Finalmente online i discorsi, i documenti, le interviste e le dichiarazioni di Hugo Chávez
di Luciano Uggè (traduzione di Simona M. Frigerio)
La sera del 17 ottobre 2005, Hugo Chávez si affaccia dalla scalinata della Camera del Lavoro di Milano. Troppo grande l’afflusso di persone per contenerle all’interno del salone. E l’allora Presidente del Venezuela non teme quel bagno di folla, non ha nemmeno bisogno dell’interprete: le sue parole in uno spagnolo facilmente comprensibile iniziano a fluire come le gocce di un fiume in piena e così si rincorreranno, cristalline, per ore di fronte a una platea che non è più usa ai tempi e ai discorsi della politica sessantottina e che, in quella serata ottobrina stranamente tiepida, resterà comunque in ascolto, in piedi, perdendosi – o forse ritrovandosi – tra passato e futuro.
Per ricordare quella sera, e in occasione della riapertura delle sessioni dell’Onu, ma anche per approfondire un tema più che mai attuale come la decolonizzazione dell’Africa ma anche del Sudamerica (perché vale poco essere formalmente indipendenti, se si è comunque schiavi degli organismi internazionali e dei modelli economico-finanziari, ma anche culturali e valoriali, che lo Zio Sam ha esportato in tutto il mondo negli ultimi 70 anni), abbiamo iniziato a sfogliare il nuovo sito della Fundaciόn Hugo Chávez e a rileggere – e tradurre in parte – uno tra i documenti presenti, targato 2009, intitolato proprio¡Somos África…. Somos Suramérica!
Chávez racconta lo “scenario della 64ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York” (con apertura formale plenaria e dibattito datati 15 settembre 2009) e afferma: “Voglio evidenziare, in primo luogo, che a New York non vi è stato alcun dubbio nel condannare il regime dittatoriale in Honduras. Tutto il mondo, tranne lo Stato tristo di Israele, esige che il Presidente Zelaya riassuma al proprio incarico […] e il ritorno alla democrazia […]”. Ricordiamo, a proposito, che il presidente Zelaya era stato arrestato arbitrariamente in seguito a un golpe militare e, nelle successive elezioni, prese il suo posto Porfirio Lobo Sosa (conservatore di centro-destra e nazionalista) il quale, nel 2021, è stato sottoposto a sanzioni personali (insieme alla moglie) da parte degli States per scambio di favori e riciclaggio di denaro sporco proveniente dal narcotraffico. Il figlio, Fabio Lobo, è stato condannato negli US a 24 anni di carcere, dopo essersi dichiarato colpevole di aver utilizzato la posizione paterna e le proprie amicizie con i Cartelli per corrompere la polizia e gli ufficiali governativi al fine di esportare illegalmente grossi quantitativi di cocaina negli Stati Uniti. Ovviamente, tutto ciò non sarebbe accaduto se Zelaya fosse stato reintegrato e, difatti, Chávez già allora affermava: “La condanna verbale non basta. L’Honduras vive un periodo difficile: chiede a noi di dimostrare con fermezza se siamo fratelli di questo buon popolo centroamericano. Perdere tempo sarebbe come dare licenza di ucciderlo”. Ma l’Onu (nonostante il Segretario Generale, Ban Ki-moon, avesse condannato l’arresto di Zelaya considerandolo illegittimo e chiesto che il Presidente fosse ristabilito nelle proprie funzioni), così come gli Stati Uniti e l’Europa, al di là delle proteste formali del momento, accetteranno senza grossi problemi gli esiti delle successive elezioni. L’Onu, in quel frangente, dimostrò la propria incapacità di far seguire i fatti alle parole – come sta accadendo oggi a fronte di situazioni ben più gravi, quali il genocidio palestinese o l’attacco (senza nemmeno una dichiarazione formale di guerra) all’Iran. Ovviamente tale mancanza di iniziativa non si è registrata se e quando gli Stati Uniti hanno voluto attaccare un Paese per le più diverse motivazioni ufficiali.
Chávez, nel documento, fa poi riferimento a tre interventi particolarmente interessanti e che, nel 2026, paiono presaghi, di Mu‘ammar Gheddafi, Luiz Inácio Lula da Silva ed Evo Morales (visto come sono finite le carriere politiche del primo e dell’ultimo potremmo dubitare che quei discorsi abbiano loro creato diversi nemici tra i Paesi egemoni). “Gheddafi ha messo i puntini sulle i quando ha affermato la necessità improrogabile di rifondare l’Onu: sottoscrivo, punto per punto, tutte le sue considerazioni sull’organizzazione e sul funzionamento del Consiglio di Sicurezza e, altrettanto, sul ruolo da protagonista che deve avere l’Assemblea Generale”. Ricordiamo che, un anno e mezzo dopo, il 17 marzo 2011 proprio il Consiglio di Sicurezza (con 10 voti favorevoli e 5 astensioni, tra cui Russia, Cina e Germania), approvando la Risoluzione 1973, diede l’autorizzazione alla Nato di dare il via all’Operazione Unified Protector che, difatti, portò alla destabilizzazione del Paese libico e all’uccisione di Gheddafi. Per quanto riguarda la necessità di rifondare le Nazioni Unite, tale progetto è ora portato avanti soprattutto dalla Repubblica Popolare Cinese.
Per quanto riguarda Lula, Chávez scrive: “Ha posto enfasi sulla rifondazione dell’ordine economico mondiale su nuove basi. Le nostre visioni coincidono pienamente riguardo al fatto che il mondo non può continuare a reggersi sulle medesime regole e valori dettati dopo la Seconda Guerra Mondiale”. Il cambio dei paradigmi dell’egemonia economico-finanziaria di stampo capitalistico e liberista, oggi, torna al centro della discussione non solamente a causa della una crisi del medesimo sistema, ma anche per l’affermazione sulla scena mondiale di nuovi Paesi egemoni (e organizzazioni, quali i Brics, che li raggruppano) che contendono il primato agli US e alla UE. Riguardo all’Unione Europea, in realtà, pensiamo che la stessa abbia già abdicato al suo ruolo di leadership sia politica sia economica, fomentando la guerra in Donbass per appropriarsi delle risorse energetiche russe, e permettendo che fosse distrutto il Nord Stream II; così come non è riuscita a imporsi né rispetto ai bombardamenti e al massacro di civili a Gaza (a opera di Israele), né alla guerra statunitense contro l’Iran (con conseguenti problematiche, quali la chiusura dello Stretto di Hormuz).
Infine Chávez dà voce a Morales che sottolineava nuovamente “il sapere dei popoli originari. Lucida e commovente è stata la sua difesa dei diritti della Madre Terra in relazione alla gravissima minaccia del cambiamento climatico. E, con ogni ragione, ha proposto che i Paesi maggiormente industrializzati riconoscano il debito verso il pianeta”. Un discorso, questo, doppiamente importante perché dimostra come, di cambiamento climatico (dovuto alle più diverse ragioni e non solo agli esseri umani), all’Onu, si discutesse già oltre vent’anni fa – e non c’era bisogno di inseguire una sedicenne con le treccine per fingere di interessarsene. In secondo luogo, Morales fa propria quello che poi diventerà una richiesta costante dei Paesi africani, ossia che gli Stati maggiormente industrializzati non facciano ricadere su di loro l’onere di sviluppare energie, tecnologie ed economie eco-compatibili.
Chávez arriva, quindi, al nocciolo del suo discorso alle Nazioni Unite, ossia che in Sudamerica e nei Caraibi si sta attuando una rivoluzione e che il mondo dovrebbe finalmente accorgersene. Vista la fine che hanno fatto i Presidenti che si sono impegnati, nel sub-continuante americano, ad attuare un cambio di rotta rispetto al modello liberista e capitalistico e, soprattutto, a dire basta allo sfruttamento delle risorse umane e naturali sudamericane, possiamo affermare che i Paesi egemoni avevano inteso benissimo e si preparavano a intervenire. Mentre Chávez rivendica una rivoluzione che trascende l’ideologia, per essere “geografica, geopolitica; una una rivoluzione dei tempi, una rivoluzione morale; una rivoluzione necessaria”, nel 2019, ad esempio, avveniva il golpe che avrebbe costretto, per alcuni mesi, il Presidente Morales all’esilio – così da permettere ai Paesi egemoni di poter continuare a controllare il litio. Nel 2022, era la volta di Pedro Castillo in Perù (da notarsi le origini indigene di entrambi). Nel 2026 il caso più eclatante, il rapimento del successore di Chávez, Nicolás Maduro, a opera degli Stati Uniti su un falso addebito di complicità con un fantomatico cartello del narcotraffico – che è scomparso dagli stessi capi di imputazione. Infine, negli ultimi mesi, le pressioni di Trump hanno portato all’elezione della destra estrema in Ecuador, Colombia, Bolivia, Honduras, Cile, Costa Rica e lo stesso Perù. Senza nulla aggiungere su Javier Milei, che usa la motosega non per tagliare ‘lacci e lacciuoli’ per i cosiddetti ‘anarco-liberisti’ ma direttamente tutti i servizi e il welfare rimasto agli argentini tout-court. E però, in tutti questi casi, se noterete, l’Occidente non blatera mai di diritti negati: tagliare sanità e scuola pubbliche, aumentare le forme securitarie contro i movimenti o gli scioperanti, o tagliare pensioni e servizi sociali, non è negare diritti – basta che la gente sia ‘libera di lamentarsi’.
Infine, tra i discorsi tenutisi all’Onu, Chávez riconosce una certa differenza tra Obama e Bush Jr ma avverte già che: “Se Obama è disposto ad accompagnarci nella creazione di un nuovo ordine mondiale contrassegnato dalla comprensione, la ragionevolezza e il rispetto, sia il benvenuto; se al contrario permette al Pentagono di fargli pressione – a quello Stato nello Stato – e si rassegna a seguire lo stesso copione imperialista di sempre, passerà alla storia come colui che ebbe l’opportunità di dare un solido contributo alla causa dell’umanità e preferì mettersi da parte per timore di affrontare, con le altre nazioni, la sfida di costruire un mondo senza egemonia imperialista, ma di uguaglianza nelle condizioni e in pace”. Sappiamo che durante i due mandati di Obama, il Presidente, al contrario, appoggiò (o non si oppose a) una serie di guerre: in Iraq, con l’invio delle truppe nel 2014 ufficialmente contro l’Isis; in Afghanistan, aumentando persino i contingenti durante il primo mandato; imponendo l’uso di omicidi ‘mirati’ a mezzo droni (denunciati da Daniele Hale in quanto causavano troppe ‘vittime collaterali’ tra i civili, 1); sostenendo fattivamente la guerra in Libia contro Gheddafi (voluta, in primis, dal suo Segretario di Stato, Hillary Clinton); bombardando la Siria a partire dal 2014. Poca roba per un Premio Nobel per la Pace?
Africa e multipolarismo: Chávez prima di Putin
Chávez ricorda come gli “storici del XIX° secolo si sono incaricati di falsificare la realtà del continente africano popolandolo di falsi concetti, che sono i medesimi reiterati dai mezzi di comunicazione. Ci hanno venduto idee perverse, quali che la storia sia arrivata a quei popoli grazie alla presenza europea; che sono, per condizioni razziali, inferiori, violenti, ignoranti; che sono oziosi in quanto non hanno saputo sfruttare le proprie risorse; che non hanno saputo modernizzare i propri Stati perché hanno preferito essere dipendenti e arretrati. Questa deformazione della realtà, occorre dirlo, aveva per obiettivo il perpetuare la teoria e la pratica della dominazione più brutale: ieri con i colonizzatori, oggi con il capitale transnazionale. Disconoscono la forza e la ricca eredità culturale africane dato che, nonostante tutto, sopravvive, nei forgiatori di menzogne, l’ambizione e l’obiettivo di nuove forme di colonizzazione. Non posso dimenticare quanto disse il Presidente martire del Congo, Patrice Lumumba, il 30 giugno 1960 alla proclamazione dell’indipendenza del suo Paese: «Di questa lotta che fu di lacrime, fuoco e sangue, siamo orgogliosi nel più profondo del nostro essere. Non solo fu una lotta nobile e giusta, una lotta indispensabile per porre fine all’umiliazione e alla schiavitù che sono ci sono stati imposti con la forza. Questo è stato il nostro destino in 80 anni di regime colonialista; le nostre ferite sono ancora troppo fresche per poterle separare dalla nostra memoria». Parafrasando Lumumba, anche noi vogliamo aggregare: nonostante ciò, sono ancora troppo fresche le ferite del 2009”.
Nel 2009 avvengono molti fatti. Chávez, ad esempio, svela con parole tristemente profetiche, alla giornalista colombiana Vicky Davila, il piano US: “Abbiamo la più grande riserva di petrolio del mondo, ci attaccheranno per questo”. Nello stesso anno la legge sulla socializzazione della scuola porta il Venezuela sull’orlo di un golpe orchestrato dalle destre (ufficialmente per difendere la libertà di parola, opinione e insegnamento).
Tornando all’Africa e al suo futuro, Chávez afferma che è troppo facile dire che lo stesso “dipende dagli africani e poi chiedere loro che dimentichino il colonialismo e l’imperialismo: la Madre Africa non può dimenticare, cosi come non può farlo la nostra America. Nessuno può essere padrone del proprio destino, se dimentica. Per tutto ciò, il Sudamerica oggi si solleva, apre le braccia e stringe legami con i popoli africani, perché comprende che, da una parte o dall’altro dell’Atlantico, il sangue, la storia e la speranza sono le medesime”.
Più oltre Chávez conclude con un obiettivo oggi rivendicato da Paesi che, sullo scacchiere geopolitico contano ben più del Venezuela bolivariano, dimostrando che anche come politico il Presidente possedeva grande lungimiranza, ossia che la meta comune per il Sudamerica come per l’Africa è “il nuovo ordine mondiale multipolare che dobbiamo coltivare se vorremo, domani, intonare l’inno comune della vera giustizia e autentica fraternità per il pianeta. L’Africa e il Sudamerica sono essenziali per trovare un nuovo equilibrio universale, e ciò passa dal fondere le nostre volontà e delineare obiettivi comuni e praticabili” e ancora, citando un proverbio senegalese: “Chi vuole il miele deve avere il coraggio di affrontare le api e […] insieme avanzeremo nonostante le api”.
Multipolarismo, anticolonialismo, nuove prospettive comuni per il Sud del mondo, rispetto reciproco tra Stati, uguaglianza (reale) e pace. Al di là del giudizio occidentale e dei fumosi (più che famosi) diritti solo formali che Europa e Stati Uniti dicono di voler rispettare e far rispettare, il sogno di Chávez era quello di una maggiore giustizia sociale – ovvero niente di più sgradito per i liberisti e il capitalismo (finanziario) transnazionale.
(1) https://www.inthenet.eu/2023/03/31/lo-strano-caso-di-daniel-hale/
Per tutti gli scritti:
https://chavezenlinea.hugochavez.ve/
Per ricordare quel 17 ottobre 2005:
venerdì, 9 ottobre 2026
In copertina: Logo presente in
https://frontepopolare.net/2014/08/12/chavez-a-milano-la-patria-grande-umana/


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