«L’arte può creare comunità, può diventare un gesto concreto di vicinanza»
di Simona Maria Frigerio
Abbiamo approfondito la conoscenza del lavoro dell’artista multimediale Valerio Berruti grazie alla sua personale a Palazzo Reale (1), un’esperienza anche umanamente emozionante come accade di rado con l’arte contemporanea, che troppo spesso dietro al ‘concettuale’ nasconde la sua pochezza e necessita di lunghe spiegazioni accademiche o curatoriali perché la sua poetica si esprima in concetti che, alla fine, spesso non provocano alcuna sensazione, ma sollecitano l’autocompiaciuta dimensione narcisistica dell’appartenenza a quel ristretto circolo di coloro che ‘hanno capito’. Con Valerio Berruti, al contrario, ognuno (adulto o bambino, colto o meno, italiano e di qualsiasi altra nazionalità) può compartecipare – nella stratificazione dei segni e dei linguaggi – diversi livelli di coscienza e conoscenza.
In questi giorni in cui stiamo leggendo l’ultima trilogia di Philip K. Dick, dedicata a Valis, quel Dio/bambino orfico, che gioca col mondo, sembra assumere le sembianze di alcuni tra i protagonisti dell’universo artistico di Berruti, in delicato equilibrio tra immanente e trascendentale, denuncia della realtà e onirismo poetico, in un eterno ritorno che ci restituisce la bellezza di un’infanzia che sfiora il liminale della coscienza e, proprio nel ricordo, si tinge di sfumature più tenui e gentili dei colori accesi di un presente, imploso in guerre e spregio della vita umana.
La prima domanda ci sembra d’obbligo. Uno tra i temi portanti del suo lavoro è l’infanzia. Solo reale o ha per lei una valenza metaforica e, nel caso, quale?
Valerio Berruti: «Per me l’infanzia non è soltanto un’età della vita, è un luogo mentale, uno spazio di possibilità. I bambini che disegno non hanno quasi mai un’identità precisa perché vorrei che potessero appartenere a tutti. L’infanzia è il momento in cui siamo forse più autentici: non abbiamo ancora costruito difese, maschere, sovrastrutture. A me interessa raccontare quella sospensione, quel tempo in cui tutto può ancora accadere. Credo che gli adulti passino la vita a cercare di ritrovare qualcosa che hanno perso da bambini».
Lei lavora con media diversi, collaborando anche con musicisti, cosa la affascina nell’animazione?
V. B.: «Credo che ogni concetto che voglio esprimere abbia un suo ‘media’, non riesco a concentrarmi su un singolo genere o su una sola tecnica. Quel che comunico con la pittura non potrei mai esprimerlo con la scultura, così come quel che voglio far passare con l’animazione non potrebbe avvenire con il disegno. A seconda del progetto penso ci sia una giusta tecnica che lo può rappresentare. L’animazione, ad esempio, è un linguaggio che ha qualcosa di universale e poetico. La musica non accompagna semplicemente le immagini, le completa emotivamente».
In A safe place ho ritrovato una stratificazione intensa di emozioni e possibili rimandi, oltre a una struggente malinconia anche grazie all’ambientazione ricreata – le migrazioni, la paura di perdersi, la solitudine dell’abbandono. Cosa l’ha ispirata e lei cosa intendeva comunicare?
V. B.: «Per quest’opera sono partito dall’idea di salvagente, un oggetto che, pur essendo nello stesso mare, può avere significati diversi: un gioco colorato o un simbolo di sopravvivenza per chi decide di attraversare il Mediterraneo in cerca di una vita migliore. Spero di essere riuscito a comunicare a noi, nati dalla parte più fortunata del mondo, che soltanto il caso ha ‘mischiato le acque’ a nostro favore».
In Carousel ho letto (forse sbagliando) la perdita di una figlia – reale o metaforica, morte o passaggio alla vita adulta. E persino la perdita della propria infanzia intesa come perdita dell’innocenza, del tempo del gioco. E ancora una volta, una profonda nostalgia. Lei però è giovane, come è riuscito a ricreare un mondo paterno così carico di speranze ma anche di dolore?
V. B.: «No in realtà la figura che viene a mancare è quella del nonno. I protagonisti del cortometraggio animato sono Nina, una piccola giostraia costretta a lavorare dall’arcigno nonno e Geppo, un ragazzone dall’animo infantile che crea scompiglio tra i clienti della giostra di paese. Il provincialismo, la rassegnazione e la paura del diverso si trasformano in desiderio di rivalsa. La giostra, composta da uccellini al posto dei classici cavalli, rafforza l’idea di libertà che sta alla base dell’opera».

La Giostra di Nina per me è stato un rituffarmi nella mia infanzia. E nel contempo ho rivisto le ‘case dei sogni’ di un artista che amo, Chen Zhen, quando realizzò Beyond the Vulnerability con candele di cera, insieme agli orfani delle favelas di Salvador de Bahia. La medesima gentilezza e il desiderio di compartecipare un sogno. Com’è nata l’ispirazione della giostra?
V. B.: «Insieme al corto animato, musicato appositamente da Ludovico Einaudi, volevo creare un’opera che non fosse solo da guardare ma da vivere fisicamente. E così è nata la grande scultura che rappresenta esattamente quella disegnata nel corto e che, allo stesso modo, è accompagnata dalla musica di Einaudi. La giostra è uno dei primi luoghi di meraviglia che incontriamo da bambini: è movimento, musica, attesa, stupore. Mi interessava costruire uno spazio collettivo in cui anche gli adulti potessero concedersi un momento di sospensione».
Veniamo alle tecniche che, nel suo caso, sono molteplici come i media che usa. Come si muove tra i vari materiali e dove realizza le sue opere?
V. B.: «Ogni idea chiede il proprio linguaggio. Non parto mai dalla tecnica, parto dall’emozione che voglio trasmettere. Alcune immagini, a mio avviso, hanno bisogno della leggerezza dell’affresco, altre della tridimensionalità della scultura o del tempo lento dell’animazione. Mi piace imparare continuamente e mettermi in discussione. Lavoro nel mio studio nelle Langhe, uno spazio in cui mi sento libero di sperimentare».
Oggi la politica (non solo italiana) pensa che con le arti, la cultura, le materie umanistiche ‘non si mangia’. Lei è riuscito ad affermarsi con una sua poetica precisa. Quanto è difficile farsi strada nel mondo dell’arte, soprattutto senza scendere a compromessi: mode o tematiche imposte da chi vuole esercitare l’egemonia culturale attraverso i fondi che può o meno elargire?
V. B.: «Credo che il rischio più grande sia rincorrere ciò che funziona in un determinato momento. Le mode passano velocemente, l’unica cosa che può restare è una ricerca sincera. L’arte non dovrebbe mai essere soltanto una risposta a un mercato o a un sistema culturale, ma prima di tutto una necessità interiore. Senza autenticità credo sia impossibile costruire un percorso duraturo».
L’ultima domanda riguarda il suo impegno sociale. In un momento in cui si consideravano le arti inessenziali, durante la pandemia, lei vendendo i suoi disegni, ha raccolto oltre 140mila Euro per l’ospedale di Verduno e un poliambulatorio mobile. Ci racconta come ha vissuto quel periodo e perché ha deciso di intervenire con tanta generosità?
V. B.: «È stato un momento molto duro per tutti. Ricordo un grande senso di impotenza, ma anche il bisogno di essere utili. Io non sono un medico, non potevo curare le persone, però potevo mettere a disposizione il mio lavoro. La risposta che ho ricevuto è stata commovente: tantissime persone hanno deciso di partecipare facendo una donazione e ricevendo in cambio un disegno. In quel periodo ho capito che l’arte può creare comunità, può diventare un gesto concreto di vicinanza. Ed è forse una delle cose di cui sono più orgoglioso».
(1)
venerdì, 29 maggio 2026
In copertina: Alba ritratta con Valerio Berruti, foto di Letizia Cigliutti. Nel pezzo: La Giostra di Nina, foto-Cucù-Arthemisia. Entrambe gentilmente fornite dall’Ufficio stampa di Valerio Berruti


Superflex e Jean-Marie Appriou a Palazzo Strozzi
Bread, Roses and Colors
Intervista al sociolinguista Luca Greco
Piero Macola. Paesaggi di vita
Intervista a Filippo Tincolini
Olivier Boréel e Perrine Mornay, protagonisti allo Scompiglio