Il popolo del Made in Italy e la mancanza di coerenza
di Simona Maria Frigerio
In questi giorni di euforia sportiva, mentre chiudiamo le frontiere con la Spagna per tema che ci arrivi qualche marocchino di troppo, gioiamo per la vittoria nella staffetta maschile 4×400 – ottenuta anche grazie alla splendida prova di Mohamed Soudassi (marocchino di nascita).
Come sempre a bocce ferme e quando ormai si sono placate le sterili polemiche dei social sull’‘italianità’ (in un Paese che non rivendica nemmeno il Fatto in Italia e, pur di vendere, smercia l’Italian Style, realizzando i prodotti all’estero, dove la manodopera costa persino meno che da noi), cerchiamo di capire quanto sia difficile diventare cittadini nel nostro Stato che mostra il suo lato accogliente solo ai ricchi e ai vincenti.
Sara Curtis, 6 medaglie agli Europei di nuoto – tra cui l’oro nei 50 metri dorso – è nata in Italia da padre italiano e madre nigeriana, quindi per lei nessun problema visto che da noi vige lo ius sanguinis. Diverso il caso del succitato Mohamed Soudassi, figlio di stranieri e arrivato lui stesso in Italia a 11 mesi. In via ordinaria per gli stranieri extra-Ue che non possono vantare qualche avo italiano, occorre essere legalmente residenti nel nostro Stato per almeno 10 anni oppure aver prestato servizio, anche all’estero, per lo Stato Italiano almeno per cinque. Caso ancora diverso per Andy Díaz Hernández – il triplista cubano, medaglia di bronzo ai Giochi olimpici di Parigi 2024 e campione europeo a Birmingham in questi giorni – il quale, forse, ha pensato che vivere in un Paese strozzato dal bloqueo statunitense fosse troppo arduo e, visto che noi occidentali consideriamo Cuba una dittatura, ha chiesto asilo politico, dopo aver raggiunto l’Italia in clandestinità. Per lui, già atleta riconosciuto, la procedura è stata decisamente velocizzata, visto che il Consiglio dei Ministri gliel’ha conferita su proposta dell’allora Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, dopo la segnalazione del CONI per meriti sportivi. Della serie, quelli che sono sicuramente un ‘affare’ possono vantare tutta l’italianità che vogliono.
Al contrario, chi nasce in Italia e vive qui, ma magari non ha il ‘colore’ giusto o ha tratti somatici un po’ ‘originali’, otterrà la cittadinanza italiana iure soli solo se i genitori sono ignoti o apolidi. In pratica, almeno se abbandonati, siamo tutti Canni ed Esposito (1).
L’Italia, invece, si vanta di dare la cittadinanza “ai figli o ai discendenti in linea retta dei beneficiari dell’art.3 del Trattato di Osimo; ai soggetti destinatari delle disposizioni di cui all’art. 3 del Trattato di Osimo, già residenti nel territorio della zona B dell’ex Territorio Libero di Trieste; ai soggetti destinatari dell’art.19 del Trattato di Pace di Parigi, in quanto già residenti nei territori ceduti nel 1947; ai connazionali dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia e ai loro discendenti ai sensi della Legge 8 marzo 2006, n.124; e alle persone nate e già residenti nei territori appartenuti all’Impero austro-ungarico e ai loro discendenti ai sensi della Legge 14 dicembre 2000, n. 379” (che, però, ci risulta non più in vigore dal 20/12/2010, 2). Ci mancava solo che riconoscessimo come cittadini italiani i discendenti per linea diretta da Caesar Augustus (sic!).
La vera domanda è: cosa significa essere italiani?
Quali sarebbero i riferimenti culturali (perché è inammissibile nel 2026 sentir parlare di etnie e scelte religiose) che ci accomunano come popolo e ai quali dovrebbe aderire chi nasce o sceglie di vivere in questo Paese?
Vuoto.
Sinceramente, ci manca la favella. Con l’azzeramento delle materie umanistiche e delle professioni a esse connesse, pare ridicolo anche solo pensare che la Commedia dantesca o la lingua italiana – sempre più imbastardita da termini anglosassoni e la volgarizzazione del sub-standard – possano essere la nostra comune matrice culturale e linguistica. Sarà allora il gusto, quello stile così inconfondibile, che siamo riusciti a produrre, prima, nei sottoscala di Scampia e poi abbiamo trasferito nelle fabbriche cinesi a renderci ‘italiani Doc’? Quel lusso che si vende come se fosse prodotto in Italia da operai specializzati – quando è sufficiente che l’ultima trasformazione o lavorazione ‘sostanziale’ avvenga nel nostro Paese? E difatti oggi tutte le cosiddette grandi firme della moda, morti gli ultimi stilisti di fama internazionale, sono passate in mano francese – da Gucci a Fendi, da Bulgari a Krizia (che, però, è diventata cinese), mentre Valentino è nelle mani di un fondo qatariota. La 500 tornerà anche a casa per le vacanze, ma Exor ha sede in Olanda; mentre la Ferrero International – della mitica Nutella – preferisce il Lussemburgo. E se fosse proprio una questione culinaria? Ma se la pizza si mangia a Singapore e, a Milano, i giovani preferiscono poké e cheeseburger, chi stiamo prendendo in giro?
Se già Pier Paolo Pasolini lamentava l’americanizzazione degli italiani, come omologazione culturale ottenuta attraverso i disvalori del consumismo e i modelli superficiali imposti dai mass media, e oggi ancor più dai social, quale sarebbe il problema di concedere la cittadinanza invece che “ai connazionali dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia” (frase che ha il sapore dell’ossimoro visto che le succitate regioni e città sono da decenni parte di Croazia, Montenegro e Bosnia/Erzegovina), in base allo ius soli? Senza infingimenti etnici o religiosi e affidandoci, se ancora esiste, su ciò che rimane dell’educazione e della cultura per trovare risposta alla domanda: cosa significa essere italiani?
(1) Tipici cognomi che erano assegnati in alcune regioni italiane ai bambini che erano abbandonati fuori dai portali delle chiese
(2) https://www.esteri.it/it/servizi-opportunita/italiani-all-estero/cittadinanza/
venerdì, 28 agosto 2026
In copertina: Foto di Jonas Hasselqvist da Pixabay


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