La Dichiarazione finale del summit di New Delhi
di La Redazione di InTheNet (traduzione di Simona M. Frigerio)
“Resilienza, innovazione, cooperazione e sostenibilità” sono state le quattro parole che hanno contraddistinto il XVIII BRICS Forum declinato in tre 400 incontri tra ministri, parlamentari, capi di Stato, responsabili e funzionari statali, esperti, imprenditori e persone interessate a vario titolo, svoltisi in 30 città indiane.
La Dichiarazione finale ricalca alcuni temi fondativi dei BRICS, già sottolineati l’anno scorso (1), tra i quali il mutuo rispetto, l’eguaglianza tra membri, la solidarietà, i principi democratici, l’apertura, l’inclusività, la collaborazione e il consenso. Mentre i pilastri che dovranno reggere lo sviluppo dell’organizzazione (al momento soprattutto economica) sono tre: cooperazione politica e nel settore della sicurezza, economia e finanza, cultura e contatti tra i popoli. I fini sono quelli propri del multipolarismo: “la promozione della pace, un ordine internazionale più rappresentativo ed equo, un sistema multilaterale riformato, uno sviluppo sostenibile e una crescita inclusiva”. I BRICS si dicono altresì interessati a sviluppare i rapporti con i Mercati Emergenti e i Paesi in Via di Sviluppo (EMDC).
Per una Governance globale inclusiva e per rafforzare il multilateralismo, i mezzi proposti sono simili a quelli dell’anno scorso e il principale resta la riforma – sia in maniera più efficiente ed efficace sia più rappresentativa e democratica – dei maggiori organi della governance internazionale – secondo i principi della Carta delle Nazioni Unite e affinché “gli Stati sovrani cooperino al mantenimento della pace e della sicurezza”. Ma affinché all’Onu, come in altri organismi di governo sovranazionale, viga un principio innanzi tutto egualitario, i BRICS si impegnano a favorire la “partecipazione e la rappresentanza degli EMDC, così come dei Paesi Meno Sviluppati (LDC), specialmente di quelli africani, asiatici, latino americani e caraibici, nei processi e nelle strutture decisionali globali”. Dal punto di vista pratico si impegnano affinché la rappresentanza geografica nel Segretariato dell’Onu diventi una realtà in tempi brevi, anche incrementando il numero di funzionari a ogni livello provenienti da tali Paesi, e delle donne – selezionati in base a principi di trasparenza così da evitare “il monopolio dei ruoli senior da parte di persone provenienti da un limitato numero di Stati. Inoltre” i BRICS “deplorano i tentativi, tra i quali il non versamento deliberato dei contributi dovuti, per pregiudicare unilateralmente l’operato delle istituzioni globali multilaterali” (e qui possiamo leggere tra le righe un’accusa agli US che utilizzano la leva dei finanziamenti per esercitare pressioni egemoniche, n.d.r.).
Rispetto all’elezione del prossimo Segretario Generale dell’Onu, i BRICS fanno presente che nessuna donna ha mai ricoperto tale ruolo, e solamente un candidato proveniente dall’America Latina e Caraibi, e due dall’Africa e Asia hanno occupato tale posizione.
Riaffermano anche il supporto a una riforma dell’Onu (già più volte caldeggiata dalla Cina), ivi incluso il Consiglio di Sicurezza, “al fine di rendere le sue decisioni più democratiche, rappresentative, effettive ed efficienti, e per aumentare la rappresentanza dei Paesi in via di sviluppo”. Questa apertura del Consiglio di Sicurezza a nuovi membri indebolirebbe sicuramente l’asse occidentale, visto che attualmente vi siedono in maniera permanente US, Francia, UK, Repubblica Popolare Cinese e Federazione Russa. I BRICS, al contrario, supportano le aspirazioni di Brasile e India a ricoprire un ruolo più determinante nell’Onu, incluso il suo Consiglio di Sicurezza. Nel contempo, dovrebbe aumentare anche il peso dell’Assemblea Generale – che, attualmente, non ha alcun potere per imporre le proprie risoluzioni, come dimostra la situazione in Medio Oriente/Asia occidentale, a Cuba o in Venezuela.
I BRICS puntano sul Sud Globale soprattutto di fronte alle sfide globali, ivi comprese le “tensioni geopolitiche, le rapide recessioni economiche e i cambiamenti tecnologici, le misure protezionistiche, le sfide migratorie, e il cambiamento climatico”. In altre parole, l’Europa non si lamenti di Ceuta o gli States dei migranti sudamericani quando l’Occidente continua a sfruttare i Paesi del Sud del mondo, depauperando le popolazioni delle proprie risorse naturali, minerarie ed energetiche.
Dichiarazione di principio anche contro la schiavitù delle popolazioni africane e il colonialismo in ogni sua forma. Così come contro il “razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia, l’intolleranza e la discriminazione su base religiosa”. I BRICS sono altresì a favore dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, che vorrebbe eradicare la povertà a livello globale. Infine, nel documento si sottolinea come le diseguaglianze esistano non solo tra ma all’interno degli stessi Stati.
Per aumentare il peso politico degli EMDE sarebbe indispensabile anche una riforma della governance economica mondiale e, quindi, i BRICS riaffermano la necessità di riformare le istituzioni nate dagli accordi di Bretton Woods – ossia il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale affinché diventino più “agili, efficaci, credibili, inclusive, atte agli scopi, imparziali, affidabili, e rappresentative”. La ricetta perché tali organismi – da strumenti di pressione del capitalismo egemonico occidentale si trasformino in fonti di aiuto concreto allo sviluppo dei Paesi meno industrializzati – dovrebbe essere quello della partecipazione di rappresentanti degli EMDE negli organi dirigenti dell’FMI e della Banca Mondiale. Purtroppo, noi dubitiamo che una manciata di persone possa fare la differenza rifiutando meccanismi apertamente corruttivi o l’accettazione passiva dello status quo pur di ricoprire una certa carica. Se non si mettono in discussione i principi economici di base che hanno favorito la crescita del Paese egemone e dei suoi satelliti, si potrà al massimo aspirare ad aumentare il numero dei partecipanti al banchetto ma ben difficilmente si redistribuiranno le ricchezze laddove il modello resta quello capitalista, sempre più finanziario, neo-coloniale e transnazionale.
I BRICS aspirano anche a un “FMI che supporti efficacemente i suoi membri, particolarmente i Paesi più vulnerabili”. Purtroppo, anche in questo campo, conosciamo tutti le ricette del Fondo Monetario Internazionale, che non sono mai cambiate nei decenni: per ottenere dei prestiti gli Stati, già in crisi, devono liberalizzare, privatizzare, svendere i beni pubblici meglio se ai Paesi egemoni, tagliare il welfare, comprimere i diritti, diminuire la tassazione per le classi dirigenti, ovvero per la borghesia compradora(ossia complice del capitalismo transnazionale). Se non si mette in discussione questo sistema ormai rodato, non sarà l’aumento della quota di dirigenti o funzionari di alto livello del Fondo provenienti da Africa, Asia o America Latina e Caraibi, a fare la differenza.
Altro punto sul quale i BRICS sono concordi con i Presidenti Xi Jinping e Putin è la critica alle azioni unilaterali che deprimono il commercio e sono contrarie alle regole del WTO. Pare quasi un ossimoro che i Paesi occidentali, che si sono battuti per il libero commercio (US in primis), oggi impongano dazi e restrizioni per ragioni protezionistiche o di guerra. I BRICS affermano di essere contrari all’aumento indiscriminato dei dazi e delle misure tariffarie, che possono inceppare non solamente la supply chain ma anche “esacerbare le disparità economiche esistenti”. Il che, in realtà, non preoccupa certamente gli States e, anzi, è rivendicato come obiettivo legittimo dai G7 per mantenere la propria egemonia, soprattutto a livello tecnologico. Di altro avviso, naturalmente, i BRICS che “condannano l’imposizione di misure coercitive unilaterali contrarie alle leggi internazionali, e ribadiscono che tali misure, inter alia nella forma di sanzioni economiche unilaterali e secondarie, hanno ricadute negative sui diritti umani, inclusi i diritti allo sviluppo, alla salute e alla sicurezza alimentare delle popolazioni degli Stati colpiti, disproporzionalmente impattando sui poveri e le persone che si trovano in stato di vulnerabilità, approfondendo il divario digitale ed esacerbando le sfide ambientali”. Quanto accaduto in Iraq, con oltre 500mila bambini morti a causa dell’embargo Onu, dovrebbe essere ormai ben noto a tutte e tutti (2). D’altro canto, contro uno Stato accusato di crimini di guerra e genocidio, come Israele, nessuno sembra poter imporre nemmeno delle restrizioni sulla vendita di armamenti.
La settimana prossima, l’approfondimento in tema di pace e sicurezza.
(1) https://www.inthenet.eu/2025/07/18/brics-2025-da-rio-de-janeiro-la-dichiarazione-finale/
(2) https://ilmanifesto.it/archivio/1995019327
venerdì, 25 settembre 2026
In copertina: Il Logo ufficiale di BRICS 2026


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