Due ‘inferni’ metropolitani
di Francesca Camponero
“L’inferno, o meglio, gli Inferni, sono su questa terra e io li ho attraversati”. Queste le parole di August Strindberg, tratte dal suo romanzo Inferno – Leggende – Giacobbe lotta, scritto a Lund nel 1897 in lingua francese, in cui descrive la crisi spirituale, culturale e professionale del suo protagonista che altro non è che se stesso.
Un romanzo in cui lo spazio urbano ha una primaria importanza configurandosi chiuso, asfittico e repressivo. E pensare che parliamo di Parigi! Eppure per l’autore Parigi è percepita come un mondo multiforme, certo, ma labirintico e angoscioso. È nel suo vagare per le vie della città che Strindberg fa la scelta estrema del nichilismo. In quei luoghi così reali si attua l’operazione di demolizione dell’idea ottimistica di progresso che sembra anticipare tanto la visione antistoricista di Walter Benjamin che quella del filosofo della libertà Pier Paolo Pasolini.
Ed è proprio su questo Inferno, che tanto Stridberg che Pasolini trovano nelle due grandi capitali europee – Parigi, il primo, e Roma, il secondo – che intendo soffermarmi avendo percepito importanti analogie di pensieri e stati d’animo tra i due scrittori.
La città di Parigi, come sappiamo, è stata il cuore dell’attività culturale e letteraria dell’Ottocento e punto di riferimento cruciale per gli autori scandinavi che avevano intenzione di affermarsi professionalmente in Francia. Strindberg è infatti attratto, anche lui, da questa prospettiva, ma una volta arrivato nel capoluogo francese sceglie di isolarsi. Nelle descrizioni di squallore e degrado che lui stesso cerca c’è tutta la critica al progresso e ai processi di urbanizzazione che stavano configurando l’assetto di tutte le città europee, danneggiando le classi più umili.
Ed ecco che questa analisi mi riporta alle periferie romane di Pasolini. Ma andiamo per gradi.
Il friulano Pier Paolo Pasolini calca per la prima volta il suolo romano nell’aprile del 1946, ospite dello zio Gino Colussi. Resta impressionato dall’estensione della città, dalle distanze chilometriche. Visita musei, assorbe avidamente la bellezza delle opere d’arte. Vi torna nell’ottobre dello stesso anno. Conosce scrittori e allaccia rapporti. Ecco la prima discesa al Tevere, in una lettera del 25 ottobre all’amico Tonuti Spagnol: “Mentre aspettavo sopra un ponte sul Tevere alcuni amici (era notte), mi è venuta l’idea di scendere lungo una scala che giungeva al livello dell’acqua. Eseguii subito quanto avevo pensato, e mi trovai sopra un lembo di sabbia e fango. C’era un gran buio: sulla mia testa si distinguevano le arcate del ponte e, lungo le rive, i fanali un numero infinito di fanali. Ero a circa venti metri sotto il livello della città e i suoi frastuoni mi giungevano sordi, come da un altro mondo. Proprio non credevo che nel cuore di una metropoli bastasse scendere una scala per arrivare alla più assoluta solitudine. I tram passavano stridendo sulla mia testa, ma io ero a quattr’occhi col Tevere, col secolare Tevere, che trascinava le sue onde melmose e i suoi riflessi verso il Tirreno. Ma lo strano era questo, che io non pensavo di essere vicino al Tevere di adesso ma a quello di duemila anni fa”.
La vita romana di Pasolini ha inizio nel centro di Roma e, in particolare, nel ghetto ebraico, nella sua prima abitazione in piazza Costaguti, a due passi dal Portico d’Ottavia. In questa casa affittatagli dallo zio, Pasolini e la madre resteranno pochi mesi, ma è già chiara la predilezione per le zone più popolari a discapito della Roma borghese e giubilare. Poco più in là, in Piazza Mattei, i ricordi dei primi contatti con dei giovani ragazzi di vita romani riaffiorano nell’amata Fontana delle Tartarughe che Pasolini descriverà in Alì dagli occhi azzurri. Il rapporto del poeta e regista friulano con Roma è lungo e tormentato – fino alla fine. Nelle sue opere i luoghi sono la fotografia urbana di un’inquieta umanità. La periferia è intesa non solo come luogo antropico e sociale di ambientazione letteraria, ma anche come forte simbologia del decentrato, del sacro, del diverso, polo di una tensione ben radicata.Tutto ciò che in Friuli era represso e furtivo, a Roma diventa libero e possibile. Di conseguenza i sensi di colpa per la sua condizione di omosessuale vengono gradualmente rimossi e allontanati. Sebbene Pasolini fosse giunto a Roma come un reietto, senza prospettive, e anche sfiorato dal pensiero del suicidio, nella casa materna inizia a scrivere e la sua vita plasma il paesaggio urbano. Èla Roma delle borgate, ma anche quella di quartieri più borghesi come l’Eur. Tutto influenza profondamente Pasolini. Il suo legame con la città di Roma diventa qualcosa di più profondo, una fonte di ispirazione e al contempo una sua personale rappresentazione di Mondo. Pasolininaufraga nel «gran corpo di Roma», la sua è un’immersione multisensoriale. Soprattutto gli odori: di asfalti, pattume, pietre, erba, pisciatoi, carbone, stracci, gas, tabacco, fango, insomma morte e vita si mescolano indistinte.
