L’Arte è davvero un linguaggio universale?
di Simona Maria Frigerio
A Villa Rospigliosi, ChorAsis – Lo spazio della visione fa un lavoro più che egregio, cercando di mettere in circolo concetti e opere artistiche che possano dare risposte complesse a una realtà altrettanto complessa, superando gli steccati del pensiero binario che si è affermato in epoca pandemica, è continuato con l’Operazione Speciale russa in Donbass e, oggi, si riverbera su questa Terza guerra mondiale a pezzi – dall’Iran allo Yemen, passando dal Libano e, in maniera genocidiaria, in Palestina.
Questa volta è stata proposta, oltre a una piccola esposizione, una tavola rotonda sul Tema Rabbia e Protesta (mai così attuale visto questo autunno infocato dalle piazze francesi, tedesche, belghe e spagnole). Vi hanno partecipato, domenica 11 ottobre, Sonia Lucarelli, professoressa ordinaria di Relazioni internazionali e Sicurezza europea; Roberto Seghi Rospigliosi, pedagogista esperto nella mediazione dei conflitti; Ghadir Abumiddain, ricercatrice palestinese; e Pietro Gaglianò, critico d’arte e curatore.
Riportare qui le tre relazioni, oltre all’introduzione di Gaglianò, ci sembrerebbe poco costruttivo ad aprire un dibattito col lettore (anche perché di protesta e rabbia repressa o esplicitata si è ben poco discusso). Quindi, riprenderemo alcune, poche, considerazioni emerse per vedere se e come sono state tradotte in mostra.
Partiamo dalla prima sollecitazione di Lucarelli che, non essendo l’arte il suo campo – encomiabile che lo abbia ammesso, in tempi di tuttologi – ha solo affermato che la stessa è un linguaggio universale che lavora sulle emozioni. Potrebbe, quindi, veicolare il messaggio della rabbia in maniera costruttiva. E quindi, secondo noi, superando il pensiero binario che tenta di risolvere con superficialità le sfide della situazione geo-politica ed economica attuale. In parole povere, evitando la trappola delle scorciatoie per la crisi del capitalismo occidentale dalla quale la UE non potrà riemergere facendo guerra alla Russia (Lucio Caracciolo docet).
A questa sollecitazione rispondiamo con due domande. L’arte è in grado di protestare in maniera efficace senza scadere nella propaganda? L’arte è davvero un linguaggio universale?
Le risposte, secondo noi, sono no e no. E adesso andiamo a confrontarci con alcuni dei lavori in mostra.
L’arte come propaganda o comunicazione
Partiamo dal linguaggio universale facendo un esempio musicale. Da sempre quando si pensa, ad esempio, a Beethoven si crede che il suo linguaggio, proprio perché non necessita di parole, sia universale. Ci spiace contraddire tale opinione comune in quanto anche la musica è un linguaggio che, senza i dovuti strumenti e un gusto comune, non riesce a toccare le corde emotive né a comunicare messaggi. Ne abbiamo fatto esperienza ancora recentemente noi stessi di InTheNet, assistendo allo spettacolo di Teatro Nō presso la Pergola di Frenze (1), caratterizzato, tra l’altro, da una marcata espressione vocale che non segue le regole melodiche occidentali e risulta, spesso, al nostro orecchio non solamente sgradevole (giudizio estetico) ma anche priva della capacità di esprimere emozioni in maniera empatica. La musica – in parole povere – che compartecipiamo visceralmente, quando ascoltiamo, ad esempio, il Concerto pour la main gauche en ré majeur di Maurice Ravel (composto appositamente per Paul Wittgenstein), al pari di ogni altra forma artistica, in realtà, ha un suo ‘alfabeto’, una sua ‘fonetica’, una sua ‘grammatica’ e una sua ‘sintassi’ (che dovrebbero, innanzi tutto, apprendere gli artisti); ma poi necessita di una capacità di decodificazione da parte dello spettatore, di chi la ascolta, che dipende dalle sue conoscenze e dalle tradizioni culturali.
