Il Parlamento italiano si prepara a votare il DDL 1004
di Luciano Uggè
Avevamo già scritto un lungo articolo sul Disegno di Legge che contiene: “disposizioni per il contrasto all’antisemitismo e per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo” (1).
Ma occorre ritornarci. Anche se servirà a poco o a nulla, vista anche la spaccatura nel PD, con i senatori che hanno già votato a favore (Graziano Delrio, Walter Verini, Sandra Zampa, Filippo Sensi, Alfredo Bazoli e Pier Ferdinando Casini, oltre a Simona Malpezzi, non presente ma che si sarebbe unita a loro), la linea apparentemente astensionista della segretaria Schlein, e una parte del partito contraria.
Mentre nel Regno Unito, grazie a una sentenza giuslavorista si è ribadito che antisionismo e antisemitismo non sono termini equivalenti (2) dato che uno è una posizione politico-filosofica e il secondo è equiparabile a qualsiasi altra forma di odio religioso ed etnico (come l’islamofobia); il 2 ottobre in Italia si voterà il testo con emendamenti che fa propria la definizione operativa di antisemitismo adottata nel 2016 dall’Alleanza internazionale per il ricordo dell’Olocausto (IHRA), ossia: “l’antisemitismo come una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti, manifestandosi in attacchi verbali o fisici, cospirazioni, disumanizzazione e stereotipi negativi, inclusi atti contro lo Stato di Israele in quanto collettività ebraica”. Beati i tempi in cui si rivendicavano laicità dello Stato ed eguaglianza di fronte alla Legge.
Non torneremo su quanto già scritto e che chiunque voglia approfondire potrà leggere (1), ma vorremmo porre al PD e a chi voterà a favore del Disegno di Legge 1004 due domande. Siete proprio sicuri che si possano identificare gli ebrei con i sionisti? E in subordine, operare tale identificazione sarà positivo per chi professi tale religione o appartenenza etnica (dubitabile, viste le origini e la politica matrimoniale diverse di ashkenaziti, sefarditi e Kohanim, 3)?
Partiamo dalla seconda domanda. Identificare i luterani con i nazisti sarebbe corretto? Oppure i cattolici con i fascisti? Oppure avrebbe senso considerare battisti, metodisti, luterani ed evangelici tutti affetti dalle mire egemoniche e colonialiste, oltre che le istanze razziste e predatorie del capitalismo finanziario transnazionale statunitense? Mischiare religione e visione politica – soprattutto in un periodo storico in cui si rivendica la laicità dello Stato – è, oltre che fuorviante, anche scorretto ideologicamente. Pensare che solamente perché una persona ha origini ebraiche condivida ciò che sta facendo Israele dal 1948 in Terra di Palestina o i principi del sionismo (ossia, colonialismo e nazionalismo) può portare a un rigurgito nei confronti degli ebrei e a un’esacerbazione dell’antisemitismo – più subdola e, se covata in silenzio, molto pericolosa. Identificare gli israeliani che commettono, quotidianamente, crimini di guerra e contro l’umanità in nome della cosiddetta Grande Israele con persone che hanno origini etniche e/o religiose ebraiche non è un passo avanti verso il dialogo e la comprensione, bensì una perniciosa generalizzazione che può comportare ricadute odiose. Non ci ha pensato nessuno?
La prima domanda è probabilmente persino più sottile (per le ‘grandi menti’ del PD, sic!). Due casi concreti. A favore del DDL (per il quale non ha potuto votare in quanto assente dall’aula) si è espressa la senatrice a vita Liliana Segre. Di sicuro, visto le sue posizioni a favore di Israele, nonostante i crimini commessi da quello Stato ormai considerato a livello internazionale come genocidiario, si può dire che la stessa sia sionista – visto che il sionismo rivendica nazionalismo e colonialismo. E però ci risulta che la Senatrice Segre, di famiglia ebraica ma atea, sia stata battezzata cattolica, abbia sposato con rito cattolico, e abbia avuto per marito (l’avvocato Alfredo Belli Paci) un cattolico conservatore, che aveva combattuto in epoca Fascista in Grecia e si candidò persino come indipendente per il Movimento Sociale Italiano di Giorgio Almirante (nonostante quest’ultimo avesse servito nella Repubblica di Salò, alla quale Belli Paci, monarchico convinto, non aveva voluto aderire e, per questo, era stato mandato in campo di concentramento dai nazisti). Si può, quindi, dire che l’identificazione per Segre tra religione ebraica e sionismo non sussista. E allora in cosa sarebbe ebrea? Per tradizioni, cultura, lingua? Non accettiamo lo sia per razza (non esiste che una sola razza, quella umana) e farlo comporterebbe aderire al pensiero che più aborriamo, quello razzista e nazista. L’elemento che determinerebbe una appartenenza al cosiddetto popolo eletto sembra quasi essersi identificato con la tragedia della Shoah, ma se si accetta questo, allora si è palestinesi musulmani solo perché si è vissuta o ereditata la Nakba? Il mondo ebraico, per primo, dovrebbe cominciare a porsi tali domande. Laddove manchi la fede, cosa resta? Solo il ricordo di vari periodi persecutori subiti a causa dei cristiani europei e un tentativo di genocidio vissuto da padri o nonni? E per questo si dovrebbe avere il diritto di commetterne un altro? I nativi americani avrebbero quindi ragione di massacrare tutti gli wasp che hanno loro tolto la terra, li hanno decimati e richiusi in riserve?
