Koh Kood: una lingua di asfalto tra baie infestate di resort
di Luciano Uggè
Dovevamo capirlo dal nome: Koh Kut o Koh Kood? Vero è che la traslitterazione nel nostro alfabeto del Thai è sempre complessa e lascia ampio margine all’arbitrarietà, ma qui ci siamo trovati proprio su un’isola che non c’è e non in quanto scaturita dal sogno o dalla fantasia ma in quanto coacervo di spazzatura, abbandono e incolto che crescono come funghi (insieme a qualche ristorante o bar in legno e ondulex) ai lati di una lunga lingua di cemento, che stanno riasfaltando e che percorre l’isola senza soluzione di continuità né previsione di marciapiedi e illuminazione appropriata.
Sul mare, baie completamente occupate da resort (più o meno chic, più in stile bungalow da campeggio o ecomostro ancora contenuto – almeno in altezza), dove l’acqua è tuttora abbastanza pulita (soprattutto il mattino), ma i pesci sono scomparsi così come non si vedono coralli o qualsiasi altra cosa cerchino gli snorkler muniti di maschere, pinne e boccagli. In compenso, l’immondizia – basta che il mare sia un po’ agitato – abbonda, sia in acqua sia a riva.

E così vedi questi stessi turisti correre su è giù in motorino su questa lingua di strada a circa un chilometro dalla costa – senza tema di accorgersi di baracche in lamiera, spazzatura, sbancamenti, quantità imprecisate di polistirolo, elettrodometici, rottami e ondulex abbandonati in mezzo al nulla ad arrugginire – in cerca della baia successiva da appuntarsi sul petto come una medaglietta. Una dopo l’altra, anche tre o quattro al giorno – dato che l’isola non è piccola ma col motorino te la giri, da nord a sud, in un’ora o poco più. Noi, a piedi, ci abbiamo messo circa 7 giorni (visitando una a una ogni spiaggia ed entrando in acqua per verificare la fauna marina). Questo è ciò che abbiamo sperimentato in prima persona, un po’ caoticamente.
Le spiagge. Iniziamo da Khlong Chao
Prende il nome dal Khlong, ossia il canale che vi sbocca. Pensate, ad esempio, a Migliarino, dove sfocia il Serchio. E considerate che qui non vi sono depuratori. Aggiungete che la spiaggia è puro cemento armato suddiviso tra bungalow in muratura, palazzine piano terra e primo piano, bar e ristoranti. Moltiplicate per la bassa marea che, spesso, prosciuga il fondo. E otterete… una cloaca massima. Ma se vi tappate il naso, potrete bervi una birra guardando il tramonto tra nugoli di zanzare. Oppure, a sera, vedere i consueti spettacoli con le bolas infocate (attenti ai lanci: qualche volta beccano il ramo di una tra le poche palme ancora presenti in spiaggia ma, per la maggior parte, sradicate e lasciate a seccare al sole).

Ajinta Resort / Takhian Beach
Inguardabile. Accanto al nuovo resort (che tanto nuovo non è e sembra già abbastanza decrepito, soprattutto sul retro), restano le baracche di quello che forse fu un resort prima maniera – in legno e ondulex – o abitazioni di locali. Aggiungete rottami, spazzatura varia, plastica che porta il mare a riva, ciabatte di gomma e bottiglie, un intero tavolo quadrato e quattro sedie in legno abbandonati, e un mare spesso alto e mosso che sbatte rocce e detriti direttamente sulle vostre caviglie.


Khlong Hin Beach
Come sempre alla foce di un fiume (in realtà, ha ben due khlong che la delimitano). Facilmente raggiungibile seguendo le indicazioni per l’Ajinta Resort e deviando sulla sinistra. Baia tranquillissima, finalmente pulita (sic!) e con una seconda spiaggia (We Ao Jark) altrettanto vergine (relativamente), non più raggiungibile da un sentiero tra gli scogli (al quale si accederebbe quando l’acqua è bassa) perché, come sempre, i thailandesi fanno di tutto per impedire ai turisti di muoversi da una baia o da un resort all’altro (in questo caso, lasciando che il ponte sulle rocce crollasse). Decisamente la nostra preferita, la cosiddetta spiaggia dei russi e, come sempre, i russi sono cordialissimi e amano la nostra Italia, nonostante tutto. Ma non aspettatevi di fare snorkeling. Solo di abbronzarvi e nuotare in un’atmosfera rilassata.


Bang Bao Beach
Carina. Vi si accede in due modi. Il primo è: oltrepassando il cartello ufficiale (venendo da Khlong Chao Beach), prendere la seconda a destra per Khlong Hon Beach, poi nuovamente a destra per l’Ajinta Resort ma, quasi subito, per la terza volta, andare a destra. Seguite la freccia Sand and Sea e vedrete una capanna di lamiera: il sentiero è quello! Preparatevi a circa venti minuti di scarpinata nel nulla che vi condurrà a un ponte di legno (pericoloso oltre che pericolante), il quale sovrasta l’ennesimo khlong maleodorante. Siete arrivati. Per fortuna la baia è ampia, le acque tranquille anche se prive di pesci e coralli. Nel pomeriggio cambia il vento e la risacca trasporta tutto ciò che galleggia: legni, foglie, fiori, piume, ossi di seppia e… polistorolo. Appena alle spalle dei turisti da moto con asciugamano e stuoia, i vari resort con erbetta curata e ricchi europei che soffrono perché gli si fa ombra. Dopo uno tra i pontili, che tagliano la baia, iniziano i problemi perché i resort più lussuosi (e vuoti, almeno dopo la metà di febbraio) fanno di tutto affinché i turisti non attraversino la spiaggia, incluso coprire di macerie e rifiuti gli scogli per rendere i passaggi pericolosi (anche se la strada principale vi porterebbe proprio lì). Per fortuna, con la bassa marea, potete passare dal mare e accorciare la strada di solito al ritorno.

Khlong Chao Waterfall
Se per cambiare, vorrete visitare una tra le tre cascate presenti nell’isola, queste non saranno quelle del Niagara ma sono facilmente raggiungibili a piedi dalla spiaggia omonima. In parte camminerete sullo stradone carrabile che si addentra nell’isola e, per qualche minuto, su un sentiero – gli ultimi metri sono sulle rocce, per cui si consigliano scarpe comode. Alte circa quindici metri, con doppio salto, formerebbero (se avessero abbastanza acqua) anche una pozza in cui turisti e Thai potrebbero bagnarsi (ma non a febbraio, ovvero dopo tre mesi di cosiddetta stagione secca). Paesaggio stranamente lunare e non particolarmente invitante. La liana di cui decantano su Trip Advisor (sempre meno credibili i commenti che vi si leggono) è una semplice corda: se volete appendervi per sentirvi Tarzan, meglio un qualsiasi percorso vita in un normale parco giochi.

La settimana prossima, il resto del viaggio.
venerdì, 12 giugno 2026
In copertina e nel pezzo: Foto della Redazione di InTheNet


In odore di fascismo
L’ipocrisia del Parlamento Europeo contro Cuba
Ennesimo schiaffo a Kyiv
OPCW e ONU: quando l’Occidente detta legge
Elemosina pagata con le armi?
Kirillov e Gabbard: vittime della stessa verità?