Guerra, emissioni di gas e inflazione
di Federico Giusti
Prendendo a prestito il titolo di un noto film, vorremmo accendere i riflettori su due fatti ignorati dai media mainstream.
Gli Stati Uniti hanno fatto enormi pressioni per esentare la maggior parte delle emissioni militari dai rapporti annuali che documentano e quantificano le emissioni di gas serra nei vari Paesi. Lo scopo è quello di evitare che si riconduca la crisi climatica alle guerre in corso. Poi, da un decennio, il rendiconto delle emissioni militari è divenuto volontario e, quindi, non è possibile ottenere un quadro generale esaustivo e obiettivo.
Se da una parte si sottovaluta l’impatto sul clima delle emissioni militari, dall’altra si vuole scongiurare il collegamento tra espansione dell’industria bellica e dei conflitti e il cambiamento climatico.
E però noi vi proponiamo il grafico relativo al riferito consumo energetico ed emissioni del Dipartimento della Difesa statunitense. La figura qui sotto mostra le emissioni di gas serra derivanti dall’uso energetico del succitato Dipartimento dal 1975 al 2024. Include i miei calcoli sulle emissioni militari statunitensi (basati sul consumo energetico) dal 1975 al 2009, e il rapporto del Dipartimento dell’Energia sulle emissioni del Dipartimento della Difesa dal 2010 al 2024.
Ai lettori, giudicare.

L’inflazione mai doma
Il secondo fatto sul quale vogliamo attirare la vostra attenzione è il costo della vita, che è in aumento (1 e 2) e, di conseguenza, anche l’erosione del potere d’acquisto di salari e pensioni inizia a manifestarsi con forza in tutti i Paesi della Ue. I dati italiani possono essere anche migliori di quelli di altri Stati – tra i quali, di Paesi che hanno aderito all’Unione recentemente, o dei malati di lungo corso, ossia Germania e Francia che, guarda caso, investono sempre più risorse nel riarmo. Tuttavia, i dati confermano che la ripresa dell’inflazione riguarda tutta l’Unione Europea con le ben note conseguenze, quali l’impoverimento della classe lavoratrice e dei pensionati.
La ripresa dell’inflazione è stata vistosa nel periodo estivo: i saldi si sono dimostrati un mezzo flop anche per ammissione di alcune associazioni di categoria. Questi sono i risultati del protrarsi dei conflitti, con i correlati processi speculativi sui generi energetici, che fanno innalzare i costi a carico di famiglie e imprese.
Ma la ripresa dell’inflazione è anche e soprattutto il risultato dell’economia di guerra come dimostra l’acquisto, a caro prezzo, del gas liquefatto con le nuove linee di approvvigionamento imposte dagli Stati Uniti, unito alla fine della fornitura di gas proveniente dalla Russia e il mancato aumento delle importazioni dall’Algeria.
Due fatti sui quali occorrerà riflettere in quest’autunno che si prepara ‘caldo’.
(1) Una conseguenza del rialzo dei prezzi dei servizi, cresciuti del 3,5% rispetto al 3 delle stime precedenti. «Quando l’inflazione sale, e le proiezioni parlano di un 3% per il 2026, di un 2,3 per il 2027 e di un 2 per il 2028, le decisioni di politica monetaria diventano ineluttabili». Il punto è che se il costo del denaro sale a causa dell’aumento dei tassi di interesse la possibile conseguenza è un eccessivo rallentamento dell’economia. «Le stime di crescita si sono ridotte appena dello 0,1%, dallo 0,9 di marzo allo 0,8 di giugno»:
https://www.ilbollettino.eu/2026/08/31/tassi-di-interesse-cosa-ci-aspetta-in-autunno
(2) Inflazione nell’eurozona attesa in rialzo, cosa farà la BCE? Gli economisti prevedono un aumento dell’inflazione a causa dei prezzi elevati dell’energia, il che rende praticamente certo un rialzo dei tassi di interesse da parte della BCE a settembre:
https://global.morningstar.com/it/mercati/inflazione-nelleurozona-attesa-rialzo-cosa-far-la-bce
venerdì, 11 settembre 2026
In copertina: Impennata inflativa ad agosto 2026, fonte Confcommercio. Nel pezzo, grafico a cura di Federico Giusti


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