Secondo caso. Yuval Abraham, ebreo di origine ashkenazita e mizrahì, nato in Israele e ivi cresciuto, a Gerusalemme – con la famiglia di uno tra i nonni decimata durante l’Olocausto; e Rachel Szor, anch’ella ebrea e israeliana, dato che è nata e vive a Gerusalemme, hanno una visione sionista? Non ci sembra, avendo assistito alla proiezione dei loro due documentari e soprattutto ascoltato e letto le loro dichiarazioni.

No Other Land
Partiamo dal documentario Premio Oscar No Other Land (trasmesso anche da RaiPlay per i 50 anni della sezione italiana di Amnesty International). Girato insieme agli attivisti palestinesi Basel Adra (anche giornalista e avvocato) e Hamdan Ballal Al-Huraini (regista), il documentario racconta di come – con la falsa (si ascolti attentamente la voce off nel finale) necessità di trasformare l’area in zona militare israeliana – si siano cacciate oltre 1000 famiglie palestinesi dalle loro case e dalle loro terre (che occupavano fin dai primi dell’Ottocento) solo per impedire l’allargamento di quegli insediamenti in Cisgiordania.
Nel documentario scorrono i filmini girati da vari abitanti della zona che raccontano la battaglia – condotta per quasi un quarto di secolo – per la sopravvivenza dei villaggi di Masafer Yatta. Palestinesi di età diversa (dai neonati ai vecchi, tutti riuniti in famiglie allargate e con un grande senso della comunità, quasi impossibile da comprendere per noi ormai avvezzi alla famiglia mono-nucleare), che chiedono solo di continuare a vivere sulla propria terra.
Nel documentario emerge, quindi, cosa significhi veramente il sionismo in Cisgiordania (e a Gaza è anche peggio). Impariamo, ad esempio, che nei Territori Occupati esistono due targhe, gialle e verdi, quelle degli israeliani (gialle) permettono alle auto e ai loro occupanti di girare liberamente. Quelle verdi sono degli stigma che impediscono ai palestinesi di fare altrettanto. A nessuno viene in mente il triangolo rosa? Direte che il paragone è azzardato perché i palestinesi non finiscono in una camera a gas (torneremo sull’argomento con Naza). Quella targa è il simbolo, ad esempio, del fatto che Basel Adra, pur essendo avvocato, non può esercitare, non potrà avere il futuro che si era scelto. L’unico lavoro consentito a un palestinese è nell’edilizia, ovvero come operaio per edificare le abitazioni degli israeliani ebrei sui terreni dei palestinesi – via via espropriati, o direttamente occupati dai coloni. Vediamo i coloni (che per noi sono tout-court colonialisti), armati e violenti, sparare impunemente a un attivista palestinese disarmato; l’esercito israeliano sparare sui palestinesi in manifestazione ‘armati’ di palloncini; un giovane palestinese rimanere paraplegico dalle spalle in giù, dopo essere stato colpito dal proiettile di un soldato – languire e morire senza nemmeno un letto pulito dove restare sdraiato per i suoi ultimi due anni di tormento. Vediamo le ruspe abbattere le case dei palestinesi, le loro scuole, i loro parchi gioco: tutto ciò che hanno. Le alternative sono vivere nelle grotte o andarsene: non c’è un’altra ‘terra promessa’ che li possa accogliere – anche se alcuni film hollywwodiani vorrebbero riconciliare il popolo palestinese con l’idea di arrendersi e abbandonare tutto per diventare esuli o rifugiati (4).
In No Other Land sentiamo la voce di un vecchio palestinese che rivendica l’accesso all’acqua come diritto umano, mentre i soldati dell’Idf riempiono di cemento, con una betoniera, il suo pozzo, tagliano i tubi che trasportavano il bene primario nei campi e urlano che è il loro esercito che può dare il diritto – o meno – a un palestinese di usare l’acqua. Ergo, i palestinesi non sono umani.
