…e il rischio del deserto sportivo per tutti
di Jacopo e Maurizio Prescianotto
Come è stato possibile?
“…mentre dal luccichio eravamo gaudenti e assorti, non ce ne siamo neppure accorti che oggi rischiamo nel diventare ‘ei fú sportivi estinti’ senza il ricambio di volontari amatoriali che sono risorse impagabili come l’aria, l’acqua e la piazza per trovarci”.
In riferimento al dibattito tra gli sportivi che lamentano “l’addio al basket in Italia”, contestando che i titoli sportivi di due storiche società LBA di lega basket serie A quali Cremona (Vanoli Basket) e Brescia (Germani Basket) siano stati recentemente ceduti e trasferiti a Roma per formare due nuove franchigie di Serie A, nell’ambito di un progetto collegato a NBA Europe promosso da investitori statunitensi ed europei. Consideriamo che nei campionati NBA nordamericani US di basket una franchigia è una società privata che acquista dalla lega di basket il diritto esclusivo di operare, gestire una squadra e sfruttarne il marchio in una determinata area geografica.


Il presente contributo al dibattito viene espresso da due operatori con esperienza ultradecennale, a titolo personale come riflessione sul movimento sportivo giovanile territoriale in Italia. Il primo ha operato in qualità di ex giocatore e allenatore di basket nei campionati giovanili e dilettantistici FIP e il secondo da “dirigente sportivo volontario tuttofare della periferia”, entrambi in una società locale di promozione giovanile della pallacanestro con centinaia di tesserati che organizza, da oltre 40 anni, la formazione con gli allenatori e la partecipazione a decine di campionati e tornei nazionali FIP.
In premessa è necessario considerare che in Italia la pratica SPORTIVA NON È PER TUTTI. Infatti il Ministero dell’Istruzione, a differenza degli altri Stati UE, latita – quasi inesistente da sempre negli investimenti per la promozione dell’attività sportiva a scuola a tutti i diversi livelli.
1. Professionale risorse umane: scarse le 2 ore d’incarico settimanale ai docenti di Scienze Motorie nelle scuole di ogni ordine e grado, in ogni classe, con nessun personale dedicato disponibile al di fuori del regolare orario scolastico.
2. Infrastrutturale: campi all’aperto, palestre, piscine, velodromi, piste e attrezzature sono limitate, vetuste, spesso e comunque assolutamente insufficienti e quasi inesistenti in mezza Italia.
3. Promozionale: lo sport viene considerato tra le attività accessorie e finanziato dal Ministero con 1,5 milioni di Euro annui da ripartire a livello nazionale e integrato tramite MOF statale UE e USR regionale.
Insomma, ci devono pensare le famiglie a finanziare l’attività sportiva dei figli se possono permetterselo. Maggiore la pratica sportiva nei Licei e Nord Italia, minore negli Istituti Professionali e Sud Italia.


Infatti il risultato, dati ISTAT 2024, è che il 52,4% dei giovani under 24 non pratica sport almeno 3 volte la settimana (n.b. allenamenti e tornei riconosciuti dal CONI). La percentuale di non praticanti di attività sportiva continuativa incrementa al 71,3% considerando la popolazione complessiva dai 3 anni in su. Si consideri che, a fronte del 61% della popolazione adulta (35 milioni interessata agli eventi sportivi), risulta un misero 27% (15,5 milioni) di praticanti, dati YouGov Ifis. Infatti l’Italia si colloca tra i fanalini di coda nella pratica sportiva in Europa raggiungendo il 56% del tasso di sedentarizzazione della popolazione, dati SWG, ben al di sopra della media Europea, conseguita dalla Francia (45%), lontanissima dal 32% della Germania e dall’inarrivabile Finlandia all’8%.



Questo vuoto istituzionale fa sì che l’attività sportiva di massa resti delegata sul territorio alle 110 mila associazioni sportive che operano nelle 78 Federazioni con Associati ed Enti riconosciuti dal CONI. Un movimento che coinvolge 1,5 milioni di operatori sportivi. Di queste associazioni, la Fonte di rilevazione attività no profit rileva ben 82 mila (il 75%) di Istituzioni no profit, che operano grazie all’impegno di 880 mila volontari (il 60% degli operatori sportivi) e 19 mila dipendenti. In pratica, operano perlopiù grazie al supporto di volontari amatoriali, contributi pubblici e qualche magnanimo sponsor.

