Una eredità
di Gerald Feldman (traduzione di Simona Maria Frigerio)
Dato che la storia della fotografia, quale medium di espressione artistica, copre poco più di un secolo, la capacità di fissare permanentemente una immagine del mondo esteriore, proiettata attraverso le lenti su una superficie stabile, non dura da molto di più. L’abilità di mostrare gli strati di invenzione culturale ed esplorazione, così distintamente pronunciati, in nussun altro lavoro è più evidente che in quello di Robert Bianchi.
Nato e cresciuto nella metà degli anni 20 del Novecento a New York City, in una intersezione esistenziale nella quale accettare che la fotografia fosse davvero arte e talmente valida da meritare studi seri (Bianchi ha conseguito un Master of Fine Arts presso il Brooklyn College) si è incontrata con il periodo in cui i primi artisti hanno utilizzato pionieristicamente il medium fotografico come mezzo di espressione. Gli stessi non erano semplici maestri viventi, ma erano abbastanza giovani e capaci da adattarsi e diventare insegnanti e mentori quando Bianchi raggiunse la maturità. (Immaginate un pittore del XX° secolo che abbia la possibilità di venire in contatto, personalmente, con Leonardo o Raffaello!).
Scavando, si arriva a un periodo nella giovinezza di Bianchi, in cui lo stesso ricevette i propri insegnamenti addirittura da Philllipe Halsman (nato nel 1906, appena oltre la soglia del XIX° secolo e già nel XX°). Emigrato da Riga sarebbe diventato uno tra i pochi maestri immediatamente riconosciuti nel campo della ritrattistica fotografica (il suo portfolio è ricco di immagini iconiche di maestri di quel periodo, in altri campi – Dalí, Einstein, Brando, un giovane John Kennedy). Halsman utilizzava come marchio di fabbrica il suo umorismo per creare giustapposizioni surreali sorprendenti, ottenute a volte grazie a effetti speciali della tecnologia fotografica analogica degli albori, quali esposizioni multiple e stampe composite, come si evidenzia nell’adattamento di tale tecnologia al digitale nei lavori di Bianchi (una autentica evoluzione) per creare un immaginario densamente dettagliato, sublimamente poetico, profondamente intessuto e che sarebbe stato impossibile da produrre ai tempi di Halsman.
A un altro livello possiamo scoprire la capacità di adattamento di Bianchi a un’altra tecnica analogica degli albori. La ‘solarizzazione’, del fotografo surrealista Man Ray (scoperta probabilmente per caso), pittore e cineasta, nato a Philadelphia nel 1890 (lo stesso secolo in cui, solo pochi decenni prima, fissare e preservare un’immagine fotografica su un sostrato solido era diventato finalmente possibile) e cresciuto a Brooklyn (New York City). La solarizzazione era una tecnica da camera oscura che produceva una stampa fotografica, contenente stranamente sia aree positive sia negative di un negativo fotografico convenzionale. Ottenuta esponendo la stampa che si sviluppava normalmente a un improvviso lampo di luce. Disturbante e fantasmatica, la solarizzazione dimostrava l’affinità del surrealismo con l’irrazionale. Contraddizioni. Assurdo.

Perseguendo l’obiettivo estetico e personale di diminuire lo spazio esistente tra ciò che è osservato e chi osserva, tra visto e non visto, il rivelato e ciò che è nascosto, Bianchi ha utilizzato una propria variante della tecnica originale da camera oscura, utilizzando una pellicola Polaroid per velocizzare i risultati di questo processo sperimentale nato, forse, da un errore.
“Ho fotografato spesso nudi… Ma non stavo ritraendo la persona, quanto uno stato dell’essere. L’anima è molto più elusiva del corpo… Cercavo i segreti e le storie mai raccontate nell’intimo delle persone mentre, simultaneamente, esploravo me stesso. Il pensiero che tutti noi siamo sia positivi sia negativi è ciò che mi ha condotto a solarizzare il negativo. Può essere rivelato qualcosa nascosto nei più profondi meandri? …Direi: ‘È ora di smettere di nascondersi’. E così possiamo iniziare”.


Che Bianchi abbia ottenuto successo nella sua ricerca lungo la sua lunga carriera è evidente dal numero di mostre e collezioni permanenti che ospitano le sue opere.
È stato artista ospite presso l’American Academy di Roma. I suoi lavori sono stati esposti e collezionati in musei di tutto il mondo. Il Museum of the City of New York ha acquistato 28 opere della serie West Side Highway, e altri lavori sono presenti al Brooklyn Museum, al Chrysler Museum, presso The Museum of Fine Arts di Houston e il Musée de l’Eysee di Losanna, in Svizzera. Robert Bianchi è stato il primo artista in campo fotografico al quale è stata dedicata una personale dall’Aldrich Museum of Contemporary Art – altamente apprezzata dal New York Times. Le sue opere sono state esposte e sono state portate in giro dal Kinsey Institute e, recentemente, messe in mostra presso la Leslie Lohman Gallery di New York City.
Ma aspettate. Vi è un’altra storia mai narrata che va disseppelita. Riconosciuta. Salvata dall’oblio, riportata alla memoria. E finalmente raccontata.
È la storia di una eredità. Una eredità lasciata da un movimento. Un movimento che diede vita a un’organizzazione di anime con una mente simile, alla ricerca di un obiettivo comune. Insieme, con una dedica talmudica, provarono a distillare – da esperienze e interessi distanti fra loro – un significato, un proposito e un metodo che altri potessero seguire.

La Photo League fu fondata nel momento più critico della Grande Depressione, quando moltitudini cercavano (di salvare) qualcosa (dall’impoverimento fisico e spirituale) – un antidoto all’alienazione e alla disperazione.
E siccome la League nacque in un Paese ove il pluralismo è il credo; a New York City, dove lo scambio interculturale e intellettuale (la sua moneta comune) era la regola; la League evitò il provincialismo, fu naturalmente cosmopolita, ed ecumenica nella sua tolleranza delle idee più disparate da essere dibattute e dei metodi da esplorare, dai quali la verità potesse essere estratta. (Quindi, è facile dimostrare che la nozione comune che la League portasse avanti solo opere documentarie di significato sociale è un errore – sebbene le stesse fossero dominanti, essendo il risultato di un certo orientamento politico; molte furono di avant-garde, puramente estetiche, persino astratte).
Iniziando da Paul Strand, uno dei co-fondatori della League, passando per i suoi membri, associati e maestri, la League attrasse il meglio dagli States e oltre. Tra i nomi, ancora oggi ricordati con stima: W. Eugene Smith, Richard Avedon, Weegee (Arthur Fellig), Ansel Adams, Robert Capa. Tutti familiari – quanto termini casalinghi – per coloro che hanno investito seriamente, a livello creativo e intellettuale, nella produzione fotografica. Al suo apice la League ebbe filiali in tutta la città, tanto da diventare una specie di ‘Scuola di Atene’ statunitense per lo studio e l’impegno nell’arte fotografica.
Ma appena pochi anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale e a quasi due decadi dalla sua nascita, la League dovette chiudere i battenti. Bandita nel 1951, in quanto accusata di essere un’organizzazione ‘sovversiva’ dall’allora recentemente costitiito Comitato per le Attività Anti-Americane. Il Comitato rappresentava l’ala di estrema destra del Paese che, dalla vittoria sul Fascismo, era passata, senza scusanti né soluzione di continuità, ad abbracciare tacitamente i principi fascisti. Distruggendo, attraverso liste di proscrizione e la reclusione in carcere, coloro che avevano avuto la sfortuna, in gioventù, di firmare una petizione, unirsi a un gruppo, o supportare una causa a favore della giustizia e della responsabilità sociali. O coloro che, dotati di un qualche orgoglio e integrità personale si rifiutarono di conformarsi, non riuscirono a sfuggire all’attenzione, raddrizzarsi e spostarsi a destra.
(Ovviamente la League fu un obiettivo facile, dato che gli artisti con generalmente anti-conformisti. La league per sua stessa ammissione era di sinistra in tempi che andavano a destra, ed essendo fiorita nel periodo in cui occorreva soddisfare i bisogni primari della Grande Depressione, naturalmente, alcuni membri erano comunisti – se non partecipanti attivi in cellule, almeno in coscienza e principi).
Cosa rimase quando le classi terminarono la loro attività, le esposizioni furono cancellate, i dibattiti furono silenziati e i laboratori smantellati?


Una eredità
Tutti i membri, gli studenti, i maestri, i supporter e gli amici non scomparvero – semplicemente. Tornarono sul campo. Continuarono a fotografare e a creare. Discutere, insegnare, imparare e seminare.
E Robert Bianchi, tra altri della sua generazione che arrivò dopo la League, ne trasse beneficio.
Come si potrebbe altrimenti definire ciò che accadde quando è Bianchi a raccontare: “Ho studiato un anno con un fotografo ‘Ashcan’, Lou Bernstein. Inoltre, al Brooklyn College, dove ho ottenuto il mio MFA, ho avuto Walter Rosenblum per insegnante”.
Lou Bernstein e Walter Rosenblum non sono nomi insignificanti di maestri anonimi. Bensì ex membri della Photo League. Uomini dai meriti significativi con molto da dare a chi voleva seguirli.


Lou Bernstein, oltre ad aver partecipato a quasi settanta mostre nel corso della sua lunga vita, ha insegnato in laboratori fotografici per più di trent’anni. Collezioni delle sue opere sono presenti al New York City’s Museum of Modern Art, al Museum of Fine Arts di Houston, in Texas, al New York’s International Center of Photography, al Jewish Museum (sempre a New York), e presso il Columbus Museum of Art in Ohio. Due tra le sue fotografie sono state incluse nella monumentale mostra di Edward Steichen, intitolata The Family of Man.
Walter Rosenblum è stato amico per tutta la vita e protégé del co-fondatore della Photo League, Paul Strand. È stato fotoreporter di guerra durante la Seconda Guerra Mondiale e ha scattato le foto dello sbarco in Normandia insieme al collega, Robert Capa (che avrebbe insegnato nella League dopo la guerra). I due, insieme, hanno catturato alcune delle immagini più iconiche dell’invasione (che sono state esposte in innumerevoli mostre fino ai nostri giorni). Rosenblum ottenne la stella d’argente, tra altre onorificenze e citazioni, il Purple Heart e la stella di bronzo, e fu tra i fotoreporter di guerra più decorati del conflitto. Ha insegnato al Brooklyn College per quarant’anni, dove tra i suoi studenti ebbe anche Robert Bianchi.
E per capire fino a dove si può affermare che l’eredità della Photo League sia arrivata, basta citare Robert Capa quando diede questo semplice consiglio ai fotografi insoddisfatti dei propri lavori: “Se i tuoi scatti non sono abbastanza buoni, è perché non eri abbastanza vicino”. (Con cui Capa sembra intendere che agire cautamente e auto-preservarsi siano azioni che intralciano il cammino verso la verità).
Quanto lontano e profondamente sia giunta questa eredità lo si comprende quando si ascolti la eco di tali parole negli sforzi di Robert Bianchi per avvicinarsi e catturare: “uno stato dell’essere. L’anima è molto più elusiva del corpo… Cercavo i segreti e le storie mai raccontate nell’intimo delle persone mentre, simultaneamente, esploravo me stesso… Può essere rivelato qualcosa nascosto nei più profondi meandri? …Direi: ‘È ora di smettere di nascondersi’. E così possiamo iniziare”.


Mostra virtuale a cura di Gerald Feldman per Pamela Goldman, Curatore e Fondatore del Museum Mile Contemporary, istituzione no-profit.
Per inviare un messaggio all’artista o all’amministratore del sito, cliccare: https://www.museummilecontemporary.org
Il sito dell’artista: https://www.robertbianchiphotography.com
(1) La Ashcan School è stato un movimento artistico statunitense del primo Novecento noto per la rappresentazione realistica della vita urbana
Articolo in lingua originale:
venerdì, 20 febbraio 2026
In copertina e nell’articolo: tutte le immagini, courtesy l’artista © Robert Bianchi (tutti i diritti riservati. Vietata la riproduzione)