Proviamo la frustrazione di Basel per una situazione che si protrae da decenni e che si è abbattuta sulla sua stessa esistenza: continuare a fare l’attivista, il giornalista – rischiando l’arresto arbitrario se non di essere ucciso a poco più di vent’anni; o arrendersi e servire gli israeliani ebrei come un semplice muratore?
E infine ascoltiamo le parole dell’israeliano ebreo, Yuval Abraham, il quale spera che un giorno esisterà uno Stato democratico in cui potranno vivere entrambi senza più distinzioni e condividendo gli stessi diritti. Ma come può essere possibile che quello Stato sia Israele, quando ha modificato la sua stessa Costituzione per autodefinirsi lo Stato-nazione del popolo ebraico? E la visione di uno Stato democratico, laico e dove possano convivere cristiani, musulmani ed ebrei non è in netto contrasto con la Grande Israele sionista? Non dimentichiamo, infine, che il termine semita non connota solamente il popolo ebraico: etnia, cultura e religione non coincidono. Anche i popoli arabi, ad esempio, sono semiti dal punto di vista linguistico e storico. Ma quanti leggono qualcosa di più della pagina dello sport al cesso?

Naza, il nuovo documentario sui crimini di Israele a Gaza
Yuval Abraham e Rachel Szor non sono cambiati dal 2023, anno in cui sono terminate le riprese di No Other Land e si è verificato l’attentato di Hamas. E così, a settembre, il Premio Speciale della Giuria di Venezia è andato a Naza, il loro nuovo documentario il cui titolo designa, nel gergo dell’esercito israeliano, le vittime collaterali, ossia i civili uccisi mentre si prende di mira più che un obiettivo militare, la casa di un presunto terrorista.
Dai tetti della scintillante Tel Aviv – che sembra non rendersi nemmeno conto del genocidio in atto a Gaza, tutta presa dalla vita che scorre frenetica tra bar e ristoranti alla moda – 24 ufficiali del Mossad e dell’esercito israeliano (in completo anonimato e camuffati) spiegano come funzionano i sistemi automatizzati che, con il supporto o la guida della tanto applaudita Intelligenza Artificiale, selezionano le case di Gaza da colpire a distanza. I termini che ricorrono sono ‘tecnologia’, ‘efficienza’, ‘pulizia’ – come spiega un intervistato: «Il mio ruolo è tecnico, non è prevista una posizione morale». La responsabilità individuale, il rifiuto di ubbidire a un ordine – inumano o crudele – perché altrimenti se ne sarebbe complici, che erano dogmi per Hannah Arendt (per inciso, contraria a uno Stato ebraico nazionalista e su base etnica), si scontrano con l’indifferenza dei membri dell’Idf o dell’Intelligence che sembra quasi abbiano aderito alla visione meccanicistica e burocratica della famigerata ‘soluzione finale’ nazista.
Lo stesso Abraham afferma che: «Ogni casa di Gaza era già mappata prima del 7 ottobre». E Szor puntualizza: «Ciò che ci ha spiazzato è capire che questi sistemi di controllo esistevano già, molto prima del 7 ottobre, e che quindi c’era un sistema di sorveglianza a tappeto dei palestinesi in atto da diversi anni. Scioccante è stato anche sapere che l’Idf, l’esercito israeliano, per stanare i membri di Hamas, contempla il Naza, ovvero l’uccisione di civili, anche i bambini, entrando nelle case dopo aver spiato i telefoni dei congiunti. C’è in corso una sorta di disumanizzazione». Quella stessa disumanizzazione che portò i nazisti a marchiare, con un numero sul braccio, gli ebrei e a mandarli nei campi di sterminio. Quella stessa disumanizzazione che ha permesso negli ultimi decenni di privare i palestinesi della loro terra, delle case, delle scuole, del bestiame, dell’acqua, della libertà di movimento e, infine, del futuro. Sarà un caso che uno tra gli intervistati affermi: «Penso ancora che i nazisti siano il male, ma io allora chi sono?».
Nonostante le minacce che ha ricevuto dai ‘sionisti di casa sua’, Abraham dal palco della Biennale ha proseguito: «È importante che gli israeliani guardino questo film, perché è il nostro Paese a commettere questi crimini. Ma è importante che lo guardino anche gli europei, e soprattutto qui in Italia, perché il vostro Governo e quello tedesco stanno bloccando le pressioni su Israele che potrebbero porre fine a tutto questo. E che lo guardino gli americani, perché il loro Paese finanzia gran parte di questi omicidi». Teniamo conto che l’Italia, dopo US e Germania, non a caso è il terzo esportatore di armi verso Israele.
Come hanno tenuto a ripetere Abraham e Szor il principio del «mai più» (che si ripete ogni 27 gennaio ed è diventato più una litania che una frase di senso compiuto) deve essere universale e non può valere per un solo popolo – ossia gli ebrei, oggi ebrei israeliani.
DDL 1004: PD batti un colpo?
Possibile che un partito che si definisce democratico non capisca qual è la posta in gioco? Il 9 settembre si è svolta una mobilitazione in tutta Italia, contro il Disegno di Legge che può rendere difficile a giornalisti, insegnanti, artisti esprimere il proprio sostegno al popolo palestinese, scindendo tra antisemitismo (ideologia che aborriamo) e antisionismo (visione politica nella quale ci riconosciamo).
Come ha scritto Amnesty International (5) oltre 250 sigle hanno sottoscritto l’appello: “al mondo della cultura, della scuola, dell’università, della ricerca, dell’informazione, dell’arte, dello sport e a tutte le realtà sociali e politiche democratiche affinché facciano fronte comune. Serve una normativa che difenda la memoria della Shoah senza trasformarla in un’arma politica, protegga le persone ebree da ogni forma d’odio, impedisca la manipolazione dell’antisemitismo per giustificare l’oppressione di un altro popolo ed eviti forme di repressione e derive autoritarie, garantendo che la lotta al razzismo sia unica, indivisibile e senza eccezioni”.
In Italia, occorre notare che esiste già una Legge, la n. 205 del 1993, che punisce la propaganda di idee fondate sulla superiorità o sull’odio etnico, e l’istigazione o il compimento di atti di discriminazione per motivi etnici, nazionali o religiosi. Una legge che, quindi, dovrebbe già garantire gli ebrei dall’antisemitismo e i musulmani dall’islamofobia.
Alle manifestazioni del 9 settembre hanno partecipato associazioni che si muovono in ambienti anche lontani fra loro come L’ANPI, Pax Christi Italia e Un Ponte Per. Le organizzazioni palestinesi BDS e Assopace Palestina; ma anche le donne impegnate ogni giorno a lottare contro la violenza di genere, ossia quelle dell’UDI e della Casa Internazionale delle Donne. Se la CGiL nazionale ha latitato, hanno aderito alcune sedi provinciali e la FLC-CGIL, oltre ai Cobas Scuola e, sempre nel settore dell’istruzione, anche i Docenti per Gaza. Fra le associazioni di categoria, Psichiatria Democratica Nazionale e tra le Ong, oltre ad Amnesty International Italia, anche Greenpeace Italia (perché non si può essere a favore dell’ambiente e accettare che Israele abbia sganciato su Gaza, secondo alcune stime, 85.000 tonnellate di esplosivo – superando la potenza distruttiva della bomba atomica statunitense su Hiroshima, per intenderci). Proprio perché questa legge rischia di imbavagliare ancor di più l’informazione, hanno aderito anche la FNSI – Federazione Nazionale della Stampa Italiana e gli Ordini dei Giornalisti di Lazio e Liguria. Presenti all’appello anche PeaceLink e Save the Children. Per i partiti, segnaliamo: Alleanza Verdi e Sinistra, Partito della Rifondazione Comunista, Movimento 5 Stelle, PCI – Partito Comunista Italiano, il PD del Circolo RAI/Media/Cultura e Potere al Popolo. Oltre ad altre sigle che potrete trovare nell’articolo di Amnesty International per farvi un’idea di chi si posiziona al di qua e chi al di là dell’ennesima barricata che porterà solamente a nuove divisioni, censure e ad allontanare ancor di più la possibilità per un vero dialogo nella società civile italiana.
(1) https://www.inthenet.eu/2026/03/27/ennesima-legge-bavaglio/
(2) https://www.inthenet.eu/2026/08/28/antisionismo-e-antisemitismo-non-sono-equiparabili/
(3) https://www.mosaico-cem.it/cultura-e-societa/salute/ma-esiste-un-dna-ebraico/
(4) https://www.inthenet.eu/2025/09/12/tutto-quello-che-resta-di-te/
(5) https://www.amnesty.it/ddl-antisemitismo-9-settembre-protesta-oltre-250-sigle/
venerdì, 25 settembre 2026
In copertina: Palestina, un’immagine del Muro, da Pixabay; nel pezzo: le locandine di No Other Land e Naza


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