Perdere la fede per ritrovare se stessi
di Simona Maria Frigerio
È una giornata di tarda primavera: la brezza rimane ancora abbastanza fresca persino nelle ore di calura del primo pomeriggio. Il cielo su Musocco è manzoniano: stranamente terso e di un azzurro vivido. Anche lo skyline dei palazzi si staglia netto al di là del muro di cinta. Le lapidi languono placidamente all’ombra di cipressi, tigli, abeti nani: nel giro di pochi anni saranno estirpati per fare posto ad altri inquilini. I “tempi del riposo eterno, in terra, sono ridotti all’osso e la morte è un business come un altro, baby”, rido tra me. Improvvisamente mi guardo intorno: forse il riso è fuori luogo in un cimitero. Ma intorno a me non c’è letteralmente ‘un’anima viva’: e questa volta scoppio in una risata gaia, sincera, come quelle di mio nonno. In fondo, sono qui per lui. Sono venuta a ‘trovarlo’. Strano pensare di trovarlo qui, quando in realtà è una presenza costante, là fuori, oltre quel grigio muro di cinta.
Come sempre passo attraverso le piccole, spoglie lapidi dei partigiani. Giovani, troppo giovani, penso. Le foto in bianco e nero, nomi di sconosciuti, e una data che spesso è posteriore al 25 aprile 1945. Perché ogni evento umano è talmente incerto sulle sue gambe corte, che i suoi limiti temporali oscillano a seconda dell’esperienza individuale. 28 aprile, 29 aprile: la guerra è come la marea, scende lentamente e lascia dietro di sé quella schiumetta che stria, sporca, infanga. E loro giacciono perennemente giovani eppure già maturi – nello sguardo, nella piega amara della bocca, in una fronte corrucciata, persino un inizio di calvizie. A 25 anni allora eri già padre di famiglia, a 21 un uomo, a 17 un partigiano ammazzato.
Vagolo di pensiero in pensiero avvicinandomi agli edifici di marmo, in quello stile tra il razionalista e il fascistoide in cui languono i morti che hanno rifiutato la terra. Anche tu l’hai rifuggita e non capisco il perché. I tuoi fratelli per quella terra furono mandati al confino proprio qui, a Milano, dalla lontana Calabria. E tu hai voluto essere murato in un loculo di marmo come il padrone che giace nella sua cappella di famiglia. Granito e calle, angioli scolpiti o fusi in bronzo, lettere incise e dorate tra lumini che pendono in caravelle di vetro colorato, sfaccettato come un rubino. La stola ricamata con le iniziali di famiglia, i cuscini in velluto rigonfi con la passamaneria e le nappine argentate su sedili di marmo. E alla fine cosa resta se non polvere di marmo alla cenere: sarà meglio di terra alla terra?
Mi sento improvvisamente vuota. Mi guardo intorno provando la pace infinita del non esser-ci. Tu non sei qui. E allora io che ci faccio qui?
Alzo lo sguardo verso il cielo. Non in cerca di San Pietro e delle porte del Paradiso, ma semplicemente per vedere al di là di quel muro di cinta, oltre il profilo dei palazzi di una periferia urbana ipertrofica.
Tranquillo, attraversa l’azzurro un grosso uccello, nero nel controsole. Forse un falco; o addirittura un’aquila? – mi chiedo – più probabile un semplice corvo. Le sue ali si muovono con un ritmo avito e, a tratti, si fa trasportare dalla brezza planando, per poi risalire a mezza quota e scomparire all’orizzonte. E in quell’esatto momento avviene. È un’illuminazione – al contrario. Così Saulo di Tarso vide la luce?
Io, d’un tratto, percepisco con ogni fibra del mio essere il non-essere, senza bisogno di verbo, di logos, di Dio. Come quel falco tornerà al tutto, morendo, anch’io e anche te dovremo lasciare spazio nei cieli e in terra alla prossima generazione. È un ciclo al quale apparteniamo – uomini, animali e persino pianeti e galassie. L’universo espira lentamente il suo soffio vitale ma, prima o poi, cesserà e il polmone universale si ripiegherà su se stesso fino a implodere. Esisteranno altri universi, un giorno? La mia mente è troppo limitata per afferrare l’eterno. Le basta sapere che cesserà di desiderare e, desiderando, soffrire.
Accettare la fine della propria unicità egotistica mi rende leggera e, a passo spedito, lascio quel luogo dove non tornerò mai più; dove i vivi credono di ricordare i morti e, invece, erigono monumenti al possesso ab æterno di un corpo, un cervello, il fiat di un’esistenza esaurita nel suo tempo – limitato.
(A R.)
Undicesimo racconto inedito della serie Allegoria della morte.
I precedenti:
venerdì, 31 luglio 2026
In copertina: Foto di Anil sharma da Pixabay


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