La peste serve a cancellare il voto?
di Simona Maria Frigerio
Durante la tornata elettorale per votare i membri della Duma russa abbiamo letto di tutto. A parte il solito refrain che le votazioni fossero truccate e che in Donbass non fossero nemmeno legittime (nonostante il Referendum del 2022 che approvava l’annessione), la UE ha accusato Putin di aver fatto escludere il nuovo ‘martire per la libertà in stile Naval’nyj’, ossia il partito di destra Yabloko (su cui torneremo) che, secondo la narrazione occidentale, sarebbe stato l’unico a favore della pace – una pace, ovviamente, avversata da Kyiv con ben altri risultati grazie alle migliaia di droni che il regime di Zelensky si è divertito a far piovere sui seggi elettorali soprattutto nella regione di Mosca (o, almeno, così hanno scritto con una certa compiaciuta arroganza i nostri quotidiani blasonati).
Quindi, il quadro che si è fatto l’italiano medio è stato quello di un Paese sottoposto a pesanti bombardamenti ucraini; e che, nonostante 30mila sanzioni, è tuttora governato da un tiranno dispotico, con una serie di partiti che sarebbero solo burattini di una messinscena che mima la nostra democrazia.
Nessuno ha chiesto a von der Leyen o a Kallas chi le legittimi visto che la Commissione europea come le figure di spicco – quali gli Alti commissari per gli Affari Esteri – della UE, non sono elette dalle popolazioni che dovrebbero rappresentare. In pochi hanno notato che l’affluenza al voto dei russi è stata pari al 59% circa, in netto rialzo sia rispetto alle elezioni del 2021 (meno del 52%) che del 2016 (47%). Inoltre, i residenti della Repubblica Popolare di Donetsk (quelli che, secondo Kyiv e l’Europa, vivrebbero in territori occupati dalla Russia), si sono recati alle urne in massa, raggiungendo un’affluenza dell’82% – a comprova di quanto ‘poco’ si sentano russi (sic!). E nessuno ha fatto notare che gli attacchi di Zelensky contro un Paese che sta andando al voto e, anzi, con l’obiettivo di colpire proprio i seggi elettorali (per l’esattezza, 75 edifici danneggiati in 11 regioni secondo la Tass), è un atto terroristico. Così come non si comprende perché in uno dei due Paesi in guerra, segnatamente la Russia, si svolgano elezioni presidenziali e parlamentari, mentre per l’Ucraina – baluardo della democrazia occidentale – questo sia un argomento tabù.

Ma per capire davvero cosa è successo nelle tre giornate elettorali in Russia abbiamo contattato il Professor Angelo D’Orsi che, nelle vesti di osservatore internazionale, ha potuto fornirci una testimonianza diretta. La prima domanda, però, non poteva che essere perché abbia accettato il ruolo di osservatore internazionale alle elezioni russe e in quale località abbia svolto il suo compito.
Angelo D’Orsi: «La domanda avrebbe dovuto essere, nel caso non fossi andato, “perché non ha accettato?”. Ovviamente era un’occasione importante per conoscere la realtà in prima persona. Ho interesse per la Russia da molti anni. Interesse che si è accentuato dopo quanto accaduto tra il 2012 e il 2013. Di conseguenza, quando è giunta questa proposta – peraltro inattesa – ho subito risposto positivamente perché, aldilà di ciò che uno può apprendere attraverso i media anche internazionali, la possibilità di recarmi sul campo era un’occasione troppo importante per rinunciare. Ho messo da parte altri impegni e sono rimasto lì dieci giorni. Tra le varie località che mi hanno proposto ho scelto Mosca dove, tra l’altro, ho potuto fare anche alcuni incontri interessanti».
Essendo a Mosca, come ha vissuto l’esperienza degli attacchi ucraini anche contro i seggi elettorali, e come ha reagito la popolazione russa?