Per rispondere alla prima domanda partiamo dalla seconda sollecitazione, di Pietro Gaglianò, che si potrebbe parafrasare con il dubbio – solo abbozzato in tavola rotonda – se sia conciliabile una critica che superi il pensiero solipsistico dell’artista (il quale non riesce a vedere oltre al proprio ombelico ma crea prodotti esteticamente funzionali al sistema borghese di potere), coniugandolo con l’artivismo (come lo avrebbe denominato Giacomo Verde) – mai politicallly correct, lontano dall’estetica del bello ma non mero slogan politico. Tornando, quindi, alla nostra prima domanda, la risposta era ed è no.
Pensiamo solo ai video d’arte di Giacomo Verde che non erano più, negli anni dell’avvento della tv commerciale, un prodotto accettato e accettabile né per chi pensava i palinsesti in base al ritorno pubblicitario in funzione dello share; né per la massa, sempre meno avvezza a considerare la tv come medium di sapere. Stessa sorte toccata al teatro, dove alla stagione del cosiddetto teatro sperimentale o di ricerca, è succeduto un ‘ritorno all’ordine’, in questo caso, al teatro borghese, dato che allo spettatore interessa essere riconfermato nelle proprie certezze e non certo messo in discussione dopo il pranzo domenicale (sic!). Così come le gallerie d’arte, dove lo stesso Verde portò poi i suoi video, sono interessate solamente a prodotti commercialmente appetibili: patinati e mainstream. Dove mainstream non significa che ricalcano forme e linguaggi comprensibili (come, ad esempio, la pittura o la scultura) bensì veicolanti messaggi graditi al sistema.
Non a caso, oggi, le gallerie e i grandi eventi si riempiono di ospiti ucraini, visto che stiamo mandandoli al macello per appropriarci delle risorse energetiche e naturali russe; o di prodotti gender fluid – dato che il diktat da Bruxelles è la difesa dei cosiddetti diritti umani, che non passano mai da individuali a sociali – in quanto per garantire i primi i Governi non devono spendere un Euro, mentre per garantire i secondi dovrebbero stornare fondi al riarmo o a opere faraoniche, inutili e dannose per l’ambiente come il Ponte di Messina. Inoltre, i cosiddetti diritti umani, come sono utilizzati dal pensiero egemonico UE (dal quale l’artista sempre meno può prescindere, se vuole ricevere fondi per allestire una mostra o uno spettacolo di prosa o di danza), sono declinati quali priorità quando serve che le popolazioni europee non rivendichino il diritto all’istruzione, all’assistenza, alla casa, al lavoro o alla sanità. Ma si dimenticano quando gli esseri umani – privati delle proprie risorse dal nostro capitalismo neo-colonizzatore – battono alle porte del ‘giardino fiorito’, o sono trucidati nel ‘lager a cielo aperto di Gaza’ (Naomi Klein docet). E ancora, scompaiono dal gioco quando si tratta degli emiri del Golfo (che ci fornivano petrolio e sono alleati degli States, sebbene adusi a tagliare la mano al ladro, lapidare gli adulteri e fustigare omosessuali e lesbiche).
Post scriptum sul ruolo del critico (la critica è la materia)
Gaglianò ha tenuto a precisare che per la Tavola Rotonda, come per la mostra, nessuno ha percepito alcunché. Non ne dubitiamo. Quanti sono i critici, ad esempio, teatrali assunti da una testata giornalistica – in tempi in cui occorre abbassare il livello culturale proprio per non rispondere alle sfide complesse e, più prosaicamente, i giornali e le tv sono ormai controllati da un pugno di industriali per gestire una narrazione univoca? Quanti critici diventano servili PR solamente per essere invitati a un Festival, per apparire, o avere l’accredito gratuito anche non appartenendo alla stampa? Abbiamo derogato, critici e giornalisti, alla nostra missione perché non siamo stati capaci di arginare la deriva dell’editoria italiana, che ha svenduto il nostro ruolo di watch dog in ogni campo – dalla politica, dove si è trasformata in propaganda, alle arti. Abbiamo permesso che tutti i media seguissero la parabola discendente della scuola e dell’università: sempre più funzionali al potere plutocratico di Bruxelles, incapaci di esprimere le contraddizioni insite in un sistema (quello Occidentale di stampo capitalistico transnazionale, un tempo; e, ora, sovranista e finanziario) che non solamente – come ha suggerito Lucarelli – ha stabilito i termini del diritto internazionale che oggi viola senza porsi nemmeno il problema di giustificarsi, ma che imperterrito procede sulla strada del doppio standard e della belligeranza armata, invadendo persino gli spazi della ricerca universitaria.
