Il discorso di Mario Draghi a Lovanio
di Luciano Uggè
In occasione del conferimento di una laurea honoris causa, l’ex Premier e banchiere italiano è tornato su uno tra i temi che reitera fin dal Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, nel 2020: come svincolare i vertici europei da lacci e lacciuoli (1).
Mario Draghi ha una visione efficientista della politica e, di conseguenza, degli Stati ufficialmente a regime democratico europei. Una visione non basata sul dialogo tra parti contrapposte che rappresentano ideologie (magari!) o almeno interessi diversi e, dialogando, cercano punti di contatto. Bensì autocrazie (o plutocrazie, sarebbe meglio definirle) tecnicistiche che, come dichiarò a Rimini, possono far leva sul fatto che: «Oggi la politica economica è più pragmatica e i leader che la dirigono possono usare maggiore discrezionalità» (2). Traducasi: ad esempio, una von der Leyen può mandare un WhatsApp a un Ceo di un’azienda farmaceutica e opzionare l’acquisto di miliardi di vaccini (da comprare e smaltire a spese dei contribuenti) o alzare la spesa militare della UE da 27 miliardi ai paventati 800 miliardi di ReArm Europe.
Ma torniamo al discorso di Lovanio in cui Draghi avrebbe affermato che la nostra Unione Europea sarebbe nata sulla convinzione che esistesse un ordine internazionale fondato sul diritto e su istituzioni credibili, ma che tale sogno (o utopia), oggi, è venuto meno. E però, qui non incolpa coloro che lo hanno fatto venir meno ossia – da trentacinque anni a questa parte – mina le Nazioni Unite: gli States e la Nato con le loro azioni belliche, predatorie, destabilizzanti e i golpe, le rivoluzioni colorate, i regime change, l’uso di false flag, le bombe intelligenti, i danni collaterali, le sanzioni unilaterali e il bloqueo, gli omicidi di presunti nemici in Paesi sovrani, i sequestri di Capi di Stato, fino al genocidio dei palestinesi. Ebbene, il fallimento dell’ordine globale che avrebbe addirittura beneficiato l’intero globo terrigno grazie all’influenza incontestata statunitense (e chi potrebbe contestare la prima potenza nucleare al mondo?) e all’integrazione commerciale e stabilità europee (dimenticando fattarelli trascurabili come i bombardamenti sulla ex Jugoslavia o la separazione di Repubblica Ceca e Slovacchia o, ancora, la repressione del movimento indipendentista catalano, eccetera), è colpa di altri.
Draghi arriva persino a dire che la povertà è complessivamente diminuita grazie a questa congiuntura di interessi occidentali – quando l’1% della popolazione mondiale, oggi, possiede ben il 95% della ricchezza. Ma allora, se il giardino fiorito non è più così florido di chi sarebbe la colpa? Della distruzione del Nord Stream II, degli impegni sottoscritti proprio dai pluticrati europei di acquistare energia molto più cara dagli US e consegnare la Germania e, a ruota, l’industria europea a una fase di deindustrializzazione e recessione (o riconversione in economia di guerra)?
No, niente di tutto ciò. Il punto di rottura tra commercio e sicurezza sarebbe occorso per colpa della Cina, che si sarebbe inserita (noi diremmo avrebbe rivendicato di entrare) in un sistema multilaterale. E per fortuna che non è stata, anche questa volta, colpa di Putin (sic!). In pratica, si è passati a cosiddette strategie mercantilistiche orientate al vantaggio assoluto, che avrebbero imposto ad altri (leggasi, la Germania) la deindustrializzazione e la distribuzione in modo diseguale dei benefici della globalizzazione. Anche qui non chiamiamo in causa il Paese egemone, non facciamogli le pulci sull’enorme debito del Tesoro che abbisogna che il mondo utilizzi i dollari per gli scambi internazionali né che la deindustrializzazione, alla UE, la sta regalando il medesimo Paese egemone e cosiddetto alleato, mentre i benefici della globalizzazione sono del tutto relativi – altrimenti il Sud del mondo non continuerebbe a rivendicare di poter sfruttare liberamente le proprie ricchezze naturali, energetiche e minerarie.
Secondo Draghi, quindi, la minaccia non è il crollo dell’ordine globale (ovvero delle Nazioni Unite e degli organismi come l’UNRWA in favore, magari, di organismi privati, incontrollati, i cui fondi elargiti da Paesi terzi sarebbero, però, gestiti direttamente dagli States, come Trump vuol fare per la Gaza Riviera); il pericolo sono il frazionamento europeo voluto dagli States e la Cina, che controlla, di fatto (grazie a esternalizzazioni e globalizzazione rivendicate dai nostri brillanti industriali per decenni), la supply chain.
Ma Draghi va oltre perché collega gli interessi finanziario-industriali europei con la preservazione di presunti valori. Quali valori? Quelli capitalistico-liberisti e quelli individualistico-edonisti che, poi, a conti fatti, emergono in queste settimane in quel crogiuolo sadiano degli Epstein files? Draghi vede attraverso lenti un po’ appannate quando decanta un presunto rispetto mondiale per la UE nei campi in cui sarebbe unita, ossia il mercato unico e la politica monetaria. Il primo è messo a rischio da scelte scellerate come aver lasciato fallire la Grecia, le sanzioni unilaterali imposte contro la Russia, la dipendenza dalle fonti energetiche statunitensi o, ancora, gli affaire in stile Pzifer o gli scadali dei Mondiali di calcio (per non parlare del ReArm EU). La seconda, ossia il famoso Euro, è frutto di una politica monetaria che taglia welfare al fine di contenere i disavanzi pubblici a scapito delle popolazioni europee e, nel contempo, pompa inflazione in quei Paesi – come la Croazia – che vi aderiscono spericolatamente.
L’Unione Europea dovrebbe quindi unirsi ancora di più sotto una leadeship che non deve giustificare il proprio operato agli elettori, affidando a Bruxelles la difesa comune (ovvero un esercito europeo che dovrebbe sommarsi alla Nato?); la politica industriale (come se in questi anni non avessimo visto lo strapotere tedesco cosa è riuscito a fare in Paesi meno industrializzati, conducendo le varie troike per lo smantellamento dello stato sociale e per accaparrarsi risorse nazionali altrui); e gli affari esteri, dove brillano già oggi personaggi della caratura di una Kaja Kallas.
A questo punto ci chiediamo: in che mondo vive ma, soprattutto, a quali interessi risponde Mario Draghi? Affermare che colei che ha alterarato il mitico processo della globalizzazione sia stata la Cina è sorprendente soprattutto se, prima, si afferma che il capitalismo europeo ha distribuito benessere e cultura nel Sud del mondo o, comunque, in quei Paesi che noi continuiamo a considerare un gradino al di sotto della UE in tutti gli aspetti (da razzisti e colonialisti quali eravamo e continuiamo a essere).
La guerra in Ucraina: l’origine degli attuali problemi dell’Unione Europea, eterodiretta dagli US, è stata in buona parte sostenuta anche dai Paesi europei – vedi le dichiarazioni di Hollande e Merkel (3 e 4). Una guerra con l’obiettivo di assicurarsi che le risorse russe – fornite sino a quel momento a buon mercato – finissero sotto il nostro diretto controllo. Non aver capito, per tempo, che erano gli Stati Uniti il peggior nemico della UE ha comportato scelte, collettive, suicidarie. Chi tirava le fila e strepitava contro la dipendenza energetica europea dalla Russia, ha deciso e imposto, con le Commissioni non elette a suffragio universale, la tabella di marcia che ci ha portato alla soglia del baratro – a livello economico, sociale e, forse, persino rispetto alla guerra. E ci ritroviamo con una dipendenza energetica molto più costosa e inquinante – dagli States – che possono dettare la nostra agenda economica a suon di dazi annunciati e, a volte, imposti. Così la nostra geniale leadership europea deve andare a discuterne su un campo da golf e ritornare, a Bruxelles, con le cosiddette pive nel sacco ma ufficialmente soddisfatta.
Verrebbe da chiedere a Draghi se ha mai parlato con i greci a proposito delle misure imposte – sempre dalle suddette Commissioni. Il continuo spostamento dei fondi dal welfare ad altri ambiti, di volta in volta annunciati come cruciali e forieri di sviluppo ma presto dimenticati (i vaccini e la sanità pubblica, il clima, le caldaie performanti e le auto elettriche e, adesso, le armi) sono l’indice non di mancanza di condivisione bensì di mancanza di idee, lungimiranza e scopi reali da perseguire per benefici condivisi dall’intera popolazione.
Gli interventi in campo internazionale, della UE, ci sono stati e contunuano a esserci (vedasi in Ucraina come in Nord Africa, per esempio in Libia, e Sud America, dalla Bolivia al Venezuela) e sono stati talmente brillanti che ci hanno portato a essere dei reietti impresentabili. Le Commissioni e i vari Ministri degli esteri della UE, con il sostegno al genocidio del popolo palestinese – che continua con il contributo anche delle aziende belliche delle nazioni europee – hanno ormai perso anche quel minimo di credibilità che Paesi singoli, come l’Italia, erano riusciti a conquistarsi in Medio Oriente. Mentre le sanzioni unilaterali, non approvate dall’Onu e quindi illegittime, verso Paesi con sistemi politici, credi religiosi e costumi/culture diversi dai nostri (e sono centinaia), per la presunta difesa di diritti umanitari, impallidiscono di fronte alla realpolitik che porta a inchinarsi di fronte a un ex terrorista, ancora imbrattato del sangue di alawiti e cristiani, autoproclamatosi presidente.
Ormai a questa UE davvero sembra non resti alternativa che riarmarsi, ma se lo faremo per costituire un esercito europeo (come vuole Draghi per controbilanciare la forza nucleare francese – economicamente in cattive acque – con la ricchezza industriale tedesca – povera di difese), cosa accadrà alla Nato? Scioglieremo almeno tale struttura destabilizzante visto che non esiste più la ragione per la quale nacque, ossia arginare il blocco sovietico? Draghi ha forse caldeggiato almeno un nostro appropriarci delle basi Nato su suolo europeo?
La verità è altra e la battaglia che adesso si gioca è solamente una: acquistare armi dagli States o dalle aziende belliche europee e questo, però, non si può ammettere e tanto meno dire.
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venerdì, 20 febbraio 2026
In copertina: Mario Draghi al Parlamento Europeo nel 2024 (CC BY 2.0)

