Come medicalizzare la morte
di Simona Maria Frigerio
Sono tutti gentili, cortesi, l’ambiente è pulito, impersonale forse, asettico, immerso in un silenzio sovrumano a cui fanno da sottofondo i ronzii delle macchine, e qualche lamento simile a un guaito. Persino i passi sembrano felpati e le parole si affievoliscono in bisbigli. Il dolore è trattenuto come se non fosse questo il luogo adatto a esprimerlo: il dolore palpabile, ma impronunciabile, si posa come polvere fragile su ogni oggetto, vela ogni sguardo, si insinua in ogni frase.
Silenzio: è quasi assordante ascoltarlo, dopo la frenesia caotica dell’ospedale. Ovattato – come nell’utero materno. Torniamo dove tutto cominciò ma senza l’urlo liberatore, senza domani, o meglio con davanti a noi un oggi che si ripete indefinitamente. Ore, giorni, settimane forse mesi. Finché il cuore continua a pompare sangue che ossigena i polmoni, la chiamano vita. Anche se tu non ci sei già più. Perso nelle ombre del sonno della morfina. Senza sogni? Senza incubi? Immemore, perso, se per un attimo te ne risvegli e afferri dove sei: sì, ancora in questo letto sudato. Intrappolato nella ragnatela tra un qui, che non riesci ad afferrare, e un nulla che non può ancora ingoiarti, confortante, nel suo utero.
Ma anche lei è sospesa a quel filo tessuto da un padre aracnide, uno Stato che ti permette una tac dopo due anni, un esame ogni cinque, complice di una medicina che non può, non sa curarti, ma che è obbligata dalla legge a seguire i precetti di questo dio minore, in cui non credi ma che, come le parche, ha tessuto la tua vita – da marionetta – e ora solo a lui spetta il diritto di tagliare quel filo. E quel filo la lega, lega pure lei a quel letto, impotente. E a volte vorrebbe si spezzasse perché l’agonia cessi – per te, per lei, ma per te soprattutto – e altre vorrebbe che diventasse più forte dell’acciaio, e ti trattenesse ancora un’ora, un minuto, un secondo perché accada quel miracolo che la mente razionale rifiuta, ma nel quale il cuore vorrebbe credere con la fede cieca del chela, dell’anacoreta, del sufi o di chiunque abbia ancora fede in quel dio buono e giusto: buono giusto e muto di fronte ai bambini di Gaza. Perché la realtà, a tratti, come scroscio di pioggia, batte ancora ai tuoi vetri e, per un attimo, scorgi al di là della finestra dei tuoi occhi stanchi, il mondo.
Il mondo che là fuori continua a girare – o è immobile anche lui, preso nella spira di un eterno ritorno in cui la storia non fa che ripetersi con minime variazioni, impercettibili per i tempi umani?
E allora lasci che i ricordi di quel mondo, di quella vita, di anni vissuti insieme, entrino come frammenti, schegge impazzite e taglienti, in quello spazio, dove ti feriscono perché sono troppe per restare confinate a quella stanza, e pare che esplodano nella tua testa in flash sconnessi. Giocavate a ping pong nel tiepido sole di tarda primavera, solo qualche mese fa. Com’è possibile che la tua mente si soffermi su un particolare tanto insignificante? Ma la vita non è una raccolta di attimi persi – che a te parlano, mentre sfuggono all’orecchio del vicino?
E poi le discussioni: ma quanto vi accapigliavate per la politica – illusi che da quelle parole, simili a mattoncini Lego, avreste creato un altro mondo possibile? E quelle domeniche mattina, quando ancora lavoravate, che potevate pigrare a letto leggendo giornali e tesi di partito, infervorandovi per una virgola e poi decidendo il film del pomeriggio perché il cinema, la domenica, era come la messa per i cattolici? E ti scopri a sorridere ripensandoci, e quasi ti complimenti con te stessa perché riesci a fare persino una battuta che solo tu puoi sentire, che ti muore sulle labbra di una risata trattenuta perché questo spazio non permette nemmeno quello: il riso dolce/amaro del ricordo che là fuori c’è un mondo – un mondo del quale facevate parte, del quale non puoi accettare che tu ricomincerai a fare parte.
Perché, no, qui, non può esserci un dopo.
Secondo racconto inedito della serie: Allegoria della morte (A N. e W.)
Il primo:
venerdì, 29 maggio 2026
In copertina: Quadro esposto nel Museo di Penang, Malaysia


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