Dopo gli stupefacenti e il tabacco, la nuova battaglia proibizionista?
di Luciano Uggè (traduzione di Simona Maria Frigerio)
Al di là dell’esito stragiudiziale: ossia il patteggiamento con l’azienda di Zuckerberg, che dovrebbe pagare circa 17 miliardi di dollari per chiudere la causa e adottare, nel contempo, alcune misure: limite di 2 ore al giorno per i minorenni sui suoi social, stop alle notifiche durante l’orario scolastico e blocco notturno delle app (tutte misure che avrebbe potuto prendere un genitore o un educatore serio), vediamo gli antefatti e le domande che gli stessi suscitano.
29 Stati US avevano deciso di portare Meta (la piattaforma, fondata da Mark Zuckerberg, che controlla i social network e alcune app di messaggistica, quali Facebook, Instagram, WhatsApp, Messenger e Threads) di fronte al Tribunale federale di Oakland, in California, con l’accusa di “aver nascosto le ricerche fatte internamente all’azienda, che dimostrano come Instagram porti alla dipendenza da social negli adolescenti, in uno studio clinico di fase III”. I procuratori generali affermavano che la Compagnia di Zuckerberg avrebbe: “intenzionalmente sviluppato prodotti che danno dipendenza e”, nel caso di Instagram, che “danneggiano mentalmente i giovani”. La causa si basava sugli stessi presupposti utilizzati contro le aziende del tabacco negli anni 90, che si focalizzavano sulle qualità che inducevano dipendenza e sulla conoscenza dei produttori che le sigarette erano dannose alla salute. Le cause, a migliaia, nel 1998 finirono con un risarcimento di 200 miliardi di dollari da parte delle quattro maggiori aziende del settore, e costrinsero queste ultime a modificare le loro campagne di marketing – in parole povere è comparsa la scritta “nuoce gravemente alla salute” sui pacchetti di sigarette; è stato proibito, in molti Paesi, pubblicizzare il fumo; e, a Hollywwod, il ‘buono’ sul grande schermo non fuma mai (in Thailandia, più realisti del re, inseriscono una pecetta sulle sigarette fumate dagli attori, nei film, ma non sulla pistola fumante).
Il caso
L’accusa che conteneva ben 233 pagine era stata depositata nell’ottobre 2023 e sosteneva che Meta “conserva i dati dei minori di 13 anni senza il permesso parentale in violazione delle leggi statali e federali” e che “si rifiuta di rinunciare alle funzionalità che sanno essere dannose” e, questo, solamente per “massimizzare i suoi profitti”.
La cifra per il risarcimento danni era di 200 miliardi di dollari – equivalente al fatturato 2025 dell’intera azienda (quindi, 16 miliardi è un eccellente compromesso per Zuckerberg & Co.). Inoltre, la richiesta era che la Società riprogettasse i propri social in maniera che fossero più sicuri per i bambini – e da qui le succitate misure.
Paul Schmidt, tra gli avvocati che difendevano Meta, affermava che la documentazione presentata come prova d’accusa era decontestualizzata, e che la società aveva già disabilitato oltre un milione di profili di bambini sotto i 13 anni; mentre un portavoce dell’azienda aveva suggerito che: “Invece di attenersi ai fatti o alla legge, gli Stati hanno deciso di inseguire un’assurda sovvenzione”.
Nel merito, i procuratori affermavano che Meta avrebbe “sviluppato e raffinato una serie di funzionalità psicologicamente manipolative” nei social, per aumentare appositamente il tempo di fruizione degli stessi da parte degli adolescenti. Tra le funzionalità ‘incriminate’, segnalavano l’algoritmo di raccomandazione a scorrimento infinito, la costante notifica di alert, il pollice alzato in segno di approvazione e filtri visuali per alterare l’immagine. Il tempo eccessivo trascorso sui social avrebbe causato, sempre secondo l’accusa, “a un aumento dei casi di depressione, ansietà, disordini alimentari e altri problemi di salute mentale”.
Nel contempo, anche in altri tribunali californiani erano depositate cause contro Meta, YouTube, TikTok e Snap.
Le questioni etiche sollevate
Il caso in sé (al di là della conclusione stragiudiziale) sollecita diverse considerazioni anche in contraddizione tra loro e, come nostra abitudine, preferiamo lasciare che siano i nostri lettori a ragionarci da sé.
La prima è come mai nessuno si scandalizza quando FB o YouTube chiude un profilo sgradito all’Occidente (pensiamo ai casi di Emir Kusturica o Shaman in quanto ‘filo-russi’) visto che i social sono considerati uno spazio fornito da un gestore privato – e non uno spazio pubblico di condivisione ove esercitare la libera espressione delle proprie idee – ma, nel contempo, debbano attenersi non alle leggi del libero mercato, bensì a rigidi protocolli per la protezione dei minori, al posto di genitori assenti e di uno Stato e una scuola che non riescono a fornire modelli di vita, oltre che etici, che riequilibrino il ‘potere’ di un social. Senza tenere conto che sono i genitori ad acquistare smartphone di ultima generazione e attivare abbonamenti con accesso a Internet: basterebbe che optassero per un normale cellulare per chiamare o mandare un sms, in caso di emergenza, e il problema sarebbe già risolto.
La seconda è che quando i social creano algoritmi che distorcono e manipolano la nostra credulità, cancellando, ad esempio, voci dissonanti dalla narrazione ufficiale o creando una realtà parallela in cui Israele sta portando Gaza a un magnifico livello di sviluppo – dove hotel e resort di lusso svetteranno per il ludibrio del popolo palestinese massacrato – agiscono conformemente alle leggi (anche non scritte); ma se concepiscono il sistema dei Like per attrarre ragazzini svogliati, che non hanno un campetto da calcio o basket dove andare a sgranchirsi le gambe in una partita coi coetanei, né sono educati a leggere e a volare con la fantasia; allora il problema non è della società nel suo complesso (del sistema scolastico, della mancanza di spazi pubblici per praticare sport o ritrovarsi, del venir meno del rapporto fisico interpersonale per creare amicizie e condivisione) e della degenerazione mono-nucleare, bensì del privato che, in una azienda in vetta al capitalismo finanziario transnazionale, non ha nemmeno più lo scopo di produrre una qualche pubblica utilità quanto profitti da dividere tra gli azionisti.

La terza è come si fa a paragonare un prodotto di per sé nocivo, come la sigaretta (ma alcuni esagitati statunitensi sono arrivati a parlare di battaglie contro gli oppioidi), con un altro che è alquanto velleitario considerare più nocivo di certi show o serial o della superficialità dei programmi scolastici statunitensi che, alle superiori, offrono ancora materie di studio quali cucina ed economia domestica, mentre gli studenti sanno ben poco di geografia e ci risulta confondano la storia con la lettura dei quotidiani (e, difatti, si vedono i risultati dal Presidente Trump in giù).
La quarta e, forse, la più importante, è come l’importanza della protezione dei minori sia diversa a seconda della latitudine. I bambini yankee vanno protetti dai Like perché altrimenti sviluppano problemi di salute mentale; mentre quelli palestinesi possono essere massacrati senza un battito di ciglio, amputati a cinque anni senza anestesia, bombardati e traumatizzati a vita. Ma siamo certi che questi ultimi non svilupperanno qualche problema di salute mentale perché non li consideriamo minori da proteggere, addirittura nemmeno vittime e, secondo le dichiarazioni di alcuni Ministri israeliani, fatichiamo persino a considerarli ‘umani’. Addirittura, se si denuncia il genocidio (facendo girare immagini come quella di InsideOver in questo articolo) si viene deindicizzati: la polvere va nascosta sotto il tappeto per proteggere le nostre ‘anime belle’ o rispettare un qualche astruso senso di political correctness.
L’ultima – che lascia basiti – è come gli statunitensi (ma non solo) quantifichino in ʻsoldoni’ i danni. Come pensavamo noi fin dall’inizio di questa ‘farsa’, un adeguamento delle funzionalità ‘incriminate’ non sarebbe bastato? Ma soprattutto, se si vuole comminare una multa (della serie ‘punirne uno per educarne cento’), non sarebbe stato il caso che si sapesse a quale scopo si voleva ottenere un indennizzo miliardario? Qui non ci trovavamo di fronte a persone che stavano morendo o erano morte per il cancro, bensì a bambini che avevano trascorso troppo tempo chattando al cellulare – magari nei periodi di clausura forzata, imposti anche in Italia, quando per ‘salvare i nonnini’ andava bene che i minori non andassero più a scuola né a giocare in un parco o un giardinetto, anzi che stessero rinchiusi nelle loro camere, per ore, proprio in compagnia dei social. Gli Stati, se avessero proseguito con la causa e vinto, avrebbero utilizzato quei miliardi per costruire scuole pubbliche, impianti sportivi, campetti da basket – magari e soprattutto nei quartieri più disagiati?
Avete aperto il recinto quando avete optato per la Dad e l’azzeramento della socializzazione e della partecipazione politica in piazza, in strada, dei corpi tra corpi, e ora vorreste che ‘i lupi non si cibassero dei vostri agnelli’?
venerdì, 11 settembre 2026
In copertina: Il logo di Meta. Nel pezzo, immagine pubblicata da InsideOver e che ha girato su vari social


“¡Somos África…. Somos Suramérica!”
Stand with Palestinian families in the West Bank
Insostenibilità sociale della previdenza
Le decisioni della Nato le pagherà solo la UE?
Dove nascono le disuguaglianze economiche e sociali?
Le verità nascoste