Francesca Cola e Marta Pastorino protagoniste al Living Lab
di Alberto Drago
Sabato, 20 giugno 2026. Francesca Cola e Marta Pastorino mettono in scena lo spettacolo Lathe Biosas nella magnifica cornice dello spazio aperto del Living Lab, un angolo tra le colline di Cavoretto che, più che un semplice spazio per residenze di danza contemporanea, appare come un luogo di incontro accogliente, in grado di farti sentire subito a casa.
La performance inizia chiedendo al pubblico di scegliere quale quadro desideri osservare durante l’azione. Due le opzioni: Ferro e Fico. Il quadro Fico vede in scena Marta Pastorino, mentre Ferro è animato da Francesca Cola.
Scelgo il Fico, quindi mi posiziono insieme ad altre persone sulla destra della piattaforma su cui siamo seduti. Le due artiste iniziano a comunicare attraverso un dialogo preregistrato e la costruzione fisica dei due quadri. Fin da subito, la composizione statica, carica di mistero e inquietudine, evoca l’estetica fotografica di Gregory Crewdson. Marta compare dalla parte del bosco vicino alle piante di fico, fa dei passi verso la platea e si ferma, rimane congelata in un istante, sospesa come in uno scatto di Crewdson, per poi scomparire nuovamente. Nel mentre, il dialogo va avanti, aprendo a una riflessione in chiave poetica sul corpo: quante cose facciamo con il nostro corpo e quante volte ne siamo davvero consapevoli? Il corpo di Francesca, invece, emerge da un piccolo bosco di noccioli sulla collina per pochi secondi per poi scomparire nuovamente. Riemerge in un’azione di arrampicata e sospensione sull’albero di acero trafitto da una lama di ferro.
Le performer si avvicinano e arrivano al centro della piattaforma. Si guardano e iniziano un discorso con il proprio pubblico, all’apparenza tanto banale quanto profondo. «Qualcuno vuole giocare a nascondino?», chiede Francesca. Interdetti e affascinati, vediamo sempre più mani alzarsi, e così sia: si gioca! Le regole sono quelle classiche, quando il cacciatore trova chi si nasconde, urla «Tana per lui (o lei)»; per liberarsi, invece, bisogna arrivare a toccare uno dei pali esterni che sostengono la tenda della piattaforma. L’ultima persona nascosta ha il potere di liberare tutti, i cacciatori devono contare fino a quarantanove a occhi chiusi e gridare, per farsi sentire, «arrivo!». I cacciatori sono due, in una ventina si nascondono. Solo una premessa: l’adesione al gioco comporta la vostra piena assunzione di responsabilità rispetto al vostro corpo e a ciò che deciderete di farne. Se tu sei un buon amico per il giardino, allora il giardino sarà un buon amico per te. Così, ci avvisano le performer, con un ultimo richiamo al corpo, solo noi ne siamo in controllo ed è nostro dovere avere responsabilità e rispetto di come ci muoviamo con esso e come lo usiamo. Si parte. Mi nascondo insieme ad altre e altri partecipanti sulla collinetta vicino all’albero da cui è comparsa Francesca, ma dopo poco veniamo trovati e velocemente vincono i cacciatori. Le due performer propongono allora un’altra attività, un nascondino al contrario: tutti (o quasi) contano e, quando si trova qualcuno nascosto, ci si unisce a lui o lei. Dopo poco tempo, ci ritroviamo quasi tutti ammassati su una collinetta a guardare gli ultimi cacciatori, aspettando di essere trovati.
Una delle possibili scelte per il pubblico era anche non giocare, non essere né seeker né hider (come da denominazioni di Francesca), ma semplice osservatore. Chi rimaneva watcher, non restava fermo a osservare il gioco ma era anch’esso parte integrante della performance. Infatti, mentre gli altri partecipanti erano presi a giocare, dopo una successione di varie tracce musicali, da David Lynch a Modugno, per creare l’atmosfera e stimolare sia giocatrici e giocatori sia osservatrici e osservatori, le performer iniziano a porre delle domande agli osservatori. Le domande spaziano su vari temi – l’infanzia perduta, lo spazio, il bambino interiore, il sogno, le paure e la morte. Tra le varie domande, ne riporto due che ritengo particolarmente interessanti: «Ti piacevano i travestimenti?» e «La morte ha un aspetto fisico?». Due domande che portano a riflettere sul corpo in modo completamente diverso. Le risposte possibili sarebbero chiaramente influenzate dalla cultura dell’individuo che risponde – ma l’approccio è universale: da una parte un’evidenza materiale, dall’altra un concetto astratto. È curioso notare come, da appartenenti alla società occidentale, cresciuti e abituati ad essere sempre vestiti per ogni occasione, i momenti di riflessione sulla morte e sul suo aspetto siano pressoché inesistenti. Uno strato di riflessione in più, potrebbe portare alla domanda: “L’eventuale materialità della morte consente di accettarla più facilmente?”. Solo dando una dimensione materiale alla morte saremmo in grado di farci i conti facilmente? Il punto centrale della questione rimane che, in un modo o nell’altro, continuiamo a non considerare il corpo in vari temi ed eventi che accadono durante la nostra vita. La morte non è nient’altro che questo, proprio come travestirsi da piccoli; e in quanto tale, è già dotata di una sua materialità, che è quella del corpo del soggetto deceduto. Non si possono trattare vita e morte come se avvenissero in due corpi distinti, il corpo rimane lo stesso ed evolve insieme alla persona. Anche per questo, risulta di fondamentale importanza il richiamo alla responsabilità verso il nostro corpo.