La rabbia “che mi fa l’arte concettuale”
Detto questo, può l’arte contemporanea – almeno nelle forme che abbiamo visto ospitate a Villa Rospigliosi – esprimere questa rabbia, convogliando un messaggio se non universale almeno comprensibile – in maniera empatica – agli spettatori?
La risposta, purtroppo, è ni. La concettualizzazione impedisce, ancora di più delle differenze culturali, l’universalità del messaggio: non ho provato rabbia, né senso di rivolta e tanto meno una pulsione rivoluzionaria, assistendo alla visita guidata. A differenza di quando un Giacomo Verde spaccava la tv nelle sue performance d’arte o Valerio Berruti mi regalava la malinconica deriva di A safe place (2), o Filippo Tincolini mi rispondeva: “L’arte che non si schiera non disturba nessuno” (3).
Partiamo dal lavoro di Martina Fontana, Necrofagie (2026), in cui la nostra immagine si riflette in un tablet con specchio fumé tra mosche fatte con la madreperla e i bossoli di mortaio. Uno tra i lavori più facilmente decifrabili, visto che le mosche si cibano delle carogne e le carogne siamo noi, incapaci di guardare e di partecipare alla realtà del mondo che ci circonda perché rinchiusi in uno schermo (o in un social) che ci rimanda la nostra stessa immagine, ma che ci obbliga anche a uniformarci alla narrazione imperante. Un messaggio simile, eppure diverso, da quello di Sukit Choosre che, in Disguise, che abbiamo visto esposto a Bangkok, con una tecnica ormai acquisita anche in Oriente, denuncia come la carogna sia il potere (politico e mediatico), travestito di rispettabilità e dotato di un linguaggio ‘all’acqua di rose’ (esponiamo le due opere accostate perché anche voi ne cogliate similitudini e differenze).


Molto meno convincente Loredana Longo con You have to learn to fight for things, che vorrebbe essere una denuncia di quegli slogan libertari che, al contrario, rientrano nel gioco del marketing politico. Il tappeto è troppo bello: solo su un tappeto logoro le frasi assumerebbero un significato, a pelle, logoro. Lo slogan è troppo vacuo. Yes, we can è facilmente riconducibile alle false promesse di Obama agli afro-americani e alle classi più disagiate della popolazione statunitense – che poi sono state sacrificate dalla sua amministrazione sull’altare delle banche. Ma ‘imparare a combattere per le cose’ è generico: quali cose? Potrebbe quasi sembrare un invito di stampo consumistico, molto Yankee.

All’esterno, di Iginio De Luca, è esposto Giorgia Meloni Speaking, due manifesti (rubati), dedicati alle celebrazioni canoniche del 2 giugno con i ben noti slogan, attacchinati su strutture tubolari originali. In sottofondo, la traduzione in frequenze alte e basse dell’intervista che Giorgia Meloni concesse a due finti giornalisti russi – fatto realmente accaduto e che dimostrò quanto i politici nostrani siano creduloni (e, se possono farsi raggirare da due comici, chissà quanto saranno preparati a decifrare la realtà, quando siedono sulle ginocchia del rappresentante del Paese egemone, sic!). L’installazione è però un’opera che avrebbe senso solo se calata nello spazio urbano: tra altri spazi per l’affissione e, soprattutto, senza la manipolazione sonora che, rendendo del tutto indecifrabile il discorso di Meloni, rende l’opera in sé incapace di comunicare il succitato messaggio – a meno che non sia veicolata da spiegazione a latere. Il che ci riporta al problema di fondo. L’arte concettuale raramente riesce a esprimere il concetto a meno che non sia frutto di una rielaborazione/sublimazione anche grottesca e feroce ma leggibile; oppure sia decifrabile facilmente grazie a un linguaggio condiviso tra ideatore e fruitore dell’opera. Se, invece di voler sottolineare che è Meloni a parlare, si crea – con una installazione in strada – disagio nel passante, che ascolta un fruscio vano e suoni disturbanti mentre osserva i manifesti della giornata, essenzialmente, delle Forze Armate, ecco che il cortocircuito diventa viscerale e non necessita di una poetica che spieghi l’estetica (con buona pace dei critici, a quel punto superflui).

