Kyōgen e Teatro Nō alla Pergola di Firenze
di Simona Maria Frigerio
Recensire da occidentale i linguaggi della più antica tradizione teatrale giapponese è arduo in quanto profondamente radicati in una forma mentis creativa che non mi appartiene.
Come spiega a inizio spettacolo l’ultimo (per ora) erede della Compagnia, Kazufusa Hōshō, il Teatro Nō (ma tale affermazione calza a molte espressioni artistiche orientali) si basa sulla forma, e sulla sempre più precisa e raffinata ripetizione della stessa – alla quale, nel tempo, l’interprete impara a dare un significato. Le arti occidentali, al contrario, si basano su un contenuto, un concetto, un’idea che l’autore o l’artista esprimerà, poi, in una forma originale. Traslando in un altro campo, si potrebbe paragonare la visione orientale a quella di Jorge de Burgos in Il nome della rosa – che affermava come si debba preservare la conoscenza degli antichi, in pratica, solo copiandola e non certo modificandola; laddove per la scienza moderna ogni teoria può essere messa in dubbio e confutata da nuove prove – e, quindi, non esistono verità assolute immodificabili. E però non è corretto pensare che il Giappone non abbia prodotto nuove forme o sia staticamente ancorato a un passato da album dei ricordi quando non da spot turistico. Esistono altri linguaggi espressivi che si sono sviluppati confrontandosi con la realtà contemporanea (come il butō, ad esempio, nato dalle ceneri della Seconda guerra mondiale e dalla tragedia delle bombe atomiche statunitensi su Hiroshima e Nagasaki), oppure avvalendosi di un’attrezzistica e congegni teatrali innovativi (come nel caso del kabuki).
Non faremo quindi una recensione in senso stretto del primo spettacolo, Fukuru Yamabushi, il Kyōgen (che rammenta la farsa più che la Commedia dell’Arte – paragone improprio fatto da Kazufusa Hōshō nel preambolo) dato che, a parte la mimica, il riso è sempre un’esternazione difficile da sollecitare in quanto legata a tempi e temi radicati nella cultura e nella storia (persino recente) dei diversi Paesi. Ma ci soffermeremo su alcune ‘mancanze’ di Funa-Benkei che, essendo il Teatro del Nō fondato su una forma precisa, ne hanno inficiato in parte il risultato.
La prima mancanza è quella del palcoscenico tradizionale (butai). Sebbene si capisse che gli interpreti si muovevano in un quadrato (immaginiamo in legno, come prescritto), la mancanza della pagoda aperta su tre lati, dello spazio liminale in cui gli spiriti si presentano ai vivi, si è fatta sentire – così come del fondale (katami-ita), sul quale è dipinto un pino stilizzato che rimanda al Santuario Kasuga e alle origini shintoiste di questa forma teatrale. Malgrado mancasse (per ovvie ragioni di spazio) anche la passerella laterale (kashigakari), le quattro colonne che sorreggono la pagoda, semplificate in quattro piccoli pilastri che fungevano bene da punti di orientamento per l’interprete in maschera, d’altro canto non permettono la disposizione precisa, ad esempio, del suonatore di flauto, che dovrebbe sedere ai piedi della Fue-Bashira.
Ma ciò che è mancato di più, oltre alla sabbia o ai sassolini bianchi che dovrebbero delimitare il palcoscenico e far risaltare le luci (shirazu), sono i famosi vasi di coccio vuoti posizionati sotto al pavimento di legno che permettono di ottenere un’acustica tale che gli spettatori sentono persino il fruscio dei piedi strascicati degli interpreti (surashi), così come amplificano il rumore dei passi quando la danza dei demoni si fa più concitata e diventa quasi un contrappunto ai tamburi.
Infine è mancato quel gioco di luci e quegli impercettibili movimenti del capo del protagonista che, semplicemente assumendo posizioni leggermente differenti, restituiscono l’impressione che la maschera rida, pianga o in qualche modo riesca a interpretare le emozioni del personaggio: è un’illusione, ovviamente, ma rara e che denota la perfetta padronanza della forma del Nō.
Bravi i componenti del coro, divertente l’attore di Ai-Kyōgen nel ruolo del rematore, ottimi i tamburi (molto meno il flauto), il bambino nei panni di Yoshitsune, sebbene figlio di Kazufusa Hōshō e presente in scena anche per rafforzare il sentimento di tradizione familiare, da sciocchi occidentali lo vedremmo meglio giocare liberamente in un prato coi suoi coetanei.
Gli spettacoli sono andati in scena:
Teatro della Pergola
via della Pergola, 12/32 – Firenze
giovedì 1° ottobre 2026, dalle ore 19.00
Fukuru Yamabushi
(L’eremita e il gufo)
con Kennosuke Nomura, Kota Ishii, Yuki Kono
Farsa comica Kyōgen
a seguire:
Funa-Benkei
(Benkei sulla barca)
con Kazufusa Hōshō, Hiroshi Obinata, Yo Obinata, Tomoharu Hōshō
musicisti: flauto (nohkan) Yu Takamura, tamburo piccolo (ko-tsuzumi) Yoshiaki Litomi, tamburo grande (o-tsuzumi) Yuichiro Kawamura, tamburo (taiko) Kazuha Nakata
coro (Jiutai) Sotaro Waku, Tobiyoshi Naito, Yoshimitsu Kanamori, Hajime Tazaki, Kohei Iwakami
assistenti di scena (kouken) Satoshi Nozuki, Takashi Higashikawa
stage manager Nanae Nishi
production managers Akiko Sugiyama e Rino Sasaki
coordinamento progettuale Change performing arts
progetto speciale in occasione dei 160 anni delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone
con il sostegno di Agenzia per gli Affari Culturali del Governo Giapponese e del Tokyo Club
Dramma tradizionale di Teatro Nō
(spettacolo in giapponese con sovratitoli in italiano e inglese)
venerdì, 9 ottobre 2026
In copertina: Foto gentilmente fornita dall’Ufficio stampa del Teatro della Toscana (non rispondente a quanto visto alla Pergola di Firenze)


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