Perché l’economia US rischia il KO
di Simona Maria Frigerio
Israele – legge bavaglio o meno – è una continua fonte di orrori. Human Rights Watch, in una dichiarazione ufficiale del 9 marzo scorso, ha denunciato come l’IDF abbia utilizzato armi al fosforo bianco in zone residenziali del Libano, sebbene per il diritto umanitario internazionale tale agente chimico sia vietato quando lo si utilizzi in aree popolate perché può provocare incendi devastanti che, a loro volta, causano “la morte o ferite crudeli che comportano sofferenze per tutta la vita”. Ma del resto, l’unica democrazia del Medio Oriente, dimostra il proprio disprezzo nei confronti della umana pietas anche compiacendosi dell’assassinio di leader religiosi, e dirigenti politici quali il ministro dell’intelligence iraniano, Esmail Khatib, e di Ali Larijani, Segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale (in copertina).
Peccato che gli israeliani conoscano poco i miti della Grecia Antica così come il puzzle nel quale è stato suddiviso il quadro dei comandi iraniani: forse anche Israele dovrà scoprire – come Ercole – a proprie spese, che se taglia una testa dell’idra di Lerna, farà sì che ne rinascano due. Chissà cosa direbbe il mondo, però, se un domani il Presidente Putin si compiacesse di avere ucciso Zelensky – magari con la moglie? I media occidentali volterebbero la faccia come di fronte all’omicidio della Guida suprema sciita, Ali Khamenei, ucciso insieme alla figlia, al genero, alla moglie e perfino a una nipote di appena 14 mesi (nella foto qui sotto)?
Ma non devono preoccuparsi gli iraniani perché Benjamin Netanyahu, ha affermato dalla base aerea di Kirya, il 18 marzo, che potranno scendere in strada e celebrare: «un felice Nowruz (1)» perché gli israeliani «li vigileranno dal cielo». Testuali parole riportate da Telesur, che suonano come uno sfottò da osteria visto che il 13 marzo, ultimo venerdì di Ramadan, l’IDF ha bombardato i manifestanti in corteo a Teheran per Al-Quds, la giornata dedicata al popolo palestinese.
Ma andiamo oltre.

Le lettura mistificatoria dei media occidentali
Mentre il mondo ha ormai recepito – e il miliardo d’oro ha fatto propria – la visione della Grande Israele (a parte qualche rara voce fuori dal coro), in molti si chiedono il perché gli Stati Uniti si siano imbarcati in una guerra in Iran. Per accaparrarsi il petrolio del Paese come vorrebbero fare con quello venezuelano? Di certo non per ‘liberare’ le donne iraniane, magari sul modello afghano (sic!). Tale narrazione è ormai dépassé. Certamente Reza Pahlavi, il figlio dello scià, è un personaggio perfino meno credibile della Premio Nobel per la Pace, María Corina Machado – sebbene condivida con lei il tifo per gli Yankees quando bombardano i loro Paesi. Può essere che vi sia stato qualche errore a livello di intelligence (o di IA?) e l’algoritmo abbia confuso le manifestazioni di piazza contro le restrizioni economiche dovute alle sanzioni statunitensi (che stavano piegando l’economia iraniana e il suo stato sociale) con manifestazioni a favore della minigonna?
L’unica cosa certa è che i media hanno dovuto imbastire una vittoria sulla carta mentre le notizie che giungevano dai fronti di guerra si facevano sempre più preoccupanti per lo Zio Sam, grazie all’intelligente mossa iraniana di prendere di mira le basi statunitensi negli Stati vassalli del Golfo, e di impedire il passaggio delle petroliere dallo Stretto di Hormuz – così da piegare le economie occidentali già in fase di recessione (soprattutto grazie alla mancanza di lungimiranza della UE, che si ostina a sostenere il regime di Zelensky e a non riallacciare i rapporti con la Russia, mediando una pace che salverebbe almeno qualche parvenza di welfare state nel Vecchio Continente. Nessuno a Bruxelles sembra conoscere il vecchio proverbio: “Se non puoi sconfiggerli, alleati”). Ma soprattutto i media occidentali hanno dovuto prendere atto che a Teheran, nonostante gli attacchi aerei sulla popolazione civile e la pioggia tossica causata dal bombardamento della raffineria di Sharan (2), la gente non scende in piazza per rovesciare presunti dittatori, bensì si è stretta intorno ai propri leader (religiosi e politici) per rivendicare la propria indipendenza. La de-escalation o una escalation senza vie d’uscita per il mondo intero sono entrambe opzioni possibili. Mentre scriviamo, noi non vediamo nella sfera di cristallo cosa riservi il futuro all’umanità: ma sappiamo come i media occidentali hanno ‘rigirato la frittata’, ossia affermando su quasi ogni organo di stampa (almeno italiano) che gli Stati Uniti ci guadagneranno da questa guerra perché, con l’aumento del prezzo del petrolio, faranno ricavi miliardari. Ma è davvero così?
Costi/benefici: gli States sull’orlo della stagflazione
Mettiamo da parte la retorica atlantista e la pietas umana: concentriamoci solo sui dati economici e cerchiamo di interpretare la mossa statunitense non come l’esito di un ricatto israeliano nei confronti dell’inquilino della Casa Bianca ma con la semplice logica dei costi/benefici.
Partiamo dai costi al 17 marzo, tenendo presente che non sappiamo al momento della pubblicazione di questo articolo se la guerra proseguirà né chi potrà vincerla (ufficialmente o meno: visto che, a parte l’esito dell’operazione Urgent Fury a Grenada, non si risulta che gli States abbiano mai vinto una guerra dal 1945 ma destabilizzato mezzo mondo e causato milioni di vittime, con bombe o sanzioni, è indubbio).
Il costo, quindi, della guerra contro l’Iran dal 28 febbraio al 17 marzo 2026 ha raggiunto la cifra di 22 miliardi di dollari – secondo il sito Iran Cost Ticker, che monitora, però, solo i costi – diciamo vivi – sostenuti dall’amministrazione Trump (equipaggiamento, proiettili, bombe, sistemi anti-missile, abbattimento di aerei, carburante, costo del personale in missione, eccetera). Ci risultano al di fuori dal computo gli aiuti (dichiarati o meno) a Israele, che è altresì impegnato in quella che può ormai definirsi come l’invasione del Libano – anche se fonti libanesi (sostenute persino da alcune voci israeliane) affermano di aver bloccato l’avanzata dell’IDF. Così come non si può – o non si vuole – valutare il costo della distruzione parziale di alcune basi statunitensi nel Golfo e dei sistemi radar da parte dell’Iran.
Il 4 marzo Turkiye Today forniva il report più esaustivo che abbiamo trovato in rete e, però, limitato ai primi giorni di guerra (3). Le basi statunitensi danneggiate (o delle quali erano stati distrutti i sistemi radar) erano almeno 7 (come avrebbero riportato anche il New York Times e altri siti, avvalendosi di immagini satellitari e riprese video che sarebbero state verificate, 4 e 5). A cui occorre sommare l’attacco contro almeno 11 installazioni, strutture o impianti militari. Nello specifico si citano: il Comando della Quinta Flotta in Bahrain; Camp Arifjan in Kuwait; la Base aerea di Ali al-Salem e Camp Buehring sempre in Kuwait; la base di Erbil in Iraq; l’hub portuale di Jebel Ali a Dubai; la base aerea di Al-Udeid in Qatar; la base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita; l’hub energetico e industriale di Al Ruwais e la base aerea di Al Dhafra negli Emirati Arabi Uniti; e la base aerea di Muwaffaq Salti in Giordania.
Chi ricostruirà tali basi, i loro sistemi di difesa, gli eventuali velivoli colpiti a terra e le infrastrutture di supporto? Ma, soprattutto, sappiamo che la ‘lista della spesa’ si è molto allungata, e le petromonarchie, che credevano di essere al ‘sicuro’ (non si sa da chi) grazie alle basi statunitensi presenti sul loro territorio, stanno vedendo andare in fumo vagonate di miliardi, non solo a causa dello stop alla produzione e commercializzazione del petrolio ma anche dell’azzeramento di un indotto turistico, finanziario e del blocco di aeroporti e linee aeree civili tali che, secondo Threads.com, solo “gli Emirati Arabi Uniti stanno perdendo 1 milione di dollari al minuto nella guerra in corso, circa 10 miliardi di dollari settimanali”.
Se il petrolio costa di più non sono gli statunitensi ad arricchirsi
Il 16 marzo la benzina, negli Stati Uniti, ha raggiunto i 3,675 dollari al gallone (+25% in una settimana). Il greggio è quotato, sui mercati, il 18 marzo, 95 dollari al barile; il brent (6), di cui si rifornisce l’Europa, 105. Inoltre, il Qatar è il principale fornitore di gas naturale liquefatto via mare dell’Europa, con il 45% delle importazioni, e quel gas deve passare per lo Stretto di Hormuz – senza dimenticare che il 18 marzo, per ritorsione contro l’attacco israeliano ai giacimenti di gas iraniani di South Pars, Teheran ha lanciato missili balistici proprio contro il complesso gasifero di Ras Laffan in Qatar.
Sebbene alcune società energetiche – quali, Exxonmobil, ConocoPhillips, Chevron, Shell ed Eni abbiano registrato aumenti a livello di titoli azionari dal 2 al 5%; mentre alcune società che producono gas, quali Eqt Corporation ed Expand Energy, hanno toccato un +7% (e, ovviamente, sono aumentati anche i valori azionari di Raytheon, Boeing, Lockheed Martin, Rheinmetall, eccetera), come spiega Agoravox (7), a giovarsene sono stati i principali azionisti – ovvero, BlackRock, Vanguard e State Street.
Ma lo statunitense medio, come l’italiano o il francese, che va alla pompa per il rifornimento, non ci guadagna, bensì è colui o colei che sta ingrassando le succitate Big Three. Nel mentre, anche l’amministrazione Trump e la Federal Reserve devono fare ‘i conti della serva’ in quanto a marzo sono previste ben 8 aste da 40/70 miliardi di dollari per coprire il debito pubblico in scadenza. I titoli decennali hanno cedole quasi del 4,5% e se “tale rendimento si consolidasse, il conto degli interessi annuo salirebbe alla cifra mostruosa di 1.700 miliardi, rappresentando la voce più alta del bilancio federale, quasi due volte quella militare e ben più consistente di quelle per l’istruzione, la sanità e l’assistenza” (7). Ma la situazione potrebbe farsi ancora più critica dato che circa il 30% del debito statunitense scade a breve, entro 12/24 mesi e, questo, significherà che il Tesoro dovrà emettere nuovi titoli per ripagare quelli vecchi in scadenza, “emessi anni fa con tassi vicini allo 0% o all’1%” (7) con altri al 4,5%. In quest’ottica, si profila l’ipotesi molto concreta di interessi sul debito pari al 10% del Pil Usa, una percentuale che definisce una sostanziale insostenibilità dei conti del più grande Paese capitalista al mondo” (7).
D’altro canto, non tutte le società petrolifere (o affini per mercato di competenza) hanno in previsione un aumento dei guadagni che abbia dirette ricadute positive sulle quotazioni in Borsa. Come fa notare Il Messaggero, la statunitense Schlumberger, ad esempio, il maggiore “fornitore al mondo di servizi per giacimenti petroliferi, ha dovuto annunciare lo «smobilizzo delle operazioni» in alcuni Paesi del Medio Oriente in attesa di una schiarita. Poi ci sono le grandi major petrolifere con diverse bandiere esposte sul Golfo. Anche queste pagheranno un prezzo per le minori produzioni ed esportazioni” (8). E del resto non tutti i cittadini statunitensi lavorano per una manciata di aziende petrolifere o dell’apparato militare e dell’aeronautica.
Il blocco dello Stretto di Hormuz per le petroliere statunitensi, israeliane e dei loro alleati è un colpo per l’economia anche per un’altra ragione. Dato che alcuni Stati degli US dipendono tuttora dalla produzione agricola per il loro benessere (e citiamo solamente California, Iowa, Nebraska, Texas, Minnesota, Illinois, Kansas, Wisconsin, Indiana e Missouri), il problema è dato dai fertilizzanti, in quanto dallo Stretto transita circa il 15% della produzione mondiale. Le ricadute negative non interessano solamente l’Europa in quanto se diminuisce l’offerta, in generale, di un qualsiasi prodotto la tendenza sui mercati sarà globalmente al rialzo. Da dicembre, non a caso, la Borsa di Chicago – che tratta le quotazioni su tali prodotti – ha visto un’impennata di +64%. A pagarne le conseguenze sarà quindi anche il settore agricolo statunitense – viste anche le estensioni degli appezzamenti e l’elevata produttività richiesta per reggere la concorrenza di altri Paesi.

22 miliardi di perdite in 18 giorni v/63 miliardi di incassi extra in 1 anno
E chiudiamo questo lungo articolo facendo anche noi i ‘conti della serva’. Riassumendo abbiamo visto che i pericoli finanziari ed economici, li corrono anche gli States – se non vincono la guerra o, almeno, fingono di averla vinta (ripetendo gli scenari dall’Iraq all’Afghanistan). Secondo le previsioni di Jefferies e Rystad Energy, riportate anche dal Financial Times, “finora l’incasso in più delle società non esposte in Medio Oriente è di 5 miliardi”. Se la guerra continuasse fino a fine anno, mantenendo i prezzi del petrolio intorno ai 100 dollari al barile, dette società “potrebbero arrivare a incassare un extra fino a 63 miliardi di dollari grazie al balzo dei prezzi del greggio”. Tradotto: gli States hanno già speso come Paese 22 miliardi di dollari in 18 giorni e una manciata di compagnie potrebbe ricavare un +60 miliardi in 10 mesi. Questo in cosa si tradurrebbe per le tasche degli statunitensi? L’aliquota federale fissa sul reddito societario è del 21% ma si applica sull’utile netto, così come quella dello Stato di appartenenza della sede legale (che varia dallo 0 all’11%). Fino al 2017 esistevano aliquote crescenti a seconda del reddito d’impresa imponibile (di conseguenza, l’aliquota media sulle società negli Stati Uniti è stata del 31,89% dal 1909 fino all’introduzione della flat tax). Ora, immaginando che questi 60 miliardi risultino totalmente come utili netti, al massimo il Governo federale potrà incassare 12miliardi e 600milioni, ovvero il costo di due settimane di guerra. Di conseguenza, la domanda è più che lecita: il cittadino statunitense guadagnerà o meno dalla guerra in Iran? E come farà a giustificare una eventuale sconfitta, Trump, nelle elezioni di mid-term ormai prossime? Ma soprattutto, questo conflitto si può attribuire solo alla guerra economica contro la Cina e i Brics, in generale, visto che Beijing dipende dalle risorse energetiche iraniane e da quelle russe per la sua produzione di massa?
Di sicuro, il Presidente e il suo staff non hanno tenuto conto di altri due fattori, ossia la minaccia di un aumento dell’inflazione che toccherà settori come le bollette energetiche, i trasporti, ma anche i prodotti al consumo (perché se aumenta il costo dell’energia, salgono anche i prezzi della produzione e, vista la ricaduta sui fertilizzanti della chiusura dello Stretto di Hormuz, anche dei generi alimentari e del loro indotto, come la ristorazione). Inoltre, l’aumento dei costi per la produzione e la diminuzione delle vendite in alcuni settori (pensiamo al turismo, all’hospitality, all’aviazione civile, eccetera) possono aumentare il tasso di disoccupazione che, a sua volta, può portare a un’ulteriore contrazione dei consumi in un’economia capitalistico/consumistica dove ogni bisogno è mercificato – dalla salute ai trasporti, dall’entertainment all’istruzione.
Già il IV trimestre del 2025 aveva cominciato a preoccupare gli addetti ai lavori per il pericolo di stagflazione (9), dato che era stato registrato un “downgrade PIL ad appena +0,7%”, ovvero il Pil US era “cresciuto a tasso dimezzato rispetto a quanto annunciato in precedenza”; mentre “l’inflazione core era a +3,1%” su base annua (ben al di sopra del 2% dei desiderata della Banca centrale statunitense). La Federal Reserve era, quindi, già a un bivio non sapendo se abbassare i tassi di interesse, incentivando il credito per ottenere una possibile ricaduta positiva sugli investimenti produttivi e una diminuzione della disoccupazione; o alzarli per evitare un aumento dell’inflazione. Oggi la situazione è ben più critica del pericolo ventilato, a fine dicembre, di stagflazione.
E le domande a questo punto sono due. La prima è, ovviamente, perché il Presidente eletto per mettere fine a tutte le guerre, si sia imbarcato in una sequela di conflitti che va dal Venezuela a Cuba, passando per la Groenlandia e l’Alberta, e deflagra ferocemente in Palestina, Libano e Iran. La seconda è come mai i nostri media ma anche i nostri politici – in Europa e in Italia – non si rendano conto di come una escalation della guerra porterà a un crollo dell’Occidente e non solamente, questa volta, dell’Europa? Magari con i ventilati attacchi nucleari israeliani, che Trump ha speso tempo a smentire mentre David Sacks, responsabile della Casa Bianca per l’intelligenza artificiale e la crittografia, in un’intervista ha affermato che : «bisogna preoccuparsi che Tel Aviv intensifichi la guerra contemplando l’uso di un’arma nucleare» (10).
(1) Il Capodanno persiano e iraniano che si celebra con l’equinozio di primavera, il 21 marzo
(2) Video presente su YouTube
(3) https://www.turkiyetoday.com/region/11-us-military-sides-damaged-or-destroyed-by-iran-since-feb-28-3215570
(4) https://www.nytimes.com/interactive/2026/03/11/world/middleeast/iran-us-military-bases-strikes-map.html
(5) https://nordictimes.com/world/satellite-images-reveal-damage-us-military-bases-middle-east/
(6) Il Brent Crude è il parametro di riferimento mondiale per il prezzo del petrolio. Considerato un petrolio leggero perché ha una bassa densità che ne facilita la raffinazione; e dolce, in quanto contiene poco zolfo. Grazie alla posizione dei luoghi di estrazione, e alla facilità di trasporto via mare, funge da base per la determinazione del prezzo di circa i due terzi del petrolio scambiato a livello globale, inclusi i contratti europei
(7) https://mobile.agoravox.it/Chi-guadagna-da-questa-guerra-la.html
(8) https://www.ilmessaggero.it/economia/petrolio_prezzo_barile_ricavi_big_oil_usa-9417813.html
(9) https://www.money.it/tassi-fed-il-dilemma-si-chiama-stagflazione-downgrade-pil-ad-appena-07-in-iv-trimestre-inflazione-core-oltre-3
(10) https://www.quotidiano.net/esteri/iran-israele-nucleare-bomba-atomica-f0n9k446
venerdì, 20 marzo 2026
In copertina: Ali Larijani durante un’intervista con il sito web khamenei.ir, nel 2025 (CC BY 4.0). Nel pezzo: Zahra Mohammadi Golpayegani, la nipote di 14 mesi dell’Ayatollah Khamenei (foto pubblicata in rete da diversi online e su vari social); Cartina dello Stretto di Hormuz. Le frecce blu demarcano lo schema di separazione del traffico (Pubblico dominio)

