Lettera al Direttore
di La Redazione di InTheNet.eu
Riceviamo e pubblichiamo questo contributo di Giacinto Botti, dirigente dell’Assemblea Generale della CGiL
Le note di cordoglio della nostra Organizzazione per la scomparsa di Emma Bonino e il ricordo delle ‘sue’ battaglie per i diritti civili sono dovute. Alla militante radicale, alla donna Emma Bonino il Paese deve molto per la sua rettitudine, la sua coerenza e il suo coraggio nel condurre dure battaglie per cambiare culturalmente un Paese bigotto, ipocrita e clericale. È stata protagonista, insieme a tante donne, cittadine, lavoratrici, studentesse e pensionate, della lotta contro l’oscurantismo, la sottocultura maschilista dominante e il patriarcato, conquistando leggi come il divorzio e l’aborto (1), che sono pietre miliari per la libertà e l’autodeterminazione delle donne. Diritti oggi in pericolo, a fronte di una destra pericolosa e autoritaria.
Detto questo, la sua scomparsa, avvolta nella retorica insopportabile di un potere ipocrita, dovrebbe essere anche l’occasione per riaprire un confronto serio e non ideologico: un confronto vero – non surreale come quello sulla degenerazione della cultura woke – sul rapporto inscindibile tra i diritti civili e quelli sociali e sulla differenza, esistente allora come oggi, tra la cultura del movimento operaio e di sinistra e quella liberale e libertaria dei radicali.
Ricordare e non rimuovere l’interezza di una storia e di un’identità personale e politica rappresenta la migliore forma di rispetto verso la donna, la persona, la militante Emma Bonino.
Erano, anche allora, anni difficili e di duro scontro culturale e sociale tra il movimento sindacale, la classe lavoratrice e il padronato italiano e lo stesso Partito Radicale. Anni di conquiste storiche sui diritti sociali e civili che si sono sempre accompagnati e sostenuti; ma anche anni di delusione, di arretramento e di sconfitte. Emma Bonino, come lei stessa dichiarava, non era una donna di sinistra, e le sue battaglie, la sua cultura erano indirizzate alla conquista dei diritti civili, più individuali che collettivi. Era una militante libera, libertaria e liberista. Le sue riconosciute lotte per i diritti civili non incrociavano le lotte per i diritti sociali del movimento operaio, non era culturalmente affine, come base scientifica, al materialismo storico marxista e ai rapporti di produzione, disconosceva la dipendenza esistente tra la struttura economica e la sovrastruttura della società.
Non era amica del sindacato e neppure dei diritti sociali collettivi del mondo del lavoro – come non lo erano Pannella e i dirigenti del Partito Radicale di allora. Fu protagonista, nel 1999/2000, della campagna di raccolta firme sui referendum antisociali e antisindacali contro il mondo del lavoro e i suoi diritti promossa dal Partito Radicale da lei capitanato insieme a Pannella. Il 2/4 settembre 1999 iniziò la campagna di raccolta firme su ben 20 quesiti, definita dagli stessi promotori, ‘liberale e liberista’, incardinata particolarmente sui temi del lavoro e della giustizia. Una quantità di quesiti senza precedenti che determinò quell’abuso dell’uso dello strumento referendario che fu una delle ragioni dell’allontanamento dal voto dei cittadini e del mancato raggiungimento per tanti referendum del necessario quorum. Erano referendum con quesiti micidiali, parti di una battaglia politica più generale attorno a un progetto politico-sociale liberista e mercantile, sorretto dallo slogan ‘Rivoluzione sociale’.
Nel ricordo personale e collettivo di molti delegati sindacali Rsu, resta il duro confronto nei dibattiti televisivi e nelle piazze con la protagonista di quella campagna referendaria. Incontrammo l’onorevole Bonino in piazza Montecitorio in occasione di un presidio autoconvocato da decine di Rsu lombarde che, autonomamente, avevano avviato da subito una campagna di informazione contro i 20 quesiti referendari: ci fu un incontro vivace e ‘dialettico’ non previsto. Quei quesiti ormai rimossi erano fortemente antisociali e antisindacali, pensati contro le conquiste del movimento operaio degli anni 70 e contro la ‘sindacatocrazia’ e i sindacati confederali definiti ‘trimurti’. Il Segretario generale della CGiL, Sergio Cofferati, ebbe parole e giudizi molto duri nei confronti di quella campagna referendaria sostenuta dalla Confindustria capitanata da Guidalberto Guidi, da Assindustria e dalle associazioni padronali più retrive e conservatrici.
I 20 referendum inizialmente proposti prefiguravano una società privatizzata e senza diritti sociali collettivi, con al centro il mercato e il profitto. Con i quesiti referendari concretamente si voleva: l’abolizione dei tempi lunghi della legge Dini sulle pensioni di anzianità, con l’anticipazione e l’immediata applicazione; l’abolizione del finanziamento pubblico dei patronati sindacali; l’abolizione delle trattenute alla fonte effettuate dall’INPS e dall’INAIL, cioè si chiedeva di abolire l’obbligo di stipulare l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro con l’INAIL, lasciando la ‘libertà’ di scegliere un’assicurazione privata; l’abolizione della trattenuta fiscale alla fonte nella busta paga per i lavoratori dipendenti; l’abolizione dell’articolo 18 e del vincolo sui licenziamenti senza giusta causa; la liberalizzazione del collocamento privato; la liberalizzazione dei contratti a tempo determinato e dei contratti a tempo parziale; la destrutturazione mercantile in favore del privato del Servizio Sanitario nazionale, attraverso la ‘libertà’ di scegliere un’assicurazione privata (2).
Le iniziative, le mobilitazioni sostenute dalle Rsu, in particolare dalle delegate e dai delegati delle categorie della CGiL, le iniziative sul fronte giuridico, i diversi ricorsi alla Corte Costituzionale sull’ammissibilità dei quesiti da parte di giuristi, avvocati e costituzionalisti (la CGiL era assistita, tra gli altri, dal compianto professor Angiolini), diedero un parziale ma significativo risultato: la Corte bocciò per inammissibilità una parte considerevole dei quesiti sociali, si determinò l’accoppiamento di alcune materie e il 21 maggio 2000 si votò su sette quesiti. Tra questi rimasero in campo: l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, l’abolizione del voto di lista per la Camera, la modifica del sistema elettorale del CSM, l’abolizione degli incarichi extragiudiziali ai magistrati, la separazione delle carriere dei magistrati, l’abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori e l’abolizione delle trattenute sindacali. I sette referendum non furono validi a causa del mancato quorum (50%+1 degli aventi diritto), fermandosi a un’affluenza sotto il 33%. Quella campagna politica e sociale non ebbe un risultato immediato attraverso il voto referendario, ma segnò il dibattito politico e fu causa di un successivo arretramento culturale e sociale, dello spostamento dei rapporti di forza tra capitale e lavoro, dando il via libera a un attacco alle conquiste del mondo del lavoro, ai diritti sociali e civili da parte di ogni Governo che ha preso il potere nel Paese – in particolare di quest’ultimo che trova ancora consenso nel retrivo padronato italiano. Quei referendum e quella campagna antisociale non vanno rimossi, hanno accompagnato e sostenuto l’attuale involuzione democratica, l’attacco ai diritti sociali e civili in corso e lo svilimento dei principi e dei valori presenti nella nostra Costituzione antifascista e repubblicana.
(1) Ricordiamo che la Legge 194/1978 sull’interruzione volontaria di gravidanza fu, però, messa in pericolo dagli stessi Radicali che promossero un Referendum abrogativo per cancellare le restrizioni della stessa, ma anche per dare ai privati la possibilità di effettuare l’intervento; nello stesso giorno, il 17 maggio 1981, fu presentato anche un secondo quesito, del Movimento per la Vita, che ne voleva l’abrogazione ma, ovviamente, per ragioni opposte e accettando solamente l’IVG per motivi terapeutici. Entrambi i quesiti furono respinti in maniera schiacciante (il primo ottenne l’88% dei voti contrari, e il secondo il 68%)
(2) Pr approfondire la questione delle assicurazioni sanitarie private, vedasi: https://www.inthenet.eu/2026/06/26/lebrezza-dellassicurazione-sanitaria-privata/
venerdì, 18 settembre 2026
In copertina: Bruxelles/Belgio, 11 maggio 2010 – Emma Bonino al World Economic Forum (CC BY-SA 2.0)


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