Non siamo ancora sazi di essere umani
di Lorena Martufi
I classici greci e latini sono minacciati non da una cultura che li sfida, ma da una che li ignora. Il problema non è se i classici sono attuali, ma se lo siamo noi nei loro confronti scriveva Italo Calvino. Se è davvero una sfida rapportarsi con i classici, Christopher Nolan ne esce pienamente vincitore.
Fotografia, cast, regia, musica da oscar. Il suo kolossal, Odissea, che ha incassato 264 milioni di dollari in tutto il mondo – 10 in Italia – è straordinario per impatto visivo, ma non solo. La colonna sonora di Ludwig Göransson, che emula le cadenze della metrica arcaica, contribuisce all’effetto ipnotico che fa volare le tre ore di visione.
Certo, è facile vincere con i mostri e i grandi miti della cultura e della mitologia classiche. Qui però la perfezione visiva delle immagini si fonde con un gusto colto e per niente scontato che richiama la storia dell’arte: Polifemo sembra preso in prestito dalle opere di Odilon Redon e di Francisco Goya, il cavallo di Troia e le statue classiche sono in sintonia con le sculture di Igor Mitoraij, mischiando elementi della favola nera, del gotico e del grottesco. La riscrittura di Nolan è potente, soprattutto nella lettura del personaggio di Ulisse in cui non domina più il divino e neanche l’eroe romantico che certa letteratura vorrebbe proiettato verso il ritorno a casa. L’Ulisse di Nolan incarna l’umano fino in fondo, si scopre diviso tra il desiderio di conoscere l’ignoto (come nella Commedia dantesca) e il bisogno di ritrovare ciò che ama. Il suo viaggio non termina con la fine della guerra: tornato a casa, scopre di essere segnato dalle ferite indelebili ereditate da Ilio e dai ricordi incancellabili di ciò che fece sotto le sue mura. È qui che Nolan incontra Omero e lo ri-scrive, e lo ri-legge. Il cavallo di Troia, arenato sulla spiaggia, è il simbolo della caduta della civiltà: prodotto dell’ingegno e dell’astuzia umani, prototipo della nostra tecnologia che porta distruzione e morte, e con la quale è sempre più difficile convivere.
Agamennone è un Deus-ex-machina, cavaliere oscuro e silenzioso – citazione evidente della trilogia di Batman firmata da Nolan – imponente e magnetico, poco o per nulla umano, a differenza di Ulisse. La guerra è così, secondo Nolan. Fragile, mitica, potente, anche nelle sue rovine. La testa decapitata della statua di Atena è una metafora che esemplifica la caduta degli dei, contemporanea nella pellicola alla decapitazione di una giovane e bellissima sacerdotessa, e non a caso. Il sacro è stato fatto a pezzi, l’idolo infranto, come ogni sacramento che il divino aveva posto a fondamento dell’umano. Il volto della sacerdotessa, sovrapposto a quello della dea (nel quale ammiriamo Zendaya), nella mente di Ulisse è senza tempo. Come la sapienza, alle porte del mondo, la dea della saggezza e della strategia militare, presente costantemente nel poema di Omero, compare più volte nel film, sotto forma di illusione, o meglio, di senso di colpa nell’eroe, Ulisse, artefice della sua gloria, ma anche del suo tormento. Nella scena degli inferi, una delle più suggestive e inquietanti del film, Ulisse è costretto a guardare in faccia tutte le conseguenze della guerra, senza paura, anzi, fino alla promessa del riscatto. Per questo Ulisse sceglierà di restare con Calipso (Charlize Theron), fuori dal tempo, senza rimorsi né coscienza. È a lei che Ulisse racconterà il suo viaggio durato dieci anni, l’incontro con Circe, i mostri marini Scilla e Cariddi, il canto delle sirene, l’assalto dei Lestrigoni.
Ottima l’interpretazione di Matt Damon nei panni del protagonista così come di Samantha Morton in quelli di Circe, che accoglie i suoi ospiti, li ciba e poi li trasforma in maiali, plasmandoli con le mani come un vasaio fa con i suoi vasi, in una mostruosa metamorfosi da body horror, destinata a rimanere impressa nei nostri incubi. È lei che rivela a Ulisse come evitare le trappole delle sirene, Scilla e Cariddi e come sfuggire al mondo dei morti. Circe, diversamente dalle riletture del poema omerico, è più prossima al personaggio del romanzo di Madeline Miller, in cui viene stuprata e fa uso della magia per proteggersi. Concentrata sull’orrore dettato dagli istinti che generano la violenza umana, attinge dal mito il trauma moderno delle donne che si consuma nelle loro case, a tavola. In Odissea, accoglie Euriloco e gli altri uomini mentre Ulisse è fuori a cacciare. Non è un’incantatrice, abita in una capanna, esiliata dal mondo, circondata dagli animali che lei stessa ha trasformato per legittima difesa.
Nolan mette in crisi la visione patriarcale narrata dall’Occidente secondo cui la storia è scritta dagli uomini. Qui la voce delle donne conta. Elena (Lupita Nyong’o), come Circe, non è più il capro espiatorio della guerra, non è la bambolina bionda dagli occhi verdi che fa salpare le navi per desiderio fallocentrico di potere e di conquista. È nera ed è sfregiata nel volto da quegli stessi uomini, che hanno vinto la guerra perdendo se stessi per sempre. Così Penelope, archetipo della donna resiliente (una magnifica Anna Hathaway), si rifiuta di essere oggetto – di pace o di vendetta. Non è la donna che aspetta solamente in maniera passiva il marito partito per la guerra, ma amministra la sua patria, e insegna al figlio a non cedere alle lusinghe del mondo. Non cerca una figura di convenienza per sfuggire alla solitudine, ma desidera, all’insegna della fedeltà, l’individuo unico e insostituibile che è suo marito, Ulisse. La sua attesa diventa dunque resistenza feroce. La celebre e disperata frase che grida:- «Io voglio Ulisse», è una citazione da Jean-Pierre Vernant, urlata in faccia al figlio Telemaco (il bravo Tom Holland), il quale vive inevitabilmente all’ombra del mito del padre, che non ha mai conosciuto.
Bruciare Troia è stato come bruciare il mondo intero confesserà Ulisse vestito da mendicante alla sua regina. E allora Troia diventa Gaza, Minab, Beirut, nella terribile profezia che suona come una maledizione anche oggi: gli errori sono destinati a ripetersi.
Ancora una volta è l’identità che scrive il destino degli uomini. Ulisse torna a casa quando tutti lo credono morto, su una fragile zattera, ma non è più lo stesso di quando è partito. Solo il vecchio cane Argo lo riconosce e la serva Euriclea, che tiene il segreto.
Indimenticabile John Leguizamo nei panni di Eumeo che, pur in un ruolo secondario, porta a termine una grande prova d’attore. Ulisse si ritrova quando Calipso lo invita a perdere il controllo, a rinunciare a combattere, ad avere fede. E quando stermina i Proci, non vince solo sulla sua storia, ma su se stesso e sul mondo. Con la sua umanità Ulisse, tendendo il suo arco e cadendo in ginocchio di fronte alla sua regina, le restituisce la spilla raffigurante Atena. È uno di noi, che si deve inchinare davanti alla legge degli dei e degli uomini per rimanere grande e immortale, ma soprattutto libero. Destinato all’amore ma anche all’esilio, salpa verso ovest per rincorrere il sole che fugge.
venerdì, 31 luglio 2026
In copertina: La Locandina del film


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