A. D’O.: «Per la verità io non mi sono praticamente accorto di nulla. I droni non sono mai arrivati in città e oltre l’80% è stato fermato addirittura prima di valicare le frontiere della regione di Mosca – che è estremamente vasta. In città la vita scorreva normalmente: i ristoranti erano pieni, la gente camminava tranquillamente per strada e i centri commerciali erano affollati. Massima tranquillità anche negli hotel. Va detto che ho anche chiesto in giro, alle persone che incontravo, se avessero notizie, ma – come me – avevano letto di quanto stava succedendo ma non potevano riportarmi esperienze dirette. Personalmente sono stato in 34 seggi – dato che Mosca è una delle città più estese al mondo. Il compito degli osservatori era molto impegnativo perché ogni giorno c’erano dai 6 agli 8 seggi da visitare. A partire dal secondo giorno – quando si è saputo di questi attacchi – ho anche chiesto ai vari Presidenti di seggio notizie in merito, ma persino loro avevano solo le informazioni che provenivano dai mezzi di comunicazione. Ho domandato se ci fossero state conseguenze sul piano del voto elettronico, ma mi è stato detto – solo in un caso – che il sistema aveva avuto un blocco di un minuto e 30 secondi che, però, loro attribuivano non ai droni bensì a problematiche tecniche interne. Ciò che è evidente è che l’Ucraina ha tentato in tutti i modi di sabotare le elezioni russe, ma il tentativo è fallito – sebbene abbiano colpito un edificio civile e vi siano stati due morti. Nella narrazione che si impone in Occidente è la Russia lo stato terrorista e non l’Ucraina – quando, al contrario, secondo me, proprio quest’ultima con gli Stati Uniti e Israele sono gli Stati terroristi del panorama politico attuale».
In quali e quanti modi si vota in Russia? Solo recandosi ai seggi elettorali?
A. D’O.: «In Russia vi sono molteplici modi per esercitare questo diritto. Gli elettori, con un documento di identità, possono recarsi al seggio, dove la scheda elettorale è stampata al momento. Oppure possono chiedere di ricevere a casa la scheda, che rispediscono per posta. Ma nelle grandi città si può preferire, al cartaceo, la modalità elettronica: andando al seggio ma servendosi dei computer a disposizione degli elettori; oppure da casa, da un bar, da un qualunque posto dove ci sia una connessione wifi; o ancora, attraverso lo smartphone scaricando l’apposita App. Molti hanno insinuato che il voto elettronico sia più facile da contraffare, ma io trovo tutto ciò un esempio lampante dell’efficienza russa».
L’affluenza alle urne per il voto della Duma è aumentato sia rispetto al 2021 sia al 2016. Come spiega questa maggiore partecipazione?
A. D’O.: «In piccola parte la spiegazione è tecnica, ossia deriva dalla facilità con la quale si è potuto votare. Ma in gran parte è politica. Le elezioni della Duma, in Russia, riscontrano sempre minore interesse rispetto a quelle presidenziali. Quindi, l’alta percentuale di affluenza diventa tanto più interessante in quanto, secondo me, è un elemento di consenso nei riguardi della politica governativa e, quindi, del Presidente Putin. E questo vale tanto più nelle regioni del Donbass, dove le percentuali sono state ancora più alte. Vorrei aggiungere che, nei vari seggi in cui sono stato, ho potuto porre domande non solo ai presidenti, ma anche a diversi rappresentanti di lista, persino di partiti non governativi, ad alcuni candidati, e agli osservatori interni – principalmente studenti universitari delle facoltà di giurisprudenza, scienze politiche e filosofia, che si sono candidati a ricoprire il ruolo, e sono stati formati con due settimane di corso. Un apparato complesso, collegato a due Camere Civiche (che ho potuto visitare): una della regione di Mosca, e la seconda dell’intera Federazione. Ovunque ho riscontrato un grande senso di partecipazione, soprattutto nei giovani, e un’elevata presenza di figure femminili. Tutti hanno sottolineato come l’alta affluenza in Donbass fosse una conferma del fatto che i cittadini di Donetsk e Lugansk si sentono russi e vogliono votare per quello che considerano il loro Paese».
L’Unione Europea e i nostri media hanno liquidato le elezioni sommariamente, come “finte”, “truccate”, o addirittura scrivendo che il regime di Putin le manipola. Lei che era lì come valuta tali giudizi?
