Duck o Trump?
di Simona Maria Frigerio e Luciano Uggè
Avevamo già notato che i lavori di Stefano Massini sono molto ‘fantasiosi’ quando dichiarano di essere fedelmente autobiografici e, come con i ‘dolori del giovane’ Adolfo (1), anche in questo Donald si notano le discrepanze tra realtà dei fatti e narrazione teatrale.
Un esempio: l’affaire Swifton Village. Massini non racconta come Trump si sarebbe arricchito col succitato investimento immobiliare ma ventila che sia stato il suo trampolino di lancio nel mondo degli affari. In realtà fu una speculazione mediocre del padre, Fred, iniziata nel 1962 (quando Donald aveva solo 16 anni). Tra il costo iniziale del complesso, le migliorie allo stesso per rendere gli appartamenti affittabili e la rivendita, la società di Trump Senior avrebbe guadagnato circa 500mila dollari – su 5.700.000 dollari di investimento iniziale e mezzo milione in opere di ristrutturazione (2). Ma non solo. La causa (una sola) per discriminazione, mossa da un afro-americano, era contro la società del padre e non contro Donald Trump (come affermato da Massini), il quale, all’inizio, era solo uno studente universitario e, poi, un inesperto neolaureato che, nell’ultimo periodo, avrebbe aiutato il padre nella ristrutturazione degli appartamenti così da diminuire il tasso di sfitto, che superava il 60% degli alloggi. La causa si risolse, comunque, in una trattativa stragiudiziale con l’assegnazione di un appartamento in affitto al querelante. A riprova, nonostante tutti gli sforzi del clan Clinton (durante la campagna per le presidenziali del 2016) per trovare altri afro-americani che accusassero i Trump di razzismo in Ohio (uno swinging State e, come tale, importante per le elezioni), non ci risulta che siano state mosse ulteriori accuse in tal senso (3).
Un altro personaggio citato da Massini è Roy Cohn (forse lo ricorderete interpretato da Al Pacino in Angels in America e, a teatro, da Elio de Capitani nell’omonima trasposizione teatrale in italiano). Cohn fu effettivamente uno tra i mentori di Trump dai primi anni 70, quando il Governo statunitense fece causa a Trump Senior (e non solamente Junior, come afferma Massini) per discriminazione razziale nell’affitto degli appartamenti di loro proprietà o che gestivano (ma difficilmente poteva trattarsi dello Swifton Village, visto che il complesso era già stato venduto nel 1972). Piccola nota a latere: Cohn era anche l’avvocato del mafioso John Gotti e dell’armatore Aristotele Onassis. Del resto, tutti gli imprenditori hanno avvocati ‘barracuda’ (definizione di Massini) che li difendono e la questione non ci pare rilevante. Pensiamo solo al ruolo di Cesare Previti nell’acquisto di Villa San Martino da parte di Silvio Berlusconi (4).
Se però si vuole realmente capire come fece Donald Trump a diventare uno tra i maggiori immobiliaristi newyorkesi occorrerebbe raccontare che il padre, Fred, non aveva propriamente un’aziendina familiare, avendo costruito oltre 27.000 appartamenti e case a schiera nelle vicinanze di Coney Island, a Bensonhurst, Sheepshead Bay, Flatbush e Brighton Beach – in quel di Brooklyn – e a Flushing e Jamaica Estates nei Queens. Il salto di qualità, Trump Jr lo farà scegliendo di investire in residenze di lusso invece che edificando appartamenti popolari. Del resto, l’ascesa di Donald Trump è legata al boom finanziario della borsa di New York, negli anni 80, descritto da Oliver Stone nel film Wall Street (o da Bret Easton Ellis nel suo capolavoro letterario, American Psycho). Inoltre, Trump investirà in un enorme patrimonio immobiliare per sé e i suoi familiari (5), che in questi anni gli ha reso decine di milioni di dollari di profitti.
Donald Trump non ha fatto propriamente fallimento, come si intende in Italia e come accennato nello spettacolo. Ma ha alle spalle 4 crack dai quali è uscito – più o meno indenne – avvalendosi del Chapter 11, una procedura del diritto fallimentare statunitense che consente alle aziende in difficoltà di ristrutturare i propri debiti senza cessare l’attività operativa. Il debitore, inoltre, mantiene il controllo delle operazioni e degli asset e sono sospese tutte le azioni legali e i tentativi di recupero dei propri fondi da parte dei creditori. Trump non è il solo ad averne usufruito o aver tentato di farlo. Possiamo citare altri esempi, quali General Motors, Hertz, Lehman Brothers, American Airlines e, nel settore cripto, FTX.
Ma di tutto questo non emerge nulla o quasi nel monologo di Massini. Non si capisce come si è arricchito realmente Trump, si dà adito alle accuse del clan Clinton, ci si inerpica per disquisizioni psicologiche o filosofiche ma i temi veri non si affrontano. Non si racconta l’America dei MAGA, ossia del Make America Great Again. Non si accenna all’enorme debito pubblico statunitense, ai continui default, alla bilancia commerciale in perdita, all’inflazione galoppante dell’era Biden, al tasso di povertà dell’11,1% (pari a 36,8 milioni di persone) e al fatto che “per ogni 100 famiglie di affittuari a reddito basso ci sono solo 34 case in affitto disponibili” (6). Queste sono alcune tra le ragioni, unite alla mancanza di un efficiente welfare state, che hanno spinto l’elettorato a non credere più alle promesse dei Dem. Chi ricorda lo slogan di Obama? «Yes, we can!». E come finì? Che il primo Presidente afro-americano degli States continuò la guerra in Afghanistan, iniziò quella in Libia, fu denunciato per gli omicidi mirati dai Drone Papers e salvò le banche – a parte Lehman Brothers – mentre milioni di persone con reddito medio-basso (in gran parte, ma non solamente afro-americane), che avevano acceso un mutuo, i famosi subprime, persero la casa. Ma anche le continue guerre dei Dem, che hanno drenato miliardi di dollari – come il mantenimento della Nato – hanno favorito l’ascesa di Trump, il quale solo pochi mesi fa prometteva pace, lavoro e ‘sicurezza’.