Facciamo altri due esempi rispetto a quanto scritto. Nel primo caso, potremmo pensare a Study after Velázquez’s Portrait of Pope Innocent X (del 1953) di Francis Bacon: in quella figura deformata e grottesca, e in quell’urlo, sentiamo esprimersi tutta la sua e la nostra rabbia. Così come in Portrait of George Dyer Talking, sempre di Bacon, che silenzia l’amante ‘nascosto sotto il tappeto’ (essenzialmente fino a portarlo al suicidio). Quel medesimo Caro George del pindarico monologo di Federico Bellini, interpretato da Giovanni Franzoni. Per quanto riguarda, invece, il linguaggio condiviso, pensiamo alla Venere degli stracci (prima che diventasse un cliché) di Pistoletto: nessun bisogno di spiegazioni per capire – in pieno boom economico e omologazione dei costumi e dei canoni estetici al gusto statunitense – che il suo autore fosse calato nella realtà che stava vivendo e sapesse decifrarne le tensioni in maniera critica.
Ma passiamo a un altro esempio, che ci permette anche di comprendere un’opera a Villa Rospigliosi. Teresa Margolles e il suo Wila Patjharu/Sobre la sangre, ossia: “Il sudario impregnato dal sangue di dieci donne trucidate a La Paz, ricamato da sette artigiane dell’etnia Aymara. L’odore del sangue, ancora molto impregnante, anche a causa dello spazio angusto nel quale è stata volutamente posizionata la lunga striscia di stoffa, si mescola in maniera sinestesica con i toni sgargianti dei bellissimi ricami propri del folklore boliviano. Un atto di vita che esorcizza la morte, oppure la consapevolezza che la bellezza non può più redimere il mondo?”(5). Qui a Villa Rospigliosi vediamo tre coperte della serie di Giovanni Gaggia, Com’è il cielo della Palestina?, con frasi – di donne e uomini palestinesi invitati a rispondere a questa domanda/titolo – ricamate sulle coperte da comunità diverse sparse per l’Italia. Qui, però, non si può dare un giudizio sull’opera che, ancora una volta, senza spiegazioni non comunica con la forza dell’odore del sangue mischiato a immagini facilmente decifrabili ed esteticamente abbacinanti – come un uccello dalle piume di cristallo. Qui le risposte sono in arabo: se non si conosce il progetto non si apprezza lo stesso. Mancano supporti visivi che narrino ciò che le sole coperte – appese – non possono fare. In un mondo cullato dal benessere economico, la coperta come rifugio e protezione non appartiene più alla nostra esperienza quotidiana. Quando è il processo a contare in un’operazione che non esprime rabbia, quanto riconciliazione (il ricucire territori e comunità), bisogna che lo stesso conti su altri media che non sia la semplice esposizione di un prodotto (de)finito artistico.

Sempre riguardo allo spazio, che deve per forza essere adatto alla fruizione, Lucciole di Elena Bellantoni non può essere esposto, in quanto andrebbe ascoltato. L’optimum sarebbe una stanza buia, dove si lascia a ogni visitatore la libertà di scegliere quale disco suonare. Solo seduti comodamente, nel silenzio, si può apprezzare l’intimo fluire dei ricordi di persone comuni – come noi, come tutti – che raccontano un episodio topico della loro esistenza collegato a un anno particolare. Dedicata a Pier Paolo Pasolini e ai suoi Comizi d’Amore, partendo proprio dall’anno in cui PPP fu ucciso, l’opera si declina in 40 racconti per altrettanti anni. Ogni 33 giri ha per copertina un collage di immagini tratte dal Corsera – il quotidiano che da sempre è mera propaganda politica ma che, allora, ospitava anche una voce critica come quella di Pasolini (forse funzionale a illuderci che vivessimo in un Paese democratico, dove si poteva esercitare la libertà di opinione). Mancano il tempo, la concentrazione e lo spazio per apprezzare quest’opera non adatta a un’esposizione, e men che meno a una collettiva.