A. D’O.: «Sono classici esempi di pregiudizi. Prima ancora che si avviasse il meccanismo elettorale, leggevamo che le elezioni che si sarebbero tenute sarebbero state una farsa. Dopodiché, nessuno tra coloro che lo hanno scritto è andato in Russia a verificare. Ciò che posso affermare, al contrario, è che la parola che tutti ripetevano e, in particolare, i presidenti di seggio, era гласность, ovvero trasparenza. I russi volevano che le elezioni fossero ‘trasparenti’ e, non a caso, le loro urne sono in plexiglass. Ma, giusto perché non si equivochi, le schede sono inserite ripiegate – per cui, dall’esterno, nessuno vede il voto espresso dall’elettore. Questi commenti – spesso a priori – sono innanzitutto un segno di disprezzo, quasi considerassimo i russi un popolo che si fa ‘imbambolare’. Al contrario, io ho avvertito una grande voglia di partecipare e di dimostrare al mondo che la Russia è un Paese normale dove si svolgono elezioni democratiche».
In Italia si è molto parlato anche del Partito escluso per presunti motivi politici – ossia Yabloko – in quanto sarebbe stato ‘a favore della pace’. Può spiegare ai nostri elettori com’è andata realmente?
A. D’O.: «Ho sentito anch’io delle battute su partiti esclusi dalle elezioni perché di opposizione. In primis va detto che è stato espulso un solo partito, Yabloko, mentre erano presenti altri partiti non governativi o molto critici verso il presente Governo – e io ho parlato anche con alcuni dei loro rappresentanti ai seggi. In secondo luogo, Yabloko non è stato escluso da Putin bensì su sentenza della Corte Suprema russa. Quindi, non per una decisione politica ma su richiesta di un piccolo partito conservatore concorrente. La motivazione che ha fatto rilevare quest’ultimo è che Yabloko, nel suo statuto, rigetta l’annessione della Crimea e del Donbass, ma essendo stato inserito nella Costituzione della Federazione russa che questi territori sono parte integrante della Russia, ciò non è ammissibile. Traslando, sarebbe come se in Italia nascesse un partito che si presenta alle elezioni rivendicando che il Trentino Alto Adige fa parte dell’Austria! Infine, entrambi questi partiti – che ho definito concorrenti – sono di destra e, sebbene siano stati presentati dai nostri giornali con un’aspettativa di voto intorno al 14 o 15%, in realtà potevano contare su un 2% di consensi, e non sarebbero nemmeno entrati in Parlamento. Ciò che è stato raccontato è una bieca falsificazione dei dati di fatto. Alle urne, in ogni caso, erano presenti due partiti comunisti, due partiti liberali, un partito liberal-democratico e alcune liste di destra: quindi, uno spettro politico persino più ampio del nostro».

Qual è il clima che si avverte tra i russi? Funziona il piano Fedorov di fiaccare il popolo colpendo il Paese in profondità?
A. D’O.: «Ho posto domande riguardo alla guerra in corso sia ai candidati sia ai rappresentanti di lista – ma non ai presidenti di seggio per non turbare la loro terzietà. Ciò che ho rilevato è una certa stanchezza verso la guerra e l’auspicio che finisca entro l’anno. Dopodiché, ho chiesto espressamente come pensavano che potesse finire e tutti mi hanno risposto che era fuori discussione l’annessione del Donbass. Nessuno è disposto a tornare indietro. Quando poi domandavo della Crimea, si mettevano a ridere, dato che considerano la Crimea come parte integrante, da sempre, della Russia. Ovviamente l’inflazione si sente e i prezzi stanno aumentando, ma aumentano anche i salari».
Ci racconta qualcosa di più della capitale? Si avverte una certa penuria provocata dalle sanzioni?
