La legge è uguale per tutti, mentre il doppio standard mostra la corda
di La Redazione di InTheNet (traduzioni di Simona Maria Frigerio)
Qualcuno forse si ricorderà dei Buddha di Bamiyan – opere del VI° secolo d.C., che troneggiavano dall’alto di due pareti rocciose nella valle omonima, in Afghanistan. Il 12 marzo 2001 le due statue furono distrutte dai talebani per impedire che le stesse fossero venerate – sullo stile del vitello d’oro incenerito da Mosé ma, con l’aggravante che, nell’Esodo, si narra come gli israeliti dovettero bersi pure l’acqua in cui erano state sparse le sue ceneri.
In ogni caso, nel 2001, al contrario di quando si tratti della Bibbia, l’opinione pubblica internazionale condannò la distruzione dei Buddha – quali opere di inestimabile valore artistico e storico.
I
n questi giorni accade nuovamente che l’opinione pubblica abbia un attacco di strabismo, ma di fronte alle mosse e alle dichiarazioni del Presidente Zelensky.
Prima, il giubilo dei media occidentali per l’attacco compiuto nella notte del 10 giugno, quando i droni ucraini hanno colpito il Panorama Museum dell’Assedio di Sebastopoli, distruggendo (o, comunque, compromettendo gravemente) il dipinto L’assalto del 6 giugno, 1855, opera di un gruppo di artisti sovietici; ma lasciando intatti i resti del Panorama dell’Assedio di Sebastopoli di Franz Roubaud, che si erano anche salvati dalla distruzione della Seconda guerra mondiale.
Poi, il levarsi di scudi dell’Occidente contro l’attacco alla Cattedrale della Dormizione della Lavra delle Grotte di Kyiv – ovvero uno dei luoghi più sacri della spiritualità ortodossa. E in effetti, Mosca ha subito smentito: “Noi non colpiamo siti civili. Era un patriot statunitense scaduto dato all’Ucraina”. In ogni caso, false flag o errore della difesa, non abbiamo registrato nessuna rimostranza perché Kyiv ha ‘centrato’ il Panorama Museum – che non ci risulta un obiettivo militare legittimo, né per la distruzione di un’opera d’arte o, in questi quattro anni, per le persecuzioni subite dai pope e dai fedeli della Chiesa Ortodossa Russa a opera di Kyiv.
E non ricordiamo nemmeno moti di disappunto per la spoliazione dei beni dei vari monasteri e delle cattedrali ortodosse russe.
Dal doppio standard alla sentenza della PCA
Con sede nel Palazzo della Pace dell’Aia, la Permanent Court of Arbitration è stata fondata nel 1899, ed è la prima organizzazione permanente intergovernamentale che si occupa della risoluzione legale delle dispute internazionali. Come sempre, in questi casi, il processo è andato avanti per anni, esattamente dieci, e solamente in questi giorni è stata emessa finalmente la sentenza circa la contesa tra Ucraina e Russia in merito allo Stretto di Kerč’, al Mare d’Azov e alle acque del Mar Nero che circondano la Crimea.
La sentenza – raggiunta all’unanimità – ha visto la vittoria della Federazione Russa, che era stata accusata dall’Ucraina di violare “dozzine di disposizioni della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare”. Tutte le accuse sono state rigettate, così come le pretese di Kyiv di mettere in dubbio “la sovranità russa sulla Penisola della Crimea e le aree marittime adiacenti”. Il tribunale, come informa il Ministero degli Esteri russo: “ha liquidato le pretese ucraine di riprendere il controllo sugli idrocarburi, la pesca, e altre risorse delle acque della Crimea e della regione di Azov, così come ogni richiesta di ‘compensazione’ o ‘riparazione’ da parte della Russia per l’uso e il presunto ‘danneggiamento’”.
In clima di preoccupazione occidentale per le sorti dello Stretto di Hormuz, è interessante notare anche che il “tentativo ucraino, supportato dai Paesi Occidentali, di definire lo Stretto di Kerč’ come ‘internazionale’ con il conseguente diritto di passaggio per le navi di tutti i Paesi, incluse le imbarcazioni militari, è fallito. Per la prima volta nella storia, il giudizio vincolante” dell’Aia “ha riconosciuto lo status dello Stretto di Kerč’ e del Mare d’Azov come acque interne che appartengono al territorio statale sovrano” russo.
Sempre dal comunicato del Ministero degli Esteri russo apprendiamo che: “Il tribunale ha rigettato la richiesta di Kyiv di giudicare illegittima la dichiarazione di sovranità della Russia sull’intero Mare d’Azov (quale ‘aggravante della disputa’), a seguito dell’adesione alla Russia del Donbass, e delle regioni di Zaporižžja e Cherson. Nella sentenza non vi è alcun cenno che impedisca alla Russia di esercitare la propria sovranità, i diritti sovrani, e la giurisdizione nelle aree marittime contigue alla Penisola di Crimea, il Mare d’Azov, e le acque d’Azov-Kerč’”.
Da quanto scrive il Ministero degli esteri russo, sembrerebbe addirittura che il Tribunale abbia “rigettato come assurda e cinica la richiesta ucraina di smantellare il Ponte di Crimea”. E noi ci chiediamo: quale organizzazione, ente o tribunale di un regime democratico potrebbe mai avallare la distruzione di un’infrastruttura civile? Non a caso, Mosca accusa Kyiv di “cercare di ‘punire’ gli abitanti della Crimea per la loro scelta a favore della Russia. La pretesa ucraina che il Ponte di Crimea impedisca la navigazione in queste acque è stata liquidata come infondata”.
E qui ci fermiamo: il tempo, a volte, è galantuomo. Ma in alcuni casi, come per i palestinesi, sta finendo – e non ve n’è abbastanza per attendere la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia.
venerdì, 26 giugno 2026
In copertina: Sebastopoli, Panorama Museum, foto di Michael Schmalenstroer (CC BY-SA 3.0)


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