Quando lo sfondo diventa il protagonista
di Simona Maria Frigerio
Da Le Tirailleur (2014) a La Vallée heureuse (2026), passando per Gli indesiderati (2019) e Lagune (2023), Palazzo Blu dedica un’ampia personale a Piero Macola, fumettista e illustratore veneto – ormai di casa a Parigi.
L’asettica banlieue francese coi suoi squallidi mono e bilocali in palazzi anonimi, la borsa di plastica al posto della valigia, la solitudine dell’indifferenza degli alveari umani (ossimoro, visto che le api tra di loro collaborano), e gli uffici dei burocrati che dirigono la vita del cittadino di serie B, Abdesslem, da un lato. Dall’altro, l’ex soldato della Francia colonialista, pastore marocchino arruolato con la forza per difendere gli interessi di un Paese che non sarà mai il suo: questa la traccia narrativa di Le tirallieur.
E accanto, i ricordi giovanili delle botteghe del souk, dai colori ocra come la sabbia del deserto, e i panorami pastorali di un Marocco a lungo sognato ma dove la burocrazia francese non gli permette di tornare almeno per nove mesi l’anno – se non vuole perdere la magra pensione da soldato. La grandeur francese si scontra con la realtà di uno Stato che ha potuto arricchirsi per decenni depredando le colonie, dal Nord Africa all’ex Indocina fino al Sahel dei nostri giorni.
La matita colorata di Macola restituisce perfettamente la compostezza dell’uomo – la rigidità del soldato in stile Hank Deerfield, protagonista di Nella valle di Elah. Ma è soprattutto lo sfondo a emergere nella contrapposizione della natura, quella intatta dei ricordi di giovinezza e quella violata dalla guerra contro i nazisti, fino alla gelida periferia del presente vissuto come costrizione – una galera per chi non ha commesso alcun crimine. Da notare l’asciuttezza icastica della tavola con filo spinato, una casacca militare, la luger, le cesoie e un elmetto – forse un involontario omaggio a Kapò, uno tra i film culto di Gillo Pontecorvo (che diresse anche, in sintonia con Le Tirailleur, La battaglia di Algeri).
A corredo, le foto in bianco e nero scattate da Alain Bujak.
Nelle sale seguenti, Gli indesiderati, che si giova di quella Pianura Padana che più che rimandare al manzoniano: “Quel cielo di Lombardia, così bello quand’è bello”, ci riporta a quella bumosa nebbiolina di un passato contadino, che Ermanno Olmi immortalò ne L’albero degli zoccoli (anche se allora era la bergamasca). Qui si incontrano un migrante moldavo, Anton, che vorrebbe raggiungere la Svezia (se funzionasse il sistema della redistribuzione dei richiedenti asilo nei vari Paesi europei, quanti sfruttati in meno avremmo?) e un guardiano di una darsena del Po, Bruno.
E anche qui, al di là dell’intreccio di destini e dei continui salti temporali, tra ricordi d’infanzia e presente (entrambi contraddistinti dal sopruso), a emergere è lo sfondo (reso sempre con le matite colorate): la quiete della baracca di legno dalla quale Bruno osserva il lento scorrere del fiume; e il cantiere edile, dove Anton è sfruttato da un caporalato – in questo caso dell’edilizia, ma in agricoltura non va meglio – che, ormai, è diffuso in tutta Italia. Basterà poco ai due uomini, quando il secondo sarà vittima dell’ennesimo incidente sul lavoro, per capire – come Marina Abramović – che “Siamo tutti sulla stessa barca”. E Macola utilizza la semplicità di una scenografia significante (il materasso steso a terra), il primo piano di una caffettiera annerita dall’uso o di un piede ingessato, per restituire quasi cinematograficamente un mondo, il nostro mondo.