E chiudiamo con Linea di confine di Giuseppe Stampone, che ci ha rammentato Birdie, la peformance intermediale di Agrupación Señor Serrano (6). Qui è facile decifrare (e lo sarà anche maggiormente nel prosieguo se Stampone userà lingue diverse dall’inglese, onnivoro e onnipresente) il messaggio: splendidi uccelli dal ricco piumaggio, dipinti con una Bic, accoppiati a scritte quali Border o Clandestine. Laddove gli uccelli possono migrare, varcando ogni frontiera, l’essere umano deve confrontarsi con il limite – imposto da quelle regole internazionali di cui ci si lamentava all’inizio perché ormai possono essere infrante. Eppure sono quelle stesse regole, sancite dall’Onu, a garantire il nostro ‘giardino fiorito’ negando il diritto a emigrare per soli motivi economici. Come a dire che se c’è una guerra o una carestia si è legittimati a scappare, altrimenti si può morire di fame nel proprio Paese, magari depredato dallo stesso Occidente che chiude i suoi ‘cancelli dorati’.

Ma dov’è la rabbia? Solo in un’opera, lontana dal grondante sudario dell’arte concettuale, l’abbiamo palpata: Fratelli di Mariana Ferratto. Due bambini litigano, urlano, si sparano per ‘gioco’. Sentire, nel silenzio e al buio, la crudeltà dell’infanzia, rappresentata senza maschere od orpelli buonisti, ci riporta alla mente il celebre monologo dell’agente Smith in Matrix: «Mi è capitato, mentre cercavo di classificare la vostra specie, di capire, improvvisamente, che voi non siete dei veri mammiferi. Tutti i mammiferi di questo pianeta, d’istinto, sviluppano un naturale equilibrio con l’ambiente circostante, cosa che voi umani non fate. Vi insediate in una zona e vi moltiplicate. Vi moltiplicate finché ogni risorsa naturale non si esaurisce. E l’unico modo in cui sapete sopravvivere è quello di spostarvi in un’altra zona ricca. C’è un altro organismo su questo pianeta che adotta lo stesso comportamento. E sai qual è? Il virus. Gli esseri umani sono un’infezione estesa, un cancro per questo pianeta. Siete una piaga. E noi siamo la cura».
Ma la cura quale potrà mai essere se non siamo nemmeno in grado (per ora) di decodificare il male?
La tavola rotonda e la mostra sono state ospitate:
Villa Rospigliosi
via Firenze, 83 – Prato
domenica 11 ottobre 2026, ore 15.30
Arte e protesta
tavola rotonda sul rapporto tra arte, dissenso e attivismo
sono intervenuti: Sonia Lucarelli (professoressa ordinaria di Relazioni internazionali e Sicurezza europea presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna. Ha partecipato e diretto numerosi progetti di ricerca internazionali finanziati da istituzioni europee, NATO e Ministero degli Affari Esteri); Roberto Seghi Rospigliosi (divulgatore, pedagogista esperto nella mediazione dei conflitti. Presidente dell’Associazione Voice Dialogue Italia. Giudice onorario presso il tribunale dei minori di Firenze); Ghadir Abumiddain (ricercatrice palestinese e allieva del corso di perfezionamento/PhD presso la Scuola Normale Superiore. Nel 2026 ha presentato, nell’ambito della conferenza della Società Italiana di Scienza Politica, una ricerca sulle dinamiche della protesta nella Palestina divisa)
moderatore Pietro Gaglianò (critico d’arte, curatore ed educatore. Laureato in architettura, si occupa del rapporto tra estetica del potere, libertà individuali e pratiche artistiche contemporanee, con particolare attenzione ai contesti urbani, sociali e alla performance. Insegna Art and Criticism alla Santa Reparata International School of Art di Firenze)
al termine visita guidata della mostra:
La Rabbia
(ingresso gratuito)
evento realizzato in collaborazione con ChorAsis – Lo spazio della visione
con il patrocinio del Comune di Prato e della Regione Toscana
(1) https://www.inthenet.eu/2026/10/09/il-teatro-giapponese-di-hosho-no-family/
(2)
(3)
(4)
(5) https://artegrafica.persinsala.it/cecilia-bertoni-e-claire-guerrier-camera-4-il-naufragio-teresa-margolles-sobre-la-sangre/10497
(6) https://teatro.persinsala.it/birdie-2/55956/
venerdì, 16 ottobre 2026
In copertina e nel pezzo: Foto della Redazione di InTheNet


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