Mentre scendiamo in gruppo dalla collinetta come una schiera di nuove bambine e nuovi bambini, in attesa della merenda, e il secondo nascondino finisce, parte l’ultima traccia audio della performance: un estratto del documentario del 1984 D’amore si vive di Silvano Agosti. Il pezzo scelto dalle artiste è una parte dell’intervista a Frank. Frank è un bambino ‘normale’, premesso che il valore di questa definizione esista e sia condiviso: una persona che si identifica come essere umano, tale e quale al resto degli altri. Tutti e quattro i minuti di risposte di Frank sono estremamente attuali ma una, in particolare, mi pare essere più calzante rispetto alla performance: «Come vorresti che fosse la scuola?», gli chiede Silvano. «Studiare, sì, però dopo a giocare. Tutto il giorno a giocare». Come dichiarano Marta e Francesca con la loro performance, anche Frank sostiene che la dimensione del gioco dovrebbe essere più presente nella vita di tutte e tutti; che, in fondo, dovremmo confrontarci di più tra grandi e adulti e, forse, non esiste tutta questa differenza, anzi, anche gli adulti dovrebbero partecipare di più con l’animo del bambino.
La performance si conclude tra gli applausi del pubblico e la canzone di Ornella Vanoni Senza paura: un ultimo invito ad attraversare il buio, l’amore, le strade, le persone che incontreremo, la morte e la vita senza paura.

Divertente, inaspettata… ma, passato l’entusiasmo del momento, capisco solo allora quanto sia stata, in realtà, una performance politica.
“Il vivere nascosto”, da cui deriva il termine Lathe Biosas del filosofo greco Epicuro, è un concetto che la nostra società sembra aver completamente smarrito. La condivisione è ovunque, eppure l’interazione sembra sempre più distante. Come è possibile? Cosa è stato perso? In questa performance si trova una risposta; una risposta che è sempre stata alla nostra portata, e a tutti gli effetti ‘nostra’: il corpo. Lo smartphone oggi è il prolungamento del corpo, un arto esterno extra, ma è davvero necessario? Sembra che ci siamo dimenticati che questo prolungamento non è corporeo ma materiale; e allora, quale modo migliore di vivere nel corpo se non quello di tornare a essere bambini che giocano a nascondino? Il gioco, però, non è solo un pretesto legato al titolo della performance: è una dichiarazione; tra i passatempi dell’infanzia, nascondino è senza dubbio uno dei giochi per eccellenza, capace di far osservare il mondo da un’altra prospettiva e di stringere amicizie. In età adulta si direbbe ‘creare comunità’, ma il concetto rimane lo stesso: un gruppo, una cerchia di persone che si cercano e si proteggono a vicenda in mezzo alla natura. Anche il luogo, infatti, ha un ruolo chiave nello spettacolo, e non solo nel gioco. Si potrebbe ipotizzare che queste persone siano isolate dal resto del mondo, ma non è questo il caso. ‘Il vivere nascosto’ presentato da Marta e Francesca è, al contrario, un invito a riscoprire un altro elemento fondamentale oltre al corpo e al gioco, di cui tanto si parla ma che spesso si dimentica: il contatto con la natura. Nascondino si sarebbe potuto fare anche in casa, ma avrebbe perso forza e divertimento; muoversi in uno spazio naturale – non artificiale e, quindi, meno familiare – prevede un’interazione diversa. Tale spazio esterno alla cosiddetta comfort zone si deve osservare, toccare, conoscere, prendendosi il tempo necessario per entrare in confidenza con l’ambiente circostante.
La filosofia epicurea dichiara che uno degli elementi principali è il distacco dalla politica intesa come impegno civico. Epicuro credeva infatti che la ricerca del potere generasse ansia e turbamento, allontanando l’anima dalla tranquillità; per quanto sia una visione incredibilmente attuale, ritengo che il significato profondo di Lathe Biosas sia un altro. Oggi tutto è politico, ancor più da quando siamo costantemente esposti con i nostri corpi, visi e vestiti, sempre più mirati a trasmutarsi in dati di mercato, estraniando il corpo dalla persona e rendendolo un oggetto. A maggior ragione, oggi, tutto ciò che ci appartiene nella nostra intimità è politico. E cosa ci appartiene di più, come individui e come comunità, se non il corpo, il gioco e la natura che abitiamo ogni giorno?
Una performance di danza contemporanea coraggiosa che riesce a restituire una complessità del presente che viviamo, di ciò che stiamo perdendo e del bisogno di appropriarcene nuovamente. E forse è proprio questo che deve fare la danza contemporanea e, in senso lato, anche il resto dell’arte: evitare di scappare dalla complessità dell’odierno. Come dichiarato dalle artiste in persona, è stata: «Una settimana di ricerca che ci ha permesso di sperimentare e ricercare un linguaggio condiviso di cui, quanto si è visto è stata una apertura generosa e rischiosa». Un risultato non finito ma un rischio, anche nell’arte, di cui non dobbiamo avere timore perché, come dimostra Lathe Biosas, ce n’è bisogno.
venerdì, 24 luglio 2026
In copertina e nel pezzo: Foto gentilmente fornite dalle performer


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