Lagune è quasi un ritorno a casa per l’artista, nato a Venezia, e la scelta dell’acquarello per le tavole si coniuga perfettamente al lucore delle acque uggiose e notturne di un noir firmato da Christophe Dabitch. Il Mose che, da barriera contro l’acqua alta, si è trasformato in “un confine sorvegliato, controllato da un’organizzazione criminale che gestisce traffici” di merci ed esseri umani, rimanda a certi progetti distopici (descritti anche da Naomi Klein in Una rivoluzione ci salverà) di metropoli dove i ricchi (ad esempio newyorkesi) si salveranno dal cambiamento climatico ergendo dighe a difesa di Park Avenue – lasciando che gli altri affoghino se non possono permettersi di vivere a Manhattan.
Qui la Venezia da crocieristi agguerriti – per conquistarsi il ninnolo di vetro di Murano, prodotto con la plastica in Cina; per farsi pelare 25 euro per un caffè in San Marco; o che scivolano sul ponte della Costituzione di Calatrava – cede il posto a un paesaggio notturno, punteggiato di figure ambigue, marginali, se non apertamente criminali che costringono il giovane protagonista – Paolo – a perdere, per sempre, la propria innocenza. Ma la crudezza della scoperta è compensata e quasi ammorbidita dalla levità dell’acquarello che, non solamente è scelta d’elezione per trattare l’elemento acquoso, la laguna coi suoi infiniti canali, ma anche macchia coloristica che rende espressivamente il passaggio all’età adulta di Paolo.
A questo punto del percorso è possibile vedere un video con un’interessante presentazione di Piero Macola dei lavori in mostra. Da non perdere.
In chiusura, alcune tavole del work in progress, La valée hereuse – scritto ancora una volta da Christophe Dabitch – e dedicato ai quattro anni trascorsi in Patagonia da Butch Cassidy e Sundance Kid (con la compagna del secondo, Etta Place). Qui il colore esplode in maniera espressionista sottolineato da contorni netti di un nero che diventa esso stesso protagonista, stagliando la figura dal contesto – che sia il rosso di una giornata arroventata, perfetta per ergere la forca in un Far West che sta per volgere al declino, o le sfumature di verde della natura incontaminata delle pampas argentine.
Curiosamente le vignette, piccole e serrate quando si tratta di descrivere i pestaggi dei prigionieri in cella, la vita in città o i passatempi sul transatlantico che porterà la banda ad allontanarsi dagli States per cercare il proprio paradiso perduto o l’isola che non c’è in Sud America; assumono l’aspetto di immagini in cinemascope quando immortalano le ampie pianure di un futuro che, per pochi anni, sembrerà ancora possibile.
In chiusura di mostra, alcune illustrazioni di Macola (copertine o illustrazioni interne di libri, manifesti, eccetera) che ne confermano la duttilità tecnica e la sensibilità paesaggistica e, vieppiù, coloristica. In Il piccolo burattino di Varsavia, si nota in particolare la capacità di restituire un milieu (quasi à la Edward Hopper), così come in Io sono un gatto. Acquarello decisamente emozionale quello (non utilizzato) per Sulle Alpi. Un viaggio sentimentale. E ancora, interessante la resa iconografica del tema per la copertina di Dimmi cos’è il fascismo, in cui il Ventennio è rappresentato dalle ombre dei gerarchi in parata, che si stagliano gigantesche su un muro, mentre il cortile è occupato da ragazzini che giocano ignari di ciò che li attende. ‘Esplosivo’ il manifesto per il Festival Polar con un’auto in fiamme in stile Crash (di David Cronenberg) o Rant (di Chuck Palahniuk), mentre due giovani si baciano in primo piano.
La mostra continua:
Palazzo Blu
Lungarno Gambacorti, 9 – Pisa
fino a domenica 8 novembre 2026
orari: da martedì a venerdì dalle ore 10.00 alle 19.00; sabato, domenica e festivi, dalle ore 10.00 alle 20.00
Piero Macola. Paesaggi di vita
Mostra organizzata da Palazzo Blu
in collaborazione con Lucca Comics & Games
con il sostegno di Fondazione Pisa
venerdì, 15 maggio 2026
In copertina: Acquerello, inchiostro nero e matite colorate su carta, 45,7×32,5 cm, Lagune, 2023, copertina


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