Se Massini avesse voluto raccontare Trump, invece di dedicare dieci minuti alla sua nascita e altrettanti ai suoi primi anni di scuola, avrebbe potuto narrare il clima che ha portato alla sua ascesa politica e a come stia tradendo le promesse fatte. Dalle minacce al Venezuela – quando persino l’Onu difende Maduro e il Paese Sudamericano dalle accuse infondate di narcotraffico (7) – al falso scoop di BBC (8), che ha scoperchiato la manipolazione mediatica da parte delle élite Dem e dei loro sodali in Europa; dal Piano di Pace di Gaza, che non è altro che la riproposizione del Mandato britannico in Palestina (9) alla cosiddetta Trump Riviera, che dovrebbe ricostruire Gaza con fondi arabi e il sostegno della Blair Foundation (10). Dal continuo sobillamento di Taiwan in funzione anti-cinese ai dazi contro l’Europa, che strangolano la nostra economia, fino al Piano in 28, 19 o 58 punti tra Ucraina e Russia (ma questo, ammettiamo, è tema troppo attuale). Come ha dichiarato il Ministro Lavrov in una recente intervista, esemplificando perfettamente il carattere di Trump e dei suoi Us: “L’approccio dell’attuale amministrazione statunitense può essere descritto in molti modi ma, essenzialmente, gli Stati Uniti devono essere i primi ovunque e tutti devono ubbidire” (t.d.g., 11).
Ecco, questi sarebbero potuti essere i temi interessanti per affrontare il personaggio Donald Trump: la sua arroganza, la sua volubilità, ma allo stesso tempo il perché del suo successo elettorale – raccontando la pancia di quegli States che hanno forgiato non solamente l’uomo, l’imprenditore o il politico, ma il cosiddetto ‘sogno americano’ tout-court.
Al contrario, ci troviamo di fronte a un testo che non spiega né aggiunge nulla alla macchietta del ciuffo alla ‘Donald Duck’ e si ripete, a tratti, stancamente (il tema, ad esempio, delle formiche torna e ritorna). Il monologo è declinato in quadri su una scenografia che rimanda sia a Edward Gordon Craig sia al ‘palazzinaro’ protagonista, con un ottimo light design e le piacevoli musiche eseguite dal vivo da Valerio Mazzoni, Sergio Aloisio Rizzo, Jacopo Rugiadi e Gabriele Stoppa.
E a questo punto parte l’applauso, ma ne scriveremo su Persinsala, perché è soprattutto diretto al Teatro della Toscana:
https://teatro.persinsala.it/stefano-massini-e-lapplauso-al-teatro-della-toscana
Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Era
via Indipendenza, snc – Pontedera (PI)
sabato 29 novembre 2025, ore 21.00
Donald
Storia molto più che leggendaria di un Golden Man
di e con Stefano Massini
scene Paolo Di Benedetto
disegno luci Manuel Frenda
costumi Elena Bianchini
musiche Enrico Fink
eseguite da Valerio Mazzoni, Sergio Aloisio Rizzo, Jacopo Rugiadi e Gabriele Stoppa
produzione Teatro della Toscana
(2) https://www.politico.com/story/2015/09/donald-trump-candidate-wealth-2016-213362
(4) https://www.mondoallarovescia.com/villa-di-arcore/
(5) https://blog.casa.it/2016/11/09/donald-trump-tutte-le-case-del-presidente/
(6) https://aspeniaonline.it/i-numeri-della-poverta-negli-usa-dove-e-perche/
(7) https://www.inthenet.eu/2025/09/26/rubio-contro-lonu/
(8) https://www.huffingtonpost.it/esteri/2025/11/10/news/trump_bbc-20486442/
(9) https://www.inthenet.eu/2025/10/17/sotto-mandato-anglo-statunitense/ e https://www.inthenet.eu/2025/10/24/nuovo-mandato-anglo-statunitense-seconda-parte/
(10) https://www.inthenet.eu/2025/09/26/tony-blair-oltre-la-riviera-di-gaza/
(11) Il resto della frase: “Questo approccio si applica non solamente all’Europa ma anche agli altri Paesi. L’Europa, comunque, è più dipendente dagli Us in termini di sicurezza e nel dar forza alla propria politica estera – in questo caso, la sua libertà rispetto all’Ucraina. Nessuno dà retta all’Europa, ora, in quanto le sue élite hanno scommesso tutto nella convinzione che, attraverso le mani e i corpi del regime nazionalista di Kiev, avrebbero potuto infliggere una ‘sconfitta strategica’ alla Russia”, in https://mid.ru/en/foreign_policy/news/2061311/
venerdì, 5 dicembre 2025
In copertina: Foto di Filippo Manzini, Stefano Massini in Donald, prodotto dal Teatro della Toscana