Assistiamo in questi anni, a partire dai piani più alti delle 28 mila associazioni profittevoli di sport professionistico, al subentro e cessione delle proprietà a gruppi di investimento e holding – vedi il citato caso delle squadre di basket di Brescia e Cremona – alterando se non sradicando completamente società capillarizzate nel territorio in favore di interessi e visibilità di ultrafacoltosi. Questa tendenza purtroppo si ripercuote e comincia ad estendere anche su realtà sportive più piccole non professionistiche che, per malagestione, interessi personali, o necessità finanziarie, finiscono per essere inglobate da gruppi societari con prioritari interessi di business aziendale.
Da qui l’allarme da lanciare con la trasformazione dello sport professionistico (e non solo) a puro business di eventi e intrattenimento da promuovere e vendere, che – senza adeguati interventi di sostegno collaterale – potrebbe portare all’estinzione in Italia, nel medio termine generazionale, di queste associazioni sportive locali. Considerando che operano e sopravvivono su base volontaria prevalente e che risultano, oggi, determinanti per la pratica sportiva di massa della già minoritaria percentuale di popolazione che, in Italia, la esercita.
Ad esempio, teniamo presente che in US il sostegno viene assicurato alle associazioni sportive dilettantistiche da sistemi di finanziamento e sviluppo del basket giovanile e collegiale americano (NCAA), basato su una fitta rete di partnership strategiche, riforme sui diritti d’immagine (NIL) e investimenti multimilionari nelle Fondazioni giovanili. Investimenti e compensazioni impensabili finora in Italia, dove invece si favorisce il depauperamento e saccheggio delle piccole società sportive attive nella formazione di giovani atleti dotati, avvantaggiando con regole le grandi società professionistiche. Grazie alla recente Riforma dello Sport (01.07.2024), infatti, in Italia è decaduto il vincolo sportivo storico. La grande Società di basket può così contattare e allettare direttamente il giovane atleta potenzialmente talentuoso e convincere la famiglia a firmare lo svincolo per cambiare società al termine della stagione sportiva. Il tutto avviene senza che la normativa riconosca alcunché, oltre ai già previsti eventuali futuri parametri NAS (fino a 15 mila Euro se l’atleta giocherà in LBA), per il lavoro svolto dagli operatori della piccola associazione sportiva no profit che, fino a quel momento, ha curato il contatto, l’orientamento e la formazione del giovane atleta potenzialmente talentuoso.
La scelta implicita è stata fatta anni fa con la possibilità di iscrivere ai campionati nazionali squadre con formule, ad esempio, LBA basket (dal 2018/19) 5+5 (5 formati in Italia + 5 stranieri), impoverendo di fatto le potenzialità dei giocatori provenienti dai vivai locali. E ricordiamo che un giocatore viene considerato di ‘formazione italiana’ nei campionati della LBA basket se, indipendentemente dalla sua cittadinanza o passaporto, viene tesserato per almeno 4 stagioni sportive presso club affiliati alla FIP (Federazione Italiana Pallacanestro italiana), partecipando ai campionati giovanili nazionali.
Quindi, si riducono di fatto gli investimenti necessari per far crescere e rafforzare il movimento sportivo autoctono coi potenziali talenti locali che si trovano con limitate opportunità di poter ambire nel militare nelle massime serie. Addirittura, nei campionati della Federazione Gioco Calcio Italiana delle massime serie non ci sono oggi limiti per le società nel tesserare stranieri comunitari e fino a 2/3 extracomunitari. Anche per la Federazione Ciclisti Italiana, gli atleti stranieri possono venire iscritti nelle Società e cambiano le regole solo se l’atleta mantiene la residenza estera.


Il riscontro alla nostra presente congettura lo abbiamo con l’impoverimento tecnico generalizzato degli atleti e la conseguente, recente mancata partecipazione di squadre nazionali competitive ai campionati mondiali in molti sport interessati dal fenomeno ‘spettacolarizzazione e bu$ine$$’. Nel ciclismo, infatti, da ormai 10 anni nessun Italiano riesce a vincere il Giro d’Italia – l’ultimo, Voncenzo Nibali nel 2016, e nel 2026 il miglior piazzato è stato Davide Piganzoli all’8° posto.


