Il ‘baluardo dei diritti’ impone nuovi bavagli
di La Redazione di InTheNet
Come Redazione siamo estremamente preoccupati per la sentenza del 2 luglio 2026 della Corte di Giustizia dell’Unione Europea numero C-67/25, che in pratica stabilisce come “un privato cittadino, il quale ripubblichi contenuti di Russia Today (RT) o di un altro organo di stampa russo nella lista di quelli vietati dalla UE, su un proprio sito web o blog, anche se finanziato esclusivamente da donazioni volontarie, può essere perseguito penalmente e rischiare la reclusione” – indipendentemente dall’interesse pubblico e dalla veridicità del fatto riportato.
Sebbene noi non si sia finanziati in alcun modo, siamo preoccupati non solamente perché si vieta la libertà di parola e opinione ma, soprattutto, perché a voi, lettori e cittadini europei, in fondo non interessa nulla della libertà se non di quella di inveire contro migranti e stranieri, evadere il fisco e lamentarvi del cambiamento climatico mentre accendete l’aria condizionata a palla. In ultimo, ci urtica il prembolo che motiva l’ennesima manovra per censurare il dissenso e occultare qualsiasi narrazione sgradita o potenzialmente critica – pratica iniziata in epoca di Covid-19 con la lotta contro la cosiddetta disinformazione e, forse, ben prima, ai tempi del ‘muro di gomma’.
Le premesse giuridiche per il Minculpop
All’articolo 8 del giudizio si citano le azioni di propaganda portate avanti dai media sotto la “direzione permanente e il controllo diretto o indiretto della leadership della Federazione Russa. Tali azioni costituiscono una minaccia seria all’ordine e alla sicurezza della UE”.
Al che in Redazione ci siamo chiesti se gli attentati al Nord Stream II e la scoperta confermata da Tulsi Gabbard di biolab statunitensi, in cui come minimo si fanno ricerche sul gain-of-fuction dei virus, in Ucraina e altrove, non siano minacce molto più serie alla nostra sicurezza. Ma fintanto che sui succitati gravissimi fatti scrivevano solo gli organi di stampa russi erano fake news. Adesso che, però, esistono indagini e denunce ufficiali in merito, invece di riconsiderare chi abbia mentito, chi dovrebbe garantire che non si faccia disinformazione, perché la UE stringe ancor di più le maglie della censura? Forse in quanto non riesce più a nascondere le azioni del suo alleato ucraino e i fini degli States riguardo alle nostre economie?
All’articolo 9 si ‘ricorda’ che le azioni dei media sono strumentali, al fine di supportare l’aggressione contro l’Ucraina e la destabilizzazione dei Paesi confinanti. Crediamo che le manovre europee in Moldavia o durante le elezioni in Romania, le pressioni su Georgia e Serbia, e così via, non lo siano di meno (libertà di opinione permettendo, visto che non citiamo RT e non riceviamo nemmeno un euro di obolo); mentre continuare a negare la realtà della guerra civile in Donbass iniziata nel 2014, le persecuzioni della Chiesa ortodossa russa e dei russofoni, il bombardamento su edifici civili, da parte di Kyiv, protrattisi per anni in attesa dell’attuazione degli accordi di Minsk (che, secondo Merkel, non servivano a garantire l’autonomia al Donbass ma ad armare l’Ucraina in funzione anti-russa) è semplicemente anti-storico. E tacciamo sull’allargamento della Nato quale fattore destabilizzante per la pace in Europa.
L’articolo 10 è davvero un campionario di retorica alla luce di quanto continua a fare Israele a Gaza – ossia, un genocidio – o del rapimento di un Presidente e della guerra contro l’Iran (con annessa uccisione volontaria di uno tra i massimi leader religiosi dell’Islam): crimini di cui si sono macchiati gli Stati Uniti. Ma 21mila bambini ammazzati in 1000 giorni (secondo IlSole24Ore) non sono nulla – la UE si preoccupa della destabilizzazione della situazione in Ucraina. E perciò: “coerentemente con i diritti e le libertà fondamentali riconosciute nella Charter of Fundamental Rights [della UE], in particolare con il diritto di espressione e informazione riconosciuto nell’Articolo 11 della stessa, si introducono nuove misure restrittive per sospendere urgentemente la trasmissione di tali media in Unione [Europea]”. Forse nemmeno in epoca fascista si adduceva che, per garantire la libertà, occorreva censurare i mezzi di informazione, ad esempio, comunisti. Si chiudevano i giornali («La Stampa» il 9 luglio 1924 annunciava «La soppressione della libertà di stampa») senza ammorbare gli italiani con ragionamenti illogici ma comprendendo che l’importante è coinvolgere e mobilitare le masse, costruendo il consenso. E tale visione fascista può essere realizzata solo azzerando le voci critiche o anche solo dissenzienti.
Il giudizio della Corte di Giustizia Europea del 2 luglio 2026
Rifacendosi ai succitati e ad altri regolamenti della UE con i quali non vi ammorberemo, in quanto sappiamo che la cosa di cui avete più paura è proprio essere liberi, in quanto poi dovreste informarvi seriamente, prendere posizione e rischiare, arriviamo al punto.
Il giudizio considera che, in base al Regulation (EU) No 833/2014 – Article 2f(1) – il concetto di ‘operatore’ (con la proibizione di trasmettere il contenuto di persone legali, entità e organismi inclusi nella lista contenuta nell’Allegato XV) ricomprende tutte le persone e i siti web che generano un guadagno [anche] solo in forma di contributo volontario. Strano che, al contrario, non si sia considerati giornalisti (almeno in Italia) se non si è stipendiati o non si percepiscono retribuzioni certificate…
E censura fu. Amen
venerdì, 10 luglio 2026
In copertina: Il Logo di RT


Venezuela: si annuncia un terremoto politico?
Privacy bye-bye. Minority Report welcome!
Sign O’ The Times
Come eliminare un Presidente?
L’ipocrisia del Parlamento Europeo contro Cuba
Ennesimo schiaffo a Kyiv