Partigiani sempre
di Simona Maria Frigerio
In questi giorni mi è capitato di rivedere L’Agnese va a morire, il film del 1976 diretto da Giuliano Montaldo e tratto dall’omonimo romanzo (in parte autobiografico) dell’ex staffetta partigiana, Renata Viganò. E negli stessi giorni, leggo il libro di Massimo Recchioni, Francesco Moranino. Perché si colpì dalla parte sbagliata – il racconto puntuale, e comprovato da materiale documentale storico, del processo al Comandante Gemisto.
Perché L’Agnese va a morire
Non si può giudicare il libro di Recchioni se non ci si cala nella lotta partigiana. Casualmente, il mio cortocircuito è avvenuto grazie al film interpretato da Ingrid Thulin, donna “dalle mani e dai piedi grandi”, come si descrisse lei stessa a Montaldo, ma capace di interpretare oltre alla caparbietà della romagnola, la semplicità di una donna analfabeta (anche politicamente) che, però, ha ben chiaro cosa è giusto e cosa sbagliato: per cambiare il mondo, bisogna prima cambiare uomini e donne. O, come scriveva Viganò nel romanzo, “Lei adesso lo sapeva, lo capiva. I ricchi vogliono essere sempre più ricchi e fare i poveri sempre più poveri, e ignoranti, e umiliati. I ricchi guadagnano nella guerra, e i poveri ci lasciano la pelle”.
L’Agnese (cocciutamente con l’articolo determinativo, come si usa da noi al Nord, sapendo che sarà pure sgrammaticato per la Crusca, ma connota quell’affetto che ci fa distinguere una comune Agnese o una Gianna, dall’Agnese, dalla Gianna, che conosciamo e a cui vogliamo bene) ci invita, nel film, a entrare nel suo universo – quello contadino, ma anche partigiano.
Ridiamo insieme ai ‘compagni’ per l’abito nuovo che la fa sembrare una contadina russa povera – ma che è l’unico disponibile per un cambio e per farla sentire meno sporca, lei che per una vita ha fatto la lavandaia. E patiamo con lei il freddo – quando tenta di tenere dritto il manubrio dell’inseparabile bicicletta, sferzata dal vento gelido nella tormenta di neve; come la fame, sua ma soprattutto dei partigiani, a cui deve sopperire come responsabile degli approvvigionamenti. E pian piano, la vediamo crescere come donna e come ‘compagna’ (nel senso più elevato del termine: quello che in troppi hanno scordato). Eccola sviluppare l’abilità di fingersi una traffichina della borsa nera per coprire il via vai delle staffette; oppure comprendiamo, nella carezza delicata della mano ruvida e grossa, quale piacere possa provare per un bagno caldo e un lenzuolo pulito, almeno per una notte; e l’incredulità della sua espressione quando si rende conto di essere in grado di assumersi delle responsabilità anche organizzative. Noi, spettatori e compartecipi emotivi di questa nuova consapevolezza, proviamo il suo stesso disprezzo per il fascista arricchitosi sulla miseria dei contadini e l’odio verso quel nemico che le ha tolto il bene più caro, l’unico bene, e che la rende capace di uccidere – con un colpo secco, come sa sferrare una contadina al coniglio da portare in tavola.
Nel film di Montaldo gli agganci con la realtà di quei tragici mesi tra il 1943 e il 1945 sono declinati in piccoli fatti, suggestioni che raccontano un mondo. Il Comandante si improvvisa medico come l’Agnese infermiera: ed è lui a spiegarle che nessuno tra loro, prima della guerra, avrebbe creduto di essere capace di fare ciò che stanno facendo. L’eccezionalità della situazione rese pochi, eroici partigiani; molti, vili collaborazionisti; e i più, ‘qualunquisti della pagnotta’ che, anzi, disprezzavano i ‘banditi’ e, decenni prima che si parlasse di ‘effetto Stoccolma’, simpatizzavano con gli occupanti nazisti o, peggio, soffiavano spiate ai fascisti o, ancora più abiettamente, si prostituivano in cambio di vino, zucchero e caffè.
Nel film, ambientato nel Ferrarese e nelle Valli di Comacchio, anche il ruolo degli inglesi (come accadde in molte zone d’Italia nei confronti dei partigiani comunisti, e come racconta la saggista Alessandra Kersevan, su cui torneremo nella recensione del libro di Recchioni) è denunciato come ambivalente. I partigiani non hanno né tribunali, né carceri: sono costretti, a volte, a trasformarsi in giudici e boia – mentre i nazifascisti non si preoccupano di trovare scusanti a rappresaglie, torture o omicidi a sangue freddo. E per chi non lo ricordasse, il cosiddetto armadio della vergogna (vergogna per i nostri dirigenti politici e magistrati) fu aperto ‘per caso’ solo nel 1994, sebbene contenesse ben 695 dossier e un Registro Generale riportante 2.274 notizie di reato, relative a crimini di guerra commessi dai nazifascisti anche e soprattutto contro la popolazione civile italiana – da Sant’Anna di Stazzema a Marzabotto, passando per Cervarolo, non lontano dai luoghi in cui è ambientato il romanzo da cui è tratto il film.
In entrambi (film e libro su Moranino) si respira, infine, la paura per la soffiata o il tradimento – che porta effettivamente alla strage di quasi tutti i compagni dell’Agnese, trucidati senza processo (come accade nel libro di Recchioni, ai compagni di Moranino, attirati in una imboscata e dalla quale lui stesso si salva, per un colpo di fortuna, pur gravemente ferito).
La morte dell’Agnese, ammazzata come la sua gatta, senza pietà (né processo) non è tanto un finale tragico: in quei mesi molti furono quelli torturati a morte. Un colpo secco, in fondo, era una ‘grazia’.
Inquadrato il periodo storico grazie a un film tanto asciutto quanto impeccabile sia a livello registico che interpretativo, la settimana prossima analizzeremo il libro di Massimo Recchioni, Francesco Moranino. Perché si colpì dalla parte sbagliata. Dagli occhi di una donna, staffetta partigiana, a quelli non solamente di un operaio che dovette prendere il fucile per resistere all’occupazione nazi-fascista ma che dovette, poi, difendersi da un’accusa infamante anche a causa di quell’amnistia voluta da Togliatti. Come capì Sandro Pertini (e riporta il libro di Recchioni): “L’epurazione è mancata. Si era detto che si doveva colpire in alto e non in basso, ma nella pratica non si è colpito né in alto né in basso. E allora vediamo ora che questa amnistia (1) raggiunge lo scopo contrario di quello per cui era stata emanata. Pensiamo, quindi, che verrà un giorno in cui dovremo vergognarci di aver combattuto contro il fascismo. E costituirà colpa essere stati in carcere e al confino per questo”.
(1) L’amnistia del 2 giugno 1946 fu emanata dopo soli 20 giorni dalla vittoria refendaria della Repubblica. Il provvedimento fu steso e sottoscritto dall’allora Ministro della Giustizia, Palmiro Togliatti – il cosiddetto ‘migliore’, aggettivo che ci permettiamo non aver mai condiviso
venerdì, 10 luglio 2026
In copertina: La Locandina del film, L’Agnese va a morire (particolare per ragioni di layout)


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