Ma come è stato possibile?
Nella fase iniziale il pretesto di imprenditori e politici collusi era di offrire ‘circenses’ ai tifosi. Partecipare vincendo facile coi campioni stranieri ingaggiati, strapagati, sborsando ricche provvigioni ai procuratori internazionali – magari con l’opportunità di trasfererire capitali all’estero. Ricordiamo il Milan a.c. 1987/93 coi 3 giocatori olandesi che vinsero tutto.
La seconda fase è stata posizionarsi nel mercato della ‘visibilità imprenditorial-politica de’ noantri’ di ogni latitudine e, in parte, magari, pure collocando il sottobosco di collaterali raccomandati e figli di qualcuno (spesso incapaci) per attirare professionisti, ricchi sponsor e investimenti infrastrutturali pubblici con laute ricadute di profitti privati. Si pensi alle vicissitudini del fallimento Parmalat con Parma a.c., al debito di 140 milioni di Euro rateizzato in 23 anni da Lazio calcio s.s. con Agenzia delle Entrate, al fallimento di Banca MPS con ricadute su Siena f.c. e Mens Sana basket, eccetera.
La terza fase è quella attuale, dove vediamo definitivamente costruita l’infrastruttura finanza-impresa-politica-sponsor-procuratori di ingaggio atleti; e, nel frattempo, si sono abituati i neo tifosi ‘anomici digital virtuali’ ad essere senza quasi legami territoriali (hic et nunc / qui e ora). I cosiddetti tifosi di logo e marca, del brand nulla cosmico promosso e venduto attraverso i media organici al $i$tema $portivo dominante. Gli organizzatori del circo ottimizzano il bu$ine$$ decidendo luoghi, sedi e loghi da assurgere e promuovere nelle varie categorie ormai di atleti professionisti nomadi, contrattualizzati, senza retroterra e affezione.

In tale contesto chiediamoci perché l’importazione effettuata da una società professionista di un ragazzino minore centrafricano di oltre 2 metri che, giocando, fa vincere il campionato FIP locale, debba rimanere una prospettiva di profittevole investimento appannaggio di un allenatore periferico alpino, quando invece potrebbe essere un lauto business sfruttabile da una finanziaria internazionale attrezzata di tutto punto. Giusto?
Una conseguenza sotto gli occhi di tutti è che, prescindendo dalla promozione e pratica giovanile territoriale e dalla collegata possibilità per il giovane atleta di elevarsi per merito, investendo nella sua formazione, permettendogli di giocare nelle massime serie nazionali e dandogli il tempo per crescere e per sbagliare, si rischia vieppiù che il livello degli atleti nazionali risulterà agonisticamente non competitivo internazionalmente come già rilevabile nel basket, calcio, ciclismo e altri sport.

Il punto in generale imprescindibile risulta che lo sport dilettantistico non può essere un business per la forte funzione sociale che assolve. Quando lo sport si affida a investitori internazionali e a grandi gruppi impresariali si perde completamente la considerazione dell’impatto sociale dello sport e lo si rende mero business, promozione, copertina, facciata luccicante per fare comodo a qualcuno. Le associazioni sportive locali, gestite in maggioranza da volontari e persone che hanno lo sport come secondo mestiere, vengono snaturate e gestite guardando alle opportunità di profitto invece che all’obiettivo di formare giocatori e persone pensanti.
E questo non cambierà fino a quando il ‘profitto’ di una società sportiva locale si limiterà a fogli di bilancio invece che tenere in conto l’impatto sociale che ha sulla comunità. Grazie a queste realtà sportive, quanti ragazzi sviluppano uno stile di vita sano, si sviluppano socialmente, maturano abitudini positive e senso di responsibilità, creano amicizie durature, vengono sottratti a un destino di delinquenza, e tanto altro ancora?
Per ripartire, lo sport a livello locale deve essere valorizzato con gli operatori locali delle associazioni sportive no profit messi nelle condizioni di poter condurre l’attività senza distrarsi, dipendenti solo dal dover far quadrare i bilanci economico-finanziari, cosa che sta diventando impossibile se non si è collusi o coperti dalla politica di turno o dalla magnanimità di qualche grande azienda.
venerdì, 17 luglio 2026
In copertina e nel pezzo: Foto e tabelle selezionati dagli autori dell’articolo


Un’etichetta come scelta politica
Benevento: meta per ogni stagione
Chi difende davvero Basaglia?
Involtini di melanzane
Predisposti al Parkinson? Basterà un esame per scoprirlo
Torna Sgraffiti a Casoli