A. D’O.: «Sono andato in giro per Mosca e non ho notato file alle pompe di benzina, non ho visto penuria di offerta nei negozi e nei centri commerciali che vendono, al contrario, di tutto, compresi prodotti italiani di qualità – dal vino al parmigiano alla pasta di marca. Passeggiando per Mosca non si ha l’impressione di essere in un Paese in guerra: non si vedono soldati in giro ma solo una discreta presenza di polizia. Mosca è una città molto pulita: lavano direi ossessivamente le strade. Per fare un paragone – recandomi quasi tutte le settimane a Roma – resto sconfortato vedendo il degrado della nostra capitale da questo punto di vista. Mosca è anche una città molto efficiente. L’ultima volta che vi ero ero stato, a gennaio, arrivai dopo la peggiore nevicata da decenni. Durante la notte, solo nella regione autonoma di Mosca, hanno messo in campo 18.000 spazzaneve e già la mattina dopo, nonostante i cumuli di neve a latere, le macchine circolavano in tutte le strade. Addirittura, durante la notte, quando ho preso il taxi dall’aeroporto intorno all’una per raggiungere l’hotel, gli spazzaneve stavano già liberando le strade e sono potuto arrivare in albergo. Certamente in Russia – sebbene io conosca solamente le città – posso dire che la qualità della vita è veramente molto alta, molto più della nostra. In Italia, forse, siamo convinti che in Russia ci siano solo lupi e orsi. Non ci rendiamo conto che è un Paese che ha affrontato uno sforzo di modernizzazione iniziato già in epoca staliniana. Poi ci sono state due brusche frenate – a causa della Seconda guerra mondiale e, anni dopo, del governo disastroso di Eltsin, che ha devastato la Russia facendole perdere il 70% del Pil. Considerando tutto ciò diventa chiaro perché il Presidente Putin riscuota un consenso altissimo: ha recuperato ciò che Eltsin aveva perduto, ha restituito dignità a un popolo, e alla Russia il posto che le compete sulla scena internazionale. Inoltre, ha guardato in maniera lungimirante a Est. Basta andare in giro per le strade: prima le autovetture dominanti erano tedesche, ora sono cinesi».
Perché questa guerra continua? La Ue ha l’asso nella manica o è talmente arrogante da non rendersi conto non tanto di avere di fronte la maggiore potenza nucleare al mondo, ma un Paese che non imploderà, a causa delle sanzioni, come ai tempi dell’Urss – consegnandosi, a mezzo di un novello Eltsin, all’Europa?
A. D’O.: «Io credo ci sia semplicemente una chiusura mentale che impedisce agli europei di capire cos’è la Russia. Non è solamente un Paese di 18 milioni di chilometri quadrati – e peraltro, chi conosce bene la storia e la geopolitica, sa che la dimensione è un fatto rilevante; ma è altresì un Paese forte e moderno, in cui la classe dirigente gode di un consenso ampio. E infine noi facciamo finta di non sapere o dimenticare ciò che lei ricordava, ossia che la Russia ha 6.500 testate nucleari di cui oltre la metà in stato di allerta permanente. Qualche tempo fa è circolato in rete un brano di un’intervista a Lucio Caracciolo (1) che, di fronte alla domanda di Lilli Gruber su come potrebbe “andare una guerra tra Russia e Europa”, ha risposto che sarebbe “un confronto che durerebbe pochi minuti” (2)».
Un’impressione o un consiglio che vuole regalare ai nostri lettori?
A. D’O.: «Andate in Russia! Visitandola ci si rende conto che la Russia è Europa – e si smette di pensare che sia altro da noi. Inoltre, i russi hanno una passione smodata per l’Italia. Nonostante si siano molto irrigiditi rispetto agli altri europei, continuano ad avere un amore – che non siamo in grado di ricambiare – per l’Italia e gli italiani. Mentre ero a Mosca, se mi sentivano parlare in italiano, in un bar o in un ristorante, è capitato che qualche signora si avvicinasse e mi chiedesse: “Ma lei è italiano? Ma che Paese meraviglioso, il suo! Perché non tornate a visitarci?”».
(1) Giornalista, fondatore e direttore della rivista italiana di geopolitica Limes
(2) Brano dell’intervista a Lucio Caracciolo: https://www.instagram.com/reel/DdTTTHWDtxq
venerdì, 9 ottobre 2026
In copertina: Il professor D’Orsi in un’immagine che è circolata in rete. Nel pezzo, due scorci moscoviti: il Cremlino, foto di Artur Janas; e la Torre Evoluzione, foto di Mistery08, entrambe da Pixabay


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