gli stessi gli dessero ragione, non solamente dovrebbero essere restituiti immediatamente gli asset ma anche gli interessi. Precisiamo che la Commissione Europea ha reso pubblici sul suo sito i dati di spesa per Kyiv: “Dallo scoppio della guerra l’UE ha erogato 43,3 miliardi di euro di assistenza macrofinanziaria per aiutare l’Ucraina a far fronte alle necessità urgenti sul campo”. Cifra che coprirebbe gli anni dal 2022 al 2024. Per il 2025 non emergono dati. Mentre per “far fronte al fabbisogno di finanziamenti dell’Ucraina per il 2026 e il 2027, l’UE sosterrà il Paese con un prestito di 90 miliardi di Euro che si baserà su un prestito dell’UE sui mercati dei capitali. Finora sono stati erogati 11,6 miliardi di euro, di cui 3,2 miliardi come assistenza macrofinanziaria e 8,4 miliardi per gli appalti nel settore della difesa”. Fonte: https://commission.europa.eu/topics/eu-solidarity-ukraine/eu-assistance-ukraine/eu-financial-support-ukraine_itrt-ukraine_it
(6) La Redazione rimanda a un articolo de: https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/12/15/volkswagen-chiude-una-fabbrica-in-germania-per-la-prima-volta-in-88-anni/8228521/ Non è, quindi, così facile né certo il passaggio dalla produzione di auto a quella di carri armati e, difatti, sono a rischio altri quattro stabilimenti sempre di Volkswagen a partire dal 2031 per un totale di 100mila posti di lavoro: https://tg.la7.it/economia/volkswagen-chiude-stabilimenti-germania-2031-09-07-2026-259578
(7) Per quanto riguarda lo sviluppo di nuove armi, anche questo non è né così veloce né facile quanto si potrebbe supporre. La Redazione rimanda a quanto sta accadendo in UK riguardo alla conversione (e, quindi, non si tratta di ideazione ex novo) dei Challenger 2 in Challenger 3: https://www.thedefensenews.com/Ukraine-Fights-With-Challenger-2-Tanks-as-Britain-Freezes-Plans-to-Upgrade-Them-to-Challenger-3/
venerdì, 18 settembre 2026
In copertina: La bandiera dell’Unione Europea


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