Le più interessanti esposizioni del 2026
di La Redazione di InTheNet
Come ogni inizio anno ci piace consigliarvi alcune mostre, in giro per lo Stivale, che possono incuriosire anche chi non è un amante dell’arte in senso stretto.
Iniziamo da Milano, dove la Fondazione Prada (che ha una permanente all’interno della Torre che vale, da sola, la visita
propone fino al 30 ottobre The Island, una video-installazione site-specific dell’artista tedesco Hito Steyerl – esposta negli spazi di Osservatorio (in Galleria Vittorio Emanuele II). Come sempre, ci troveremo di fronte a un’arte che si confronta con tematiche urgenti assumendosi anche l’onere della denuncia, come quella contro le “attuali derive autoritarie alimentate dall’uso dell’intelligenza artificiale”; e, come sempre, Steyerl per quest’opera è partito da interviste e ricerche sul campo – collocandosi a metà strada tra il cinema sperimentale (in questo caso, con rimandi alla fantascienza e ai fumetti più trash) e il cineocchio di vertoviana memoria.
L’esposizione è pensata per mettere il visitatore di fronte a due alternative temporali: il junk time, il tempo schiavo della tecnologia e della produzione e del consumo capitalistico – che altera la nostra stessa sensazione di stare vivendo; e il tempo profondo, che scorre indipendentemente dal volere e dal potere umani.
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Rimanendo in Nord Italia, il Museo d’Arte Orientale di Torino, fino al 28 giugno, presenta un progetto intitolatoThe Soul Trembles, dell’artista giapponese Chiharu Shiota. Di lei ci siamo occupati anni fa, prima che fosse invitata alla Biennale di Venezia, quando presentò l’opera site-specific, A long Day, presso lo spazio espositivo dello Scompiglio di Vorno
https://artegrafica.persinsala.it/sisters-of-hera-dentrofuori-camera-3-a-long-day/9179
A Torino è possibile ripercorrere la sua intera carriera grazie a un’ampia retrospettiva ‘intessuta’ di disegni, fotografie, sculture, interventi site-specific e nuove opere, oltre ad alcune delle sue più celebri installazioni ambientali – che sappiamo essere sempre monumentali: intrecci di fili rossi o neri che, come ragnatele o dreamcatcher dei nativi nordamericani, imprigionano ricordi, emozioni e vibrano intimamente con la psiche del visitatore – come accade alla preda per il ragno.
Tra le opere in mostra, segnaliamo Where Are We Going? (2017), in cui il motivo della barca è insieme simbolo del traghettarci verso la fine che – in una visione buddhista – è sempre un nuovo inizio; ma altresì un rimando a tematiche più ‘terrene’, affrontate anche da altri artisti con lo stesso medium in questi anni. Pensiamo ai gommoni gonfiabili di Ai Weiwei per attirare l’attenzione sulle esperienze dei migranti; all’installazione di Costas Varotsos a Otranto, che sublima la strage di migranti avvenuta col naufragio della Katër i Radës, nel 1997:
e ancora, alla provocazione di Marina Abramović la quale, giustamente, ci rammentava come “Siamo tutti sulla stessa barca”.
In mostra, anche In Silence (2008), che stranamente ci riporta alla mente una tra le più struggenti canzoni dei Joy Division, Atmoshere, quando recita: “Walk in silence / Don’t walk away, in silence / See the danger / Always danger”:
E infine, Accumulation – Searching for the Destination (2021), composta da centinaia di valigie – che, nella nostra mente, ci hanno riportato al teatro esperienziale-multisensoriale di Enrique Vargas in Cuore di tenebra, dove le valigie erano quelle dei migranti di Ellis Island come degli ebrei, dei rohm, degli omosessuali e degli oppositori politici, internati dai nazisti nei campi di concentramento (https://www.rumorscena.com/07/10/2015/enrique-vargas-quando-bisogna-dire-no).
Siamo lieti di segnalare che tutti i contenuti della mostra saranno disponibili anche nel Linguaggio dei Segni.
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Dal 24 gennaio e fino al 14 giugno, a Brescia, Palazzo Martinengo ospita una mostra sul Liberty, movimento e stile che influenzarono pittura, scultura, architettura, grafica, moda, fotografia e arti applicate a cavallo tra Otto e Novecento. A quello stesso periodo storico, Palazzo Blu a Pisa dedica la mostra autunno/invernale (aperta fino al 7 aprile), intitolata Belle Époque e che si concentra sul milieu parigino animato da grandi artisti italiani, quali Giuseppe De Nittis, Federico Zandomeneghi e Giovanni Boldini:
Tornando a Brescia, ricordiamo che lo stile Liberty è parte dell’humus creato dall’Art Nouveau francese, il Modern Style britannico, lo Jugendstil tedesco e, in parte, il Secessionstil viennese – che aveva anche connotati diversi, come la necessità di perseguire l’opera d’arte totale, e che avrebbe influenzato profondamente anche la vicina Germania grazie ad artisti del calibro di Gustav Klimt, Egon Schiele e Oskar Kokoschka (questi ultimi avrebbero, poi, radicalizzato molto le istanze del movimento allontanandolo dalla sinuosità un po’ vacua e molto estetizzante dei loro omologhi europei).
L’esposizione bresciana presenterà oltre cento capolavori, provenienti da collezioni private e istituzioni museali – quali la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, la Galleria Nazionale di Parma e i Musei Civici di Udine. Interessante anche l’accento sulla multimedialità che caratterizzò il movimento e che mise in dialogo arti diverse come la grafica (ricordiamo i bellissimi manifesti dell’epoca), l’architettura e il nascente linguaggio cinematografico con le prime, bellissime ‘dive’.
Tra i molti pittori in mostra, segnaliamo Vittorio Matteo Corcos, a cui dedica ampio spazio anche Palazzo Blu a Pisa.
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L’esposizione imperdibile, però, quest’anno (almeno per la nostra Redazione) sarà inaugurata il 14 marzo e proseguirà fino al 23 agosto a Firenze. Palazzo Strozzi dedicherà, infatti, un’importante retrospettiva al maestro del colore, Mark Rothko. Laddove Fontana oltrepassava la bidimensionalità della tela con i suoi celeberrimi tagli, l’artista statunitense lo fece con le sue pennellate di colore – le quali intingono la tela in stratificazioni che, da estetiche, assurgono a espressioni poetiche.
Palazzo Strozzi presenterà le opere a livello cronologico così da permettere al visitatore di ripercorrere l’intera carriera di Rothko: dagli anni 30 del Novecento fino ai 60, con le ampie campiture cromatiche che hanno reso celebre la sua forma di astrattismo.
Ma spieghiamoci con un esempio. I famosi murales che il pittore (ancora giovane e abbastanza squattrinato) avrebbe dovuto dipingere su commissione per l’elegante Four Seasons Restaurant nel quartier generale Seagram (progettato da Mies Van Der Rohe su Park Avenue, a Manhattan), e che al contrario l’artista donò alla Tate Modern, non è un caso che abbiano ispirato un famoso testo teatrale di John Logan, Red – rappresentato con grande successo anche al Teatro Elfo Puccini di Milano. Ma perché Rothko ebbe una specie di crisi esistenziale nel consegnare i suoi ‘Rossi’ ai committenti, la famiglia Bronfman? Probabilmente lo scoprirete proprio nella mostra a Palazzo Strozzi. Perché l’artista statