Due facce della stessa medaglia
di Federico Giusti
Partiamo da una domanda: cos’è la legittima difesa preventiva?
Il nostro Paese non partecipa alla guerra, non preme il bottone ma, in sostanza, permette che qualcuno la faccia – tranquillamente seduto in territorio italiano. In estrema sintesi potremmo riassumere con queste parole la concessione delle basi agli Usa, la possibilità che i loro aerei sorvolino il nostro territorio.
Questo ennesimo conflitto ha introdotto il concetto di ‘legittima difesa preventiva’ – con cui Trump ha deciso di bombardare un Paese annunciando che, dallo stesso, potrebbe partire una minaccia agli Usa e agli interessi occidentali. Sarebbe interessante, nel frattempo, capire la minaccia della Nigeria o del Venezuela agli Usa, a meno che per minaccia non si intenda anche la legittima facoltà di decidere cosa fare delle proprie risorse di greggio o di gas.
Forse la difesa preventiva è lo schermo dietro a cui si celano solo interessi economici e militari nel nome dei quali ci si sente autorizzati a fare di tutto e di più? E, di conseguenza, anche quanto resta del diritto internazionale viene travolto dalla propaganda di guerra.
Non si tratta di simpatizzare – non è certo il mio caso – per l’Iran ma di nutrire qualche dubbio sulle giustificazioni addotte dagli US. Esigere chiarezza sull’utilizzo della base di Sigonella e su quella di Camp Darby, quando perfino il ministro Crosetto parla di guerra “fuori dalle regole del diritto internazionale”. Il diritto internazionale, in teoria, dovrebbe contenere la supremazia di chi affermi i propri interessi con la forza e con l’arbitrio. Il vero problema è rappresentato dal fatto che gli Stati Uniti hanno gettato discredito e disconosciuto gli Organismi internazionali proprio per non avere ostcoli – e lo stesso ha fatto Israele.
La guerra di aggressione in teoria sarebbe vietata e condannata, idem anche la concessione di basi per questa guerra. La vendita di armi, in funzione anti-iraniana, a Paesi fuori estranei alla Nato e alla UE è, a sua volta, lecita e ammissibile?
Più passano i giorni e maggiori sono i dubbi. Domande si aggiungono a domande senza ricevere risposta di sorta. La strategia del silenzio, da parte della politica, e la mancata discussione all’interno della società civile sono sempre utili per sfuggire alla realtà. Meglio parlare allora della famiglia nel bosco, argomento senza dubbio meno insidioso della guerra e facile da usare per la campagna referendaria a favore del Sì.
L’ascesa dei prezzi petroliferi acuirà i ritardi e la crisi della UE
Oltre alla questione delle basi statunitensi su territorio italiano e della concessione di sorvolare i nostri cieli, vi è un ulteriore fattore che andrebbe considerato quando si guardi alla guerra israelo-statunitense contro l’Iran.
In effetti, verrebbe da pensare che gli obiettivi di Trump siano anche altri, in aggiunta alla distruzione dell’Iran, al regime-change e alla vittoria di “un Esecutivo che tratti bene US e Israele”. A pensar male ci si indovina? Se la guerra andrà avanti per settimane, i primi a pagarne lo scotto saranno i Paesi europei. In pochi giorni i prezzi del greggio sono saliti a 90 dollari al barile (+32% in una settimana); ma già lunedì 9 marzo (alla nuova apertura della Borsa) hanno toccato i 100 dollari, mentre il 18 marzo (complice forse la dichiarazione di Trump di avere distrutto le basi iraniane sullo Stretto di Hormuz e di Netanyahu che gioiesce perché hanno assassinato Ali Larijani), il greggio è sceso a circa 95 dollari a barile e il brent si attesta sui 105; mentre il gas si mantiene sui 50/53 euro al megawattora (+68%).
Da questa guerra le multinazionali del greggio trarranno ulteriori e indubbi vantaggi, extra utili, mentre interi settori dell’economia finiranno, al contrario, in sofferenza. Teniamo conto che alcuni impianti mediorientali sono stati danneggiati dai droni iraniani. Più avanti va la guerra, più cresceranno i prezzi di gas e petrolio e gli US potranno beneficiare di questo ulteriore vantaggio – sebbene le spese per il conflitto potrebbero portare il deficit statunitense a livelli se non insostenibili, impensabili.
Su Il fatto Quotidiano è stato recentemente pubblicato un articolo di Marco Palombi, Gas e petrolio, prezzi alle stelle Mega-utili per gli Usa (e Putin).
Tornando agli Stati Uniti, è vero che il settore Oil&Gas ha molto da guadagnare dal blocco del Golfo (e, su scala minore, anche Eni o Enel), ma la cosa non vale per l’economia in generale. Intanto, una recessione globale non sarebbe, ovviamente, senza effetti negativi anche per gli States, i quali già subiscono l’aumento dei prezzi energetici (+16%) e, in caso di guerra prolungata, dovranno fronteggiare un rialzo dell’inflazione. A pochi giorni dallo scoppio del conflitto, la benzina era già salita del 10% arrivando a 3,25 dollari al gallone, il livello più alto da aprile 2025 e, alla Casa Bianca, gli esperti ritengono che i danni ‘politici’ – cioè la diminuzione del consenso – inizino quando si supera quota 3,50 dollari (e, al momento della pubblicazione di questo pezzo, tale cifra è stata superata).
Il problema per Trump, nell’anno che lo condurrà alle elezioni di mid-term a novembre, è costituito dal non avere i mezzi per intervenire efficacemente. Le riserve di petrolio ammontano oggi a 415 milioni di barili, pari a 20 giorni di consumi: Joe Biden, nel 2022, le usò per arginare gli effetti sui prezzi dell’invasione dell’Ucraina e, da allora, nessuno ha provveduto a ricostituirle. La capacità di ‘durare’, in questa guerra, è un tema più politico che militare.
venerdì, 20 marzo 2026
In copertina: Foto di Mike da Pixabay

