Da Hollywood l’ennesima prova che non importa come, “l’importante è che ne parlino”
di Simona Maria Frigerio
Premessa. La libertà di parola e opinione vale per tutti, comprese le star di Hollywood o le band più o meno pop.
Come ambasciatori di buona volontà per l’Unicef o l’UNHCR si può – anzi, si dovrebbe – poter andare in zone di guerra per accendere i riflettori sulla situazione dei civili. Angelina Jolie, ad esempio, ha fatto visita ai bambini ucraini feriti (ma non ci risulta abbia fatto altrettanto con quelli del Donbass, dal 2014 al 2022, né con quelli russi); d’altro canto, ha avuto un diverbio pubblico a mezzo stampa con il padre, l’attore Jon Voight, criticando i bombardamenti su Gaza mentre quest’ultimo, da sempre filosionista, negherebbe il genocidio in atto.
Ma una cosa è esprimere opinioni anche forti e in situazioni pubbliche – pensiamo alle posizioni pro-palestinesi e di condanna di Israele di Roger Waters o dei Massive Attack, arrestati dopo il concerto a Singapore (1) e ai quali è stato proibito di rimettere piede nella città/Stato sine die – e, un’altra, è andare a stringere la mano a uno dei contendenti di qualsiasi guerra per accendere i riflettori sulla propria carriera.
La posa da tappeto rosso per la fotografia ufficiale ha il sapore stantio dell’autocelebrazione unito alla superficialità di chi non sembra rendersi conto che il mondo non si divide in aggressori e aggrediti, bensì in amici e nemici del Paese egemone. Chomsky (e continuiamo a citarlo nonostante la frequentazione con Epstein, per la quale non è in condizione di difendersi) ed Edward S. Herman, in The Washington Connection and Third World Fascism, denunciano questo atteggiamento massmediatico e, a cascata, dell’opinione pubblica, che tende a enfatizzare le sofferenze inflitte dai cosiddetti nemici degli US alle vittime ‘degne’, ignorando quelle provocate dagli stessi statunitensi o dai suoi alleati alle vittime di ‘serie B’.
In questi giorni in cui negli States occorrerebbe ricordare non solamente l’attentato contro il Pentagono e le Torri Gemelle (2.977 morti, oltre ai terroristi), ma soprattutto i successivi 20 anni di guerra in Afghanistan (241.000 persone stimate dalla Brown University di cui 47.000 civili afghani), fa specie vedere allungarsi la lista delle star di Hollywood che stringono la mano a Zelensky – il Presidente ucraino che si vanta di aver allargato un conflitto che, per i russi, poteva restare limitato al campo di battaglia, alle trincee in Donbass e, soprattutto, ai militari (professionisti o di leva), spingendosi all’intero del territorio russo colpendo volontariamente civili che lavorano, studiano o sono a fare compere in un mercato (tra l’altro, la scelta di Kyiv di colpire i mercati in Donbass non è nuova).
Se l’ultimo a stringere la mano a Volodymyr Zelensky è un ambasciatore di buona volontà dell’Unicef, l’attore Orlando Bloom – che avrebbe dovuto seguire l’esempio della collega Jolie e occuparsi dei bambini (meglio se di entrambe le parti); fa ancora più specie vedere due pop star che parteciparono al Live Aid (organizzato da Bob Geldof dei Boomtown Rats e Midge Ure degli Ultravox), come Bono e The Edge, fare altrettanto – ma non ci risulta abbiano mai fatto visita alla popolazione di Donetsk e Lugansk sotto attacco ucraino per ben 8 anni. Idem per il comico Ben Stiller (che dovrebbe pure lui preoccuparsi di altro, essendo ambasciatore di buona volontà per l’UNHCR) e Liv Schreiber (tra l’altro, entrambi sostenitori di Israele anche a genocidio già in corso, 2); ma anche Sean Penn – che si è convertito da attivista pacifista (fin dalla guerra statunitense in Iraq) a sostenitore di quella in Donbass – con esplicita richiesta che gli US aumentino il loro supporto militare a Kyiv. Segnaliamo poi il milionario Richard Branson – che versa in cattive acque al punto che Virgin Orbit ha presentato un’istanza di fallimento già nel 2023 – e David Letterman (finito in un oscuro scandalo sessuale nel 2009) tra coloro che hanno stretto la mano a Zelensky, sebbene quest’ultimo mentre lo intervistava per il suo show su Netflix – ed è sempre lecito che un giornalista intervisti chicchessia.
Cosa infastidisce in questa parata? La facilità con la quale Hollywood si traveste in funzione della propaganda del potere, passando da cause ambientaliste ai diritti delle donne e dei gay per concludere la parabola stringendo la mano destra a un uomo che rivendica Bandera e gioca con la svastica – e, magari, stringendo la sinistra a qualcuno che – se oggi perpetra crimini di guerra e un genocidio – ieri fu vittima di quella stessa svastica.
In questo bailamme è difficile tenere la rotta: manca la bussola che segni un punto fermo. E così, nel marasma, gli US continuano a riscrivere la storia a proprio uso e consumo, mentre le platee ammiccano e ammirano ignare o ignoranti.
(1) https://www.bbc.com/news/articles/cr59qe86yj4o
venerdì, 11 settembre 2026
In copertina: Immagine di Alexa da Pixabay


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