L’Onu e la reticenza su Gaza
di Simona Maria Frigerio
Il World Food Programme, l’organizzazione delle Nazioni Unite costituita nel 1961 per supplire alla mancanza di alimenti base in zone di guerra o devastate da carestie, terremoti e altri eventi naturali di particolare gravità, ha lanciato una campagna su diversi media, con testimonial famosi, per chiedere a noi cittadini (italiani e non solo) di mettere mano al portafoglio e aiutare donne e bambini denutriti a Gaza. Meritevole?
O ipocrita?
Non una parola su chi abbia raso al suolo il 70% di Gaza, compresi ospedali, scuole, università, moschee, abitazioni civili ma anche riserve d’acqua potabile, strade, ponti, infrastrutture indispensabili per la vita umana. Solo immagini di una immane distruzione che potrebbe essere imputabile a qualsiasi terremoto e di bambini usati per risvegliare il nostro pietismo.
Non una parola su chi abbia venduto e continui a vendere armi a Israele per compiere tali crimini di guerra, che stanno portando alla decimazione della popolazione civile nella Striscia di Gaza e, quindi, al genocidio o, se preferite, alla soluzione finale per il popolo palestinese in quella che, per alcuni, è la Terra Santa, per altri la Terra Promessa, per i palestinesi semplicemente la loro terra.
Non una parola sull’assedio e l’occupazione perpetrati dall’Idf che, non solamente controlla e centellina l’entrata dei mezzi a Gaza con gli aiuti umanitari – che dovremmo finanziare noi – ma che sta letteralmente affamando un popolo, certo della propria impunità e del disinteresse dei più oltre che della complicità dei soliti noti. Mentre aziende e università italiane e israeliane continuano a portare avanti ricerche e partnership dual use.
Quindi, no, non ha senso permettere agli italiani di sentirsi con la coscienza pulita donando qualche euro al mese per derrate alimentari che non si sa nemmeno se e quando arriveranno a destinazione.
L’Onu avrebbe il dovere di imporre a Israele, con le sanzioni, di interrompere l’assedio e costringere i colonizzatori sionisti a rientrare nei confini stabiliti dalle stesse Nazioni Unite decenni fa.
L’Onu avrebbe dalla sua il diritto internazionale e il dovere di proteggere la popolazione palestinese anche appellandosi alla Responsabilità di Proteggere (R2P) – norma internazionale adottata dalle Nazioni Unite nel 2005 e della quale si è avvalsa la Russia per intervenire in Donbass. L’Onu, che ha autorizzato i bombardamenti della Nato in Libia nel 2011 – solamente per compiacere e favorire gli interesse economici di alcuni Paesi occidentali – non fiata quando si tratta di States o Israele?
Speculare in borsa investendo, magari, in aziende italiane complici di Israele o che vendono armi a uno Stato/nazione non più laico, bensì che rivendica costituzionalmente l’Apartheid – in quanto appannaggio degli ebrei, mentre i cittadini islamici e cristiani sono ormai di Serie B – e ripulirsi la coscienza facendo l’elemosina è da ipocriti, pusillanimi struzzi che, un giorno, quando si affacceranno nuovamente al mondo dovranno giustificare perché hanno permesso questo secondo Olocausto.
venerdì, 19 giugno 2026
In copertina: Palestina, foto di Hosny Salah da Pixabay


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