La spiegazione dell’Ufficio parlamentare di Bilancio
di Federico Giusti
Un colossale errore è stato alimentato, per anni, anche dalle ideologie liberiste che si sono impossessate delle centrali sindacali. Un recente paper, redatto dall’Ufficio parlamentare di bilancio (1), analizza le retribuzioni dei lavoratori dipendenti italiani del settore privato a partire dagli anni Novanta fino ai nostri giorni, ed è forte la preoccupazione di comprendere le cause e le origini delle disuguaglianze sociali ed economiche imperanti.
Come nel caso delle pensioni e delle riforme previdenziali, o come avvenuto con il sistema di tassazione, esistono ragioni profonde per analizzare l’andamento delle retribuzioni che, al cospetto dei Paesi Ue, presentano dinamiche e performance assai modeste. Quello che abbiamo sempre sostenuto, accolti da una dozzinale ironia, è che per almeno un trentennio le buste paga siano andate indietro, soggette a feroce erosione del potere di acquisto – in diminuzione o sostanzialmente ferme, quando invece andavano crescendo in altri Paesi.
Le cause sono molteplici a partire dal sistema di calcolo degli aumenti contrattuali, il famigerato codice Ipca mai corretto nel tempo – come del resto il sistema previdenziale. Una riforma, in Italia, diventa per sempre anche quando i risultati prodotti risultano assai discutibili. I governi degli ultimi anni sono stati costretti ad ammettere la débâcle salariale e le misure di sostegno al reddito e ai salari sotto varie forme, prima fra tutte con la detassazione dei premi e la riduzione del cuneo fiscale. Ma la coperta diventa troppo corta sottraendo risorse al welfare e se, alla lunga i salari avranno delle piccole boccate d’ossigeno, nel frattempo il welfare andrà in crisi.
L’Upb si limita ad analizzare i salari, ossia le retribuzioni dei dipendenti privati nel periodo 1990-2018, e negli anni compresi tra il 2019 e il 2026, e appura il declino delle retribuzioni lorde reali nel settore privato: tra il 1990 e il 2026 la retribuzione media si riduce del 6,6%. La contrazione interessa soprattutto la parte bassa della distribuzione, dove il decimo percentile registra una diminuzione del 40,8%, mentre il novantesimo percentile evidenzia un incremento del 3,3%. Erosione salariale, quindi, soprattutto per le fasce sociali meno abbienti il cui impoverimento, esteso alla classe media, inizia a preoccupare anche i governanti.
Aggiungiamo, noi, che le cause di questa erosione sono molteplici e non possono limitarsi all’impennata dell’inflazione tra il 2021 e il 2024. Dovremmo mettere in campo l’economia di guerra e la insostenibilità delle attuali regole per garantire equità sociale e tenuta dei salari?
In 30 anni le retribuzioni lorde reali sono aumentate del 16,5% nell’industria e nelle costruzioni, mentre sono dominuite del 20,9% nei servizi. Le sperequazioni si accentuano tra la forza lavoro a tempo parziale e a tempo pieno, le disuguaglianze sono in crescita continua. Ma tra le principali cause dobbiamo annoverare il sistema di tassazione. La riforma dell’Iperf che si accanisce sui redditi medio-bassi, beneficia invece quelli elevati.
Se l’Upb arriva a queste conclusioni, non si comprende per quali ragioni sindacati e forze politiche non siano mai giunti alle stesse, rivendendo l’impianto delle loro arrendevoli politiche.
I bonus Irpef e gli sgravi contributivi non sono, dunque, serviti a salvaguardare i salari medio-bassi sui quali gravano tasse elevate; il sistema previdenziale non prevede meccanismi perequativi di sorta a conferma che una volta effettuate delle scelte i vari Governi non sono stati capaci di valutarne gli effetti, i benefici (e per chi), i costi economici e sociali. La riduzione a tre aliquote fiscali è stato un colossale errore alimentato anche dalle ideologie liberiste che si sono impossessate delle centrali sindacali.
Come noto in letteratura, la redistribuzione operata dall’imposta dipende dalla progressività (misurata dall’indice di Kakwani) e dal livello del prelievo (misurato dall’indice di pressione, funzione dell’aliquota media). A parità di progressività, un’imposta con aliquota media più elevata redistribuisce di più; a parità di aliquota media, un’imposta più progressiva è più redistributiva. Nell’effetto di ciascun fattore sulla variazione della capacità redistributiva si distinguono dunque due componenti, riferite rispettivamente alla progressività e all’aliquota media. Sono, in breve, le riforme fiscali a determinare l’aumento della capacità redistributiva: quelle avvenute non sono state all’altezza delle aspettative.
Un intervento normativo, oggi, dovrebbe anche prevedere dei meccanismi di equità e non pensare che la progressività dell’Irpef sia la panacea di tutti i mali – specie se le aliquote fiscale si riducono a tre. Gli interventi destinati ai redditi più elevati hanno invece seguito una logica classista riducendo la progressività e l’aliquota media e, a fini distributivi, non hanno prodotto alcun beneficio – la progressività è andata riducendosi nel tempo.
Al resto ha pensato la precarizzazione del lavoro, la diffusione del tempo parziale e l’aumento dei lavoratori poveri con un basso reddito e una pensione futura da fame. Aumentando la platea dei lavoratori poveri e, in assenza di meccanismi fiscali e sociali di riequilibrio, la società prodotta non poteva (e non potrà) che essere meno equa del passato.
Per sostenere gli strumenti fiscali a sostegno dei redditi più bassi servirebbero risorse aggiuntive derivanti dalla tassazione dei grandi redditi da capitale; al contrario, la risposta è stata all’insegna della moderazione salariale e di politiche fiscali accomodanti per i ricchi.
Non funzionando allora le attuali regole in materia di welfare, pensioni e salari, ovvero il modello sociale e redistributivo atto a tale scopo, il carico fiscale ricade sulle classi medie; mentre la tassazione differente tra gli autonomi e i dipendenti o i pensionati ha contribuito ad alimentare confusione. Di fronte alla stagnazione salariale e alla precarizzazione del lavoro, la risposta non potrà essere quella di pagare meno tasse ma di comprendere chi deve pagare le tasse in maniera realmente progressiva, e quali sono i meccanismi sociali e fiscali improntati a un efficace modello redistributivo – partendo magari dall’allargamento della base imponibile e da un efficace contrasto all’evasione fiscale.
Il documento dell’Upb dimostra che le politiche fino a oggi intraprese non hanno prodotto i risultati sperati, alimentando al contrario le disuguaglianze.
(1)
venerdì, 18 settembre 2026
In copertina: Foto di Apollo22 da Pixabay


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