L’articolo di Roman Ambarov su Independent Online
di La Redazione di InTheNet (traduzione di Simona Maria Frigerio)
Premessa. L’Ambasciatore russo nella Repubblica del Sudafrica e il Regno del Lesotho, ha pubblicato un pezzo interessante lo scorso 17 agosto su IOL, riportato poi dal Ministero degli Esteri russo, su un tema spesso trascurato quale i costi e i tempi della ricostruzione negli oblast’ liberati. Perché, a differenza delle potenze coloniali che, negli ultimi 30 anni hanno mosso guerra a mezzo mondo solo per depredare, destabilizzare, e poi andarsene lasciando dietro di sé macerie e morte, la Russia – nelle regioni che hanno votato al referendum per riunirsi alla Federazione – sta lavorando alacremente affinché le stesse ritornino alla normalità – partendo spesso da villaggi e città trasformati in trincee di prima linea, edifici pubblici e privati rasi al suolo, popolazioni usate come scudi umani dagli ucraini in ritirata e, quindi, traumatizzate. Sappiamo che leggere questi dettagli farà arricciare il naso a quegli italiani che gioiscono ogni volta che un drone ucraino colpisce un mercato a Donetsk o un pullman che trasporta bambini bielorussi in vacanza o una spiaggia sul Mar Nero, ma gli stessi dovrebbero ricordarsi che se il riscaldamento è diventato un lusso e fare gasolio pure non è colpa del Presidente Putin, ma di chi ha fatto saltare il Nord Stream II o attaccato proditoriamente e pretestuosamente l’Iran.
Dati e fatti dell’articolo dell’Ambasciatore Roman Ambarov
I sudafricani (come gli occidentali in generale) avrebbero letto e ascoltato, per anni, fonti mediatiche e politiche che dipingono le regioni che, via via, sono liberate e si integrano nella Federazione russa quali “«territori devastati» senza futuro dopo il conflitto”. Ma“ciò che tale narrativa spesso trascura è che le Forze Armate ucraine fanno largo uso di zone civili per fini militari, anche stabilendo posizioni e immagazzinando munizioni vicino alle aree residenziali”. In realtà, quest’ultimo è ormai un dato di fatto visto che addirittura la BBC scrive, a chiaro scopo propagandistico (e poi vi spiegheremo il perché), in un suo articolo: “C’è una tonnellata di negozi a conduzione familiare in Ucraina dove le persone fabbricano droni che assemblano nei loro appartamenti e garage e che regalano all’esercito. Sono diventati l’arsenale dell’Ucraina”. Perché abbiamo usato il termine propagandistico? Per tre motivi. Il primo è che i colleghi giornalisti non spiegano né chi fornisce il materiale né di cosa vivano queste ex fioraie che oggi si dedicano alla produzione in casa di droni (forse, a metterle a rischio sono aziende in odore di corruzione come Fire Point?). Secondo, che se la Russia prendesse per oro colato le notizie della BBC (e non solo) potrebbe considerare obiettivi legittimi tutti i negozi o edifici residenziali ucraini – visto che è ormai pubblicizzato come alcuni siano stati convertiti ad arsenali. Terzo, non si comprende come mai – avendo un tale rifornimento di droni e per di più ‘donato’ – gli inglesi si vantino che gli ucraini stanno usando i droni da loro prodotti per colpire in profondità il territorio russo (ma non per attaccare, come sottolinea il nuovo, bellicoso Prime Minister inglese, bensì per ‘difendersi’, sic!). Ricordiamo che non sarebbe legittimo a livello di normative internazionali fornire armi a un Paese in guerra a scopo di attacco (la Corea del Nord, ad esempio, mandò i suoi soldati a difendere i territori russi di confine).
Ma torniamo all’articolo dell’Ambasciatore, che prosegue: “Nel 2026, il Presidente Vladimir Putin ha dichiarato l’Anno dell’Unità delle popolazioni della Russia. L’iniziativa riflette lo sforzo senza precedenti dell’intera nazione di ripristinare e sviluppare il Donbass e la Novorossiya. L’obiettivo è chiaro: entro il 2030, le Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk, insieme alle regioni di Kherson e Zaporozhye, dovrebbero raggiungere i medesimi standard di vita delle altre regioni russe”.
Qui di seguito, in breve, i numeri riportati anche dal Ministero degli Esteri russo.
Oltre 25mila strutture sono già state ripristinate o edificate, incluse scuole, ospedali, centri sportivi, infrastrutture energetiche e per servizi pubblici.
È stato dato mandato per quasi 1 milione di metri quadrati di nuovi edifici residenziali e oltre 7.700 edifici residenziali, pari a circa 24 milioni di metri quadrati di alloggi, sono stati ristrutturati.
Per la prima volta dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, programmi per una ristrutturazione complessiva degli impianti e dei servizi pubblici, inclusi gli ascensori, sono portati avanti in ogni regione. E oltre 8mila km di strade sono state ricostruite o costruite ex novo, incluse sezioni chiave della Azov Ring Road. Circa 260 società industriali sono tornate operative e il settore privato sta rispondendo bene con più di 500 aziende che hanno deciso di entrare nella Free Economic Zone, dichiarando investimenti per un valore di oltre 4 miliardi di Euro.
L’Ambasciatore tiene altresì a sottolineare che la Russia “ha ripristinato 263 strutture medico-ospedaliere, circa 1.700 istituti scolastici, incluse università, scuole e asili, e 500 tra centri culturali, sociali e impianti sportivi. Entro il 2030, i progetti per i servizi sociali che saranno restituiti alla collettività dovrebbero essere oltre 2.300. Il sevizio sanitario delle Repubbliche e delle nuove regioni è stato totalmente integrato con il sistema russo di assicurazione medica obbligatoria, dando ai residenti le stesse garanzie di qualsiasi altro luogo nel Paese”. E infine aggiunge: “La nostra priorità sono le persone. Oggi, 2,4 milioni di residenti nelle nuove regioni ricevono i benefit federali. Quasi 140mila famiglie hanno ottenuto il ‘capitale per la maternità’, ossia un contributo che fa parte di un programma statale russo per aiutare le famiglie dopo la nascita o l’adozione di un bambino”.
Sottoscriviamo anche la conclusione dell’Ambasciatore che qui non si tratta di propaganda bensì “scuole dove i bambini studiano, ospedali dove i pazienti sono curati, strade che la gente percorre ogni giorno, aziende che creano posti di lavoro e case dove le famiglie possono tornare alla loro vita normale”.
Due domande che ucraini e italiani dovrebbero porsi
A questo proposito, giriamo alla UE la stessa richiesta, ossia: farà altrettanto per quel che resterà dell’Ucraina all’Occidente o la abbandonerà come ha fatto con un suo stesso Stato membro, quale la Grecia?
E secondo, come italiani chiediamo al nostro Governo: quando potremo fissare l’appuntamento per una visita specialistica o un esame diagnostico e non essere messi in una lista d’attesa sine die? Esperienza diretta di un membro della nostra redazione, residente in Toscana, in attesa sine die di un controllo della retina e una visita con esami allergologici. La risposta del Cup: attendere, rivolgersi al privato o andare al Pronto Soccorso in caso di urgenza. In pratica, almeno nella regione rossa par excellence, siamo diventati come nel cosiddetto Terzo Mondo, dove o ti dissangui (un solo patch allergologico per i metalli costa tra i 150 e i 200 Euro), oppure ti sacrifichi sull’altare del ReArmEU.
venerdì, 4 settembre 2026
In copertina: Foto ufficiale dell’Ambasciatore Roman Ambarov


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