Altro che politically correct… Questa è la ‘policy’ del bavaglio
di Simona Maria Frigerio
Un tempo pensavamo che la rete sarebbe stata strumento di libertà. Se, volantinando nei mercati o attacchinando fuori dagli spazi consentiti (sotto i cavalcavia o sui muri delle fabbriche), potevamo raggiungere forse qualche centinaio di passanti distratti, con internet avremmo potuto fare contro-informazione per decine di migliaia di sconosciuti e creare rete – una rete che, poi, da virtuale sarebbe potuta diventare fisica con il citizen journalism, con il passaparola per le manifestazioni in piazza, con le immagini (foto e video) che avrebbero restituito in diretta cosa accadeva a noi e nel mondo.
Presto, però, la rete è diventata altro. I primi ad accorgersi delle sue potenzialità sono stati giovani imprenditori che si arricchiranno velocemente: da una parte, vendendo al posto dei negozi e della piccola e media distribuzione; dall’altra, illudendo milioni di teenager ma anche di adulti (professionisti e non) di potersi mettere in contatto col mondo grazie ai loro social. Dopodiché, l’Unione Europea – sempre meno in vena di ricevere critiche e timorosa che le opinioni contrarie sfocino in massa critica – ha partorito il Digital Service Act (1) per mettere una pietra tombale su ogni opposizione al sistema o espressione di libertà di opinione. Logica conseguenza, i social hanno ubbidito (quasi tutti) prontamente, non più deindicizzando o additando come fake news qualsiasi dubbio rispetto alla narrazione corrente (come accadeva in epoca di Covid-19), ma utilizzando, oltre alla scusa di ubbidire al succitato DSA, anche quella ben più ridicola della policy rispetto ai ‘contenuti espliciti’ che infastidirebbero le ‘anime belle’.
Mentre le finte battaglie contro i social si sono esaurite ancor prima di iniziare, demandando a Meta i compiti che spetterebbero ai genitori, un social come Linkedin – di e per i professionisti – ogniqualvolta si tocchi un tema legato ai crimini di guerra e al genocidio che sta compiendo Israele, ecco che oscura le immagini perché contengono ‘contenuti espliciti’: un bambino morto, un ragazzino amputato, una tenda di rifugiati bombardata, una donna che denuncia uno stupro, un uomo che accusa di aver subito sevizie. E ciò che è scabroso non è quello che commettono i soldati dell’Idf, bensì un corpicino ricomposto, una salma ricoperta dalla bandiera palestinese, il volto di un o una giovane segnato dal dolore.
Ignominioso è leggere che siano addirittura “dei sistemi automatici” a decidere, rilevando il mio “post” e “determinando che viola la loro informativa in materia di contenuti espliciti”. E il contenuto esplicito non è il culo (sic!) dell’ultima soubrettina paparazzata, bensì questo:
Osceno è nascondere agli italiani cosa fa Israele con le nostre armi: siamo il terzo maggiore fornitore di uno Stato che si è macchiato e continua a macchiarsi di crimini contro popolazioni civili – a Gaza, in Cisgiordania, in Libano. Le nostre ‘anime belle’ – siano reali, algoritmi o professionisti al soldo di Tel Aviv – non dovrebbero reclamare per le immagini di coloro che soffrono ma contro coloro che infliggono tali sofferenze. E reti – per non parlare degli online di informazione – professionali dovrebbero censurare chi si pavoneggia con torte decorate con le forche o sedicenti articoli scientifici che si rivelano redazionali per la vendita, se va bene, di integratori o probiotici, se va male di spazzatura da ‘piccolo chimico’.
Osceno è aprire questi social dove si vende ormai di tutto: dalla campagna mediatica strappalacrime che non spiega chi e perché sta trucidando un popolo ma ti chiede di mettere mano al portafoglio, all’immancabile assorbente più tecnologico di un robot da inviare su Marte; dall’ultimo orologio d’oro status symbol dell’imprenditore, che ti sfrutta ma ti alletta perché l’American Dream è ormai universalmente condiviso in tutto l’Occidente, alla diva di turno che si compiange per il suo impegno che le costa qualche particina nello star system e, intanto, si pavoneggia sul tappeto rosso come una camicia stirata con l’appretto.
Bertrand Russell sosteneva che “Ciò di cui il mondo ha bisogno non è un dogma, ma un atteggiamento di indagine scientifica”. Ma tale atteggiamento presuppone apertura mentale, conoscenze, capacità di mettere in dubbio qualsiasi cosa comprese le nostre certezze, riformulazione delle teorie alla luce di nuove scoperte, curiosità, senso critico e autocritica. Come si potrà mai creare dei cittadini consapevoli celando loro ciò che sta accadendo per tema di scioccarli? E poi, siamo sicuri che è questo l’obiettivo reale di chi si batte (da Bruxelles in giù) per il politically correct?
(1) Per approfondire:
e
venerdì, 23 ottobre 2026
In copertina: Una foto di Che Guevara, scattata dalla Redazione di InTheNet lungo le scale che conducono al Museo della Fotografia a George Town; nel pezzo: il video di InsideOver, presente su molti social, e che Linkedin ha due volte censurato


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