Se il trauma politico si scrive sul corpo
di Francesca Cola e Marta Pastorino
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La Redazione di InTheNet riceve e pubblica con piacere questo interessante contributo al dialogo.
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“La connessione è un imperativo biologico”. Lo scrive Deb Dana, autrice che ha divulgato le teorie polivagali di Stephen Porges, per ricordarci che la sopravvivenza come specie dipende dalla nostra capacità di relazionarci. Il nostro sistema nervoso non è un’entità isolata: attraverso il cosiddetto “sistema di ingaggio sociale”, invia e riceve segnali per creare sicurezza. È una connessione tra corpi, intesa nel suo farsi sociale e relazionale. In nessun modo, qui, digitale.
Di questo tipo di connessione ci occupiamo per lavoro, ma è stato il quartiere Vanchiglia di Torino a unirci. Se Italo Calvino ha scritto le sue Città Invisibili in risposta all’invivibilità urbana, Vanchiglia ne rappresenta una pagina vivente: un’organizzazione di prossimità dove la geografia dei contatti si scrive quotidianamente sulla pelle degli abitanti.
È una pelle fatta di soglie: tra la scuola e il marciapiede, tra la memoria storica e il desiderio dei nuovi residenti. Per trent’anni, il Centro Sociale Askatasuna ha agito come una membrana tra queste soglie, un luogo di transito dove il corpo sociale poteva respirare fuori dalle logiche del profitto. Tra l’asilo, la scuola primaria e il centro sociale, si è saldata nel tempo un’economia del respiro: merende condivise, una ludoteca, una palestra gratuita, la sala di registrazione, i concerti, supporto agli anziani, una “pedagogia informale del tatto” che ha reso reale il “tra-due” di Luce Irigaray: lo spazio vitale in cui l’io incontra l’altro senza fagocitarlo.

Tutto questo è stato bruscamente interrotto. Lo sgombero del 18 dicembre non si è manifestato solo come fatto d’ordine pubblico, ma come una ferita nel sistema nervoso del quartiere. Laddove c’era porosità, ora c’è il metallo dei Jersey; laddove c’era respiro, c’è la contrazione diaframmatica del trauma.
La neurobiologia clinica ci insegna che il trauma è un processo fisico. Quando un quartiere viene militarizzato, la tensione entra nelle fibre muscolari, altera il ritmo del respiro dei bambini, irrigidisce i diaframmi. Il sistema nervoso risponde con la sua parte più arcaica, attivando il meccanismo rettile di attacco-fuga.
L’operazione del 18 dicembre non ha agito solo contro un perimetro murario, ma ha reciso brutalmente un delicato ecosistema di garanzie politiche e civili. Da un lato c’era il tentativo di Ugo Zamburru, psichiatra, di tradurre il conflitto in cittadinanza attiva attraverso il Patto di Collaborazione; dall’altro, il sostegno di figure come Max Casacci, che con la sua adesione rivendicava il valore di Askatasuna come polmone culturale e non solo come nodo di resistenza.
Queste figure non erano semplici firmatari, ma i ‘garanti’ di una scommessa: l’idea che la sicurezza di un quartiere come Vanchiglia non passi attraverso la compressione dei corpi, ma attraverso la loro libera circolazione in spazi di senso condiviso. Il blitz ha agito come un atto di sfiducia istituzionale: lo Stato ha deciso di ignorare la voce del territorio e della cultura per riaffermare una gestione della cosa pubblica puramente muscolare. In questa ‘anatomia’, lo strappo prodotto segna il passaggio dal linguaggio della mediazione a quello dell’assedio, dove i garanti sono stati sostituiti dalle camionette e il dialogo è diventato, improvvisamente, un corpo estraneo.

L’irrigidimento degli spazi a Vanchiglia riflette una deriva globale in cui i corpi smettono di essere soggetti per diventare ‘target’. Questa oggettivazione si manifesta in una doppia asfissia: quella del popolo venezuelano, schiacciato tra l’autoritarismo di Maduro e l’urto traumatico del blitz di Trump, e quella prodotta dalla violenza istituzionale delle agenzie di controllo.
La tragica morte di Renee Nicole Good per mano dell’ICE non è un errore procedurale, ma l’esito di una logica che recide il legame biologico tra l’individuo e il diritto alla sicurezza. Che si tratti di incursioni interne o blitz geopolitici, il risultato è un’aggressione alla ‘carne e sangue’ della comunità: un’occupazione muscolare che sacrifica l’agency umana e la vita stessa sull’altare della dimostrazione di forza.In questo contesto, la politica diventa anatomia. Per gli adolescenti che tornano in piazza dopo l’isolamento della pandemia, ‘metterci il corpo’ non è retorica, ma la necessità di farsi presenza pulsante.

Sentiamo l’urgenza di analizzare questa dimensione attraverso il concetto di acuerpamiento: una somatizzazione politica comunitaria. Se il trauma è stato collettivo e fisico, la risposta non può limitarsi al piano intellettuale. Abbiamo bisogno di trasformare la tensione accumulata in movimento consapevole, riappropriandoci della geografia urbana attraverso i sensi.
La risposta a questa oggettivazione dei corpi risiede in una pratica di quartiere che è, insieme, politica e cura: riprendersi gli spazi non attraverso lo scontro, ma attraverso una nuova presenza. Per questo abbiamo scelto di camminare. Camminiamo nel quartiere per manifestare concretamente la possibilità di stare insieme, agendo proprio in prossimità dei check-point con presidi pacifici che trasformano il confine in soglia.
Sono camminate che, come riportato da alcune testate, si rivelano “potenti ma gentili”: una forza che non ha bisogno di armi perché trae la sua potenza dall’essere un corpo collettivo che respira all’unisono. In questo muoversi lento e consapevole, recuperiamo la prossimità che ci è stata sottratta, trasformando la contrazione del trauma in un’espansione del possibile. Abitare le strade significa rifiutare l’irrigidimento del metallo e delle grate per tornare a essere membrana: un tessuto sociale capace di sentire, di accogliere e di resistere attraverso la semplice, radicale bellezza del restare umani, l’uno accanto all’altro.
Quando la mediazione politica abdica alla forza, il trauma si deposita innanzitutto sui corpi più esposti. Il fallimento del Patto di Collaborazione non è rimasto un’astrazione burocratica: ha preso la forma delle camionette che presidiano costantemente le vie di Vanchiglia e, in modo ancor più violento, si è riverberato sulla vita di sei studenti, oggi agli arresti domiciliari.
In pieno stile ‘sorvegliare e punire’, lo Stato ha scelto di rispondere all’attivismo giovanile con una compressione fisica della libertà che sa di ritorsione. Questi ragazzi, cresciuti in un quartiere che cercava di immaginarsi come ‘bene comune’, si ritrovano ora confinati, corpi sottratti alla socialità e restituiti alla dimensione domestica come misura punitiva.
Anche per loro camminiamo continuando ad incontrarci e a organizzare momenti assembleari aperti a tutta la cittadinanza, per ricordarci che anche quando gli spazi vengono murati, restano i corpi. Resta lo sforzo suggerito da Georges Didi-Huberman: sottrarsi ai riflettori accecanti del presente per riscoprirsi ‘lucciole’. Piccoli segnali luminosi che, malgrado tutto, continuano a scambiarsi messaggi nell’ombra per rendere il territorio, di nuovo, uno spazio vivo di esistenza e resistenza.
venerdì, 16 gennaio 2026
In copertina e nel pezzo: Foto di Stefano Stranges, inviate dalle Autrici

