Un viaggio nel sacro femminino
di Simona Maria Frigerio
Affinità. Avete mai notato come la tholos (ossia la struttura architettonica circolare) del Pozzo Sacro di Santa Cristina, in Sardegna, rammenti la tomba a tholos micenea che ha preso il nome della mitica moglie di Agamennone, Clitemnestra? O che si acceda nel primo attraverso un portale rastremato e, nella seconda, in fondo al dromos, si trovi un portale non solo leggermente rastremato ma sormontato da un triangolo di scarico che ne accentua la linearità – restituendo la medesima sensazione di verticalità?
Avete mai notato (lo si ricorda anche in Eresias) come l’affascinante Dea dei serpenti della civiltà minoica, con quel seno scoperto e il bustino aderente, ricordi da vicino alcuni costumi della tradizione sarda? Così come il velo sul capo delle donne non sia solamente legato alla tradizione islamica bensì faccia parte dell’abbigliamento canonico di popoli e civiltà che hanno attraversato i millenni? Basti pensare al krédemnon, proprio della Grecia Antica, e al muncadore sardo, che è realizzato con fogge e tessuti diversi a seconda dei paesi.
E ancora, alla Grotta di San Giovanni (presente anch’essa nel docu-film) si accede attraversando una faglia nella roccia che rammenta, in piccolo, l’Orecchio di Dionisio siracusano; mentre l’altare prenuragico di Monte d’Accoddi (unico in Europa) ci conduce direttamente in Egitto, in Mesopotamia, nella sumerica Ur – ma anche verso le piramidi mesoamericane.
Sembra che un filo rosso, come il cordone ombelicale coperto di sangue, ricolleghi ogni civiltà all’utero della medesima dea madre. A Cerere o Demetra, e alla Terra – col suo ciclo lunare che noi donne celebriamo, ogni mese, con il sangue mestruale.
Dalle affinità alle suggestioni
È sempre un’eresia raccontare la storia attraverso la matrilinearità, attraverso il sacro femminino, attraverso le infinite possibilità di una società matriarcale che non vuole uniformarsi allo sguardo, né soggiacere al potere, del maschio; ma rivendica una visione altra. È eretico in tempi in cui le donne – da von der Leyen a Metsola, da Meloni a Kallas fino alle soldatesse italiane degli spot (1) – per affermare la parità di genere credono di dover aderire al modello maschile: violento, bellicista, capitalista e predatorio.
Dall’archetipo alla storia è utile ricordare che in Sardegna, fino al 1820, non esisteva la proprietà privata (introdotta dai Sabaudi) riguardo alle terre, che erano a uso collettivo. Ma con l’Editto delle Chiudende, emanato da Vittorio Emanuele I°, come recita Dentoni si videro: “Terreni chiusi a mura fatti a chi ne afferra di più. Se il cielo fosse stato in terra avrebbero chiuso anche quello”. E d’un tratto, ecco irrompere immagini d’epoca delle lotte contadine, con le donne vestite di nero e, sul capo, i foulard strettamente annodati sotto il mento; e i murales di Orgosolo che rivendicano “Concimi non proiettili”, e reinterpretano Guernica perché oggi di Guernica ce ne sono dieci, cento, mille.
E come ai tempi della baronia, delle due guerre mondiali, di tutti i successivi conflitti provocati dagli Stati Uniti o dalla Nato, sono le donne che piangono i figli. A Gaza sono le sorelle, le mogli, le figlie, le madri – e le vediamo nel docu-film con un perfetto montaggio dove passato e presente, poesia e racconto, panorami naturali e folklore si fondono con armoniosa magia.
Qui la tessitura diventa il simbolo non di una costrizione patriarcale, non dell’attività adatta all’‘angelo del focolare’, ma di un modo per riconnettere l’universo: il nostro passato col presente, il Mediterraneo con la Mesoamerica, Marjia Gimbutas con Luce Irigaray. Perché noi donne, come le moire, non dobbiamo mai dimenticarci che possiamo filare lo stame, misurare la lunghezza e recidere il filo della vita. Da madri ad accabadore, passando per il nostro stesso sacrificio.
Pomone, streghe, menadi o dee della fertilità. Eva o Lilith – entrambe: la prima per la sua sete di conoscenza, la seconda perché creata della stessa sostanza di Adamo, o delle supernove. Dee ancestrali o figure mitologiche che, nel corso del tempo, la cristianità ha reinterpretato adattandole a una visione patriarcale e fallocentrica del mondo, insieme a quei simboli che si sono trasformati così profondamente da capovolgere il proprio significato al servizio del maschio. Sempre e comunque in cerca di qualcosa: una verità più profonda, una giustificazione al dolore nella consapevolezza dell’eterno ritorno.
Il docu-film di Daniela Vismara Turri, interpretato da Grazia Dentoni (che conosciamo da alcuni anni e di cui apprezziamo l’instancabile lavoro teso a dialogare con la realtà che lei, come noi, attraversa – ma da artista) è talmente stratificato che si potrebbe scriverne per ore. E però è meglio che i nostri lettori lo guardino e si lascino affascinare dagli spazi, incantare dalle musiche, cullare da quel dialetto sardo che scivola come un mantra – ancestrale e viscerale insieme. Ma anche politico perché il corpo stesso della donna è, da sempre, campo di battaglia. E allora vi vogliamo lasciare con qualche verso di un poeta che non si è mai arreso ai soprusi, un sardo, un socialista utopico, un ribelle, Peppinu Mereu: “Senza distinziones curiales / devimus essere, fizos de un‘insigna / liberos, rispettados e uguales”.
Eresias
ispirato al lavoro archeologico di Marjia Gimbutas
liberamente ispirato a Matrilineare
progetto e regia Daniela Vismara Turri
con brani tratti da I racconti della Nuraghelogia di Raimondo De Muro e il poema In Sinu – Grembo di Viviana Ravaioli
consulenza artistica e interprete Grazia Dentoni
composizione ed esecuzione launeddas Zoe Pia
composizione sonora nel Pozzo di Tanit Donatella Livigni
con la partecipazione di Inoria Bande, Susanna Frongia e Francesca Pittalis
coodinazione delle Donne delle danze sacre in cerchio, Adriana Ester Bertolotti
a cura di Serena Schiffini
fotografia e riprese Gianluigi Toninelli
riprese drone Antonio Ferdinando Franzese
montaggio Samantha Roberts
costumi di Grazia Dentoni e Zoe Pia, Alessandra Curreli
voce fuori campo: testo Daniela Vismara Turri, voce Grazia Dentoni, traduzione Anna Cristina Serra
traduzione Inno a Inanna e Inno a Iside, Grazia Dentoni con la collaborazione di Ufficio di lingua sarda del comune di Quartu (Arianna Asunis)
ideazione grafica Sofia Gasparetti
edizione audio Miranda Tomassoni
musiche Daniela Pes, Clara Murtas, Cantico del Mare, Zoe Pia, Donatella Livigni, Inoria Bande, Grazia Dentoni, Chiara Floris, Maria Teresa Cau, Maria Carta
Produzione Rai Sardegna
Centro di Produzione Rai di Milano
(in sardo con sottotitoli in italiano)
Il docu-film è presente su Rai Play:
https://www.raiplay.it/video/2026/03/Eresias-0f37c395-dc12-47f4-8278-90efe36969d9.html?wt_mc=2.www.wzp.raiplay_vid_RaiSardegna-RaiSardigna
(1) https://www.instagram.com/ministerodifesa_official/reel/DVnlUr4gqFX
venerdì, 27 marzo 2026
In copertina: Grazia Dentoni nella Locandina del docu-film (particolare per ragioni di lay-out)