Ma lo stesso era accaduto per Strindberg negli anni della sua permanenza parigina, dall’agosto del 1894 fino al luglio del 1896, quando fugge dalla città ritenendosi in pericolo di vita. Anche lui in Inferno parla di vie maleodoranti abitate da ladri, prostitute e malviventi. Vie che vuole rifuggire, ma entro le quali si trova sempre immerso in una duplice contraddizione di attrazione e repulsione. Ma mentre Strindberg considera la sua permanenza nella città francese come un passaggio obbligato per l’espiazione, una specie di viaggio purgatoriale necessario, ma da cui venirne al più presto fuori, Pasolini si compiace nella sua complessa relazione con la città adottiva, Roma. Pasolini diventa la città stessa, come Roma diventa Pasolini. Il rapporto che lega il poeta alla città eterna non è unicamente sociologico, ma anche linguistico: ”A Roma tutto il dialetto tende ad essere gergale – scrive in Il gergo a Roma del 1957 – e il linguaggio degli uomini è ben distinto da quello delle donne come è ben distinto quello dei giovani da quello dei vecchi. Questi ultimi dovrebbero essere conservativi, ma a Roma non è così. Restano un po’ ragazzi tutta la vita”.
Se Strindberg a un certo punto del suo romanzo – flusso di coscienza – prova rimpianto per quel “paradiso terreste” che era la vita precedente con la famiglia, Pasolini non rimpiangerà mai la sua giovinezza in Friuli dove aveva vissuto un’infanzia e una giovinezza tormentate, preferisce comunque la vita tra i Brutti sporchi e cattivi raccontati nel film di Ettore Scola, testimonianza feroce delle ultime tracce delle borgate romane, e di come scorreva la vita in quelle baraccopoli prima che fossero sventrate e riqualificate dal sindaco ‘proletario’ Luigi Petroselli.
Quello che senz’altro avvicina Strindberg a Pasolini è la visione polemica di cosa sono le ‘città moderne’. Strindberg è stato, come già accennato, un testimone del processo di urbanizzazione che, nella seconda metà dell’Ottocento, ha interessato le maggiori città europee. Un processo che ha snaturalizzato l’essenza non solo delle città, ma dell’essere umano nella sua totalità, in particolare del proletariato agricolo. La Parigi che Strindberg conosce è quella in cui l’amministrazione borghese è impegnata a mettere in atto un’operazione di ripristino e completamento degli interventi del barone Haussmann, prefetto della Senna sotto Napoleone III, che prevedeva una serie di opere pubbliche che stavano stravolgendo la città. Strindberg ha paura del progresso e attacca la modernità con le sue innovazioni tecnologiche, attacca tutto l’ordine borghese: medici, poliziotti, professori e studenti della Sorbona (che diventa un luogo di Purgatorio anch’essa); Pasolini conosce, invece, il Dopoguerra italiano, in cui diverse città erano state segnate da eventi e cambiamenti significativi. Genova è una di queste, e naturalmente anche Milano e Roma subiscono la stessa sorte. Alla fine degli anni 40 la ripartenza non si fa attendere troppo e da lì a pochissimi anni gli italiani sono investiti dall’onda del noto boom economico. Negli anni Cinquanta il fenomeno dell’edilizia subisce una potente impennata, questo soprattutto grazie a piani parlamentari che agevolarono tale attività: tra essi, si ricorda il Piano Fanfani (1949) sull’edilizia sovvenzionata, noto come piano INA-Casa, perché la gestione dei fondi venne affidata all’Istituto Nazionale delle Assicurazioni (INA).
Tanto Strindberg quanto Pasolini vedono in queste trasformazioni edilizie un pericolo per l’umanità, un piano della borghesia capitalista per annientare l’innocenza dell’uomo. “Il concetto di progresso va fondato nell’idea della catastrofe. Che tutto continui così è la catastrofe. Essa non è ciò che di volta in volta incombe, ma ciò che di volta in volta è dato. Così Strindberg: l’inferno non è qualcosa che ci attenda, ma è questa vita qui”, scrive il maggior critico dell’ideologia del progresso Walter Benjamin.
Strindberg muore all’età di 63 anni a Stoccolma dove era nato. Si chiude il cerchio del suo peregrinaggio reale e metafisico con un ritorno a casa. A ucciderlo è stato un cancro allo stomaco. Pasolini muore all’Idroscalo di Roma, ufficialmente ucciso da Pino Pelosi (nessuno saprà mai come siano andate veramente le cose). È stata quella città tanta amata a ‘farlo fuori’ nel peggiore dei modi. Al funerale di Pier Paolo Pasolini sono presenti molti intellettuali e colleghi, tra i quali Bernardo Bertolucci, Enzo Siciliano, Paolo Taviani, Dacia Maraini, Sergio Citti, Renato Guttuso. Sarà Alberto Moravia a pronunciare l’onoranza funebre. Al funerale di Strindberg si formò un corteo spontaneo di lavoratori. Negli ultimi anni della sua vita il drammaturgo e poeta svedese aveva sostenuta la loro causa.
Bibliografia:
- Daniela Di Giorgio – La Roma di PPP. Il legame tra la vita di Pier Paolo Pasolini e la città di Roma – Mywhere.it
- Leonardo Marino – Un tour ideale nei dieci luoghi di Roma cari a Pasolini – Romatoday.it, 12.12.2016
- Angela Iuliano – Parigi come luogo di confinamento urbano in Inferno di A. Strindberg
- Walter Benjamin – Schriften (1955)
venerdì, 23 maggio 2025
In copertina: Parigi in una foto di Pixabay

