Come Andy Kaufman a Bagujo
di Simona Maria Frigerio
Come una falena impazzita o un comico in cerca di salvezza con la medicina New Age, Trump sta tentando (come il suo predecessore) in tutti i modi di risollevare il pachiderma capitalistico che guida.
Dopo che la mossa scacchista di Biden ha funzionato (allontanare la UE dalla Russia e, Nord Stream II o sanzioni poco conta, aver imposto al Vecchio Continente di acquistare energia più cara dagli States depotenziandoci come competitor industriali); Trump in maniera più tattica (probabilmente non conoscendo Philidor) ha imposto dazi e acquisti di armi tali che la UE è ormai a un passo dallo scacco matto, mentre le sue aziende spostano gli stabilimenti direttamente su suolo statunitense. Contemporaneamente, ha lasciato mano libera a Israele perché continui a destabilizzare il Medio Oriente, ma ha anche fatto un tour tra i petromiliardari arabi per assicurarsi i loro investimenti nel proprio debito pubblico; un golpe in Venezuela con sequestro di Presidente per accaparrarsi il petrolio (e tagliare i rifornimenti a un altro competitor, la Cina); una ecatombe di migranti per risolvere il problema della disoccupazione; e, infine, minacciando l’Iran punta su un ridimensionamento dell’influenza dei Brics e sul mantenimento dell’egemonia del dollaro quale moneta di scambio internazionale (così da rassicurare la Federal Reserve).
Un anno di mandato: ha già vinto la partita?
A gennaio sono stati resi noti i dati sulla salute economica e finanziaria del pachiderma e gli stessi sono contrastanti. Lo US Federal Boureau of Economics Analysis ha rilevato la Net International Investment Position (NIIP) del Paese, ossia la differenza tra gli investimenti stranieri negli asset statunitensi e quelli statunitensi all’estero. Ovviamente un NIIP negativo indica che lo Stato è un debitore, ossia dipende dagli investimenti esteri per sostenere la propria amministrazione, mantenere in salute l’economia ed essere credibile come nazione in cui investire. Al contrario un NIIP positivo indica che gli investimenti in asset esteri di uno Stato sono superiori a quelli di altri Paesi, fondi sovrani o privati stranieri nello stesso.
Il passivo registrato alla fine del 3° quadrimestre 2025, dagli US, era di -27,61 trilioni di dollari, mentre alla fine del 2° quadrimestre 2025, aveva toccato -26,16 trilioni di dollari (1). Ovvero, a fronte di un attivo di 41,27 trilioni, il passivo raggiungeva i 68,89 trilioni. Di conseguenza, l’economia e la macchina amministrativa statunitensi dipendono da capitali esteri e, se si verificasse una cosiddetta fuga di capitali (per mancanza di fiducia o come ritorsione, magari, per l’annessione della Groenlandia o la fornitura di nuove armi a Taiwan), anche Wall Street potrebbe crollare, insieme a un numero di colossi bancari e società di capitali.
Va meglio, forse, grazie ai dazi, sul fronte delle transazioni internazionali dove gli States nel 3° quadrimestre del 2025 hanno registrato un -226,4 bilioni di dollari a fronte di un -249,2 bilioni del quadrimestre precedente. Ovvero il deficit era pari al 2,9% del Pil, al di sotto del 3,3 % registrato nel secondo quadrimestre.
Anche a livello di commercio internazionale di beni e servizi le politiche di Trump (dazi, deindustrializzazione dei competitor, vendita di energia a prezzi alti) sembrano funzionare. In ottobre si è registrato un deficit pari a -29,4 bilioni di dollari, mentre a settembre 2025 era -48,1 bilioni. Le statistiche, in questo caso, sono su base mensile.
Anche le previsioni di Deloitte indicano una situazione incerta. Da un lato i consumatori devono far fronte a un aumento dei prezzi dovuto ai dazi (visto che la supply chain internazionale finisce per far ricadere, anche su prodotti Made in Us, i costi di componenti straniere). Questo fatto ha causato un rialzo della spesa per il consumo personale (PCE) al 3% nel 2026. Sebbene un tasso più basso del preventivato, bisogna tenere conto che le aziende trasferiranno i maggiori costi di produzione sul consumatore finale gradatamente, mantenendo la base inflattiva al di sopra del desiderato – dalla Federal Reserve – 2% almeno fino alla fine del 2028 (2). Sempre secondo Deloitte nonostante la diminuzione dei consumi, il Pil reale (ovvero che tiene conto dell’inflazione) dovrebbe attestarsi all’1,9% nel 2026, leggermente al di sotto del 2% previsto. L’inflazione si sarebbe mantenuta tra il 2,6 e il 2,7%, con gli aumenti maggiori registrati nei settori abitativo e alimentare.
Ciò che maggiormente preoccupa Deloitte sembra essere il mercato del lavoro che non riesce a riprendersi dopo la pandemia e l’ultimo shutdown, nonostante i dazi sui prodotti esteri e gli incentivi dell’amministrazione Biden alle aziende estere per trasferire le fabbriche su suolo statunitense. La grande offerta e poca domanda non incentiverà aumenti di stipendio, il che – secondo Deloitte – unitamente a una drastica diminuzione dell’immigrazione, porterà a una erosione della capacità di spesa dei consumatori. Il tasso di disoccupazione dovrebbe toccare il 4,5% nel 2026, dal 4% del 2024.
Dati e previsioni tutti da verificare anche in base alle prossime mosse del Presidente Trump ma, soprattutto, dei suoi possibili competitor – se si sentissero messi sotto attacco.
(1) https://www.bea.gov/data/intl-trade-investment/international-investment-position
venerdì, 6 febbraio 2026
In copertina: Foto di Rogier Hoekstra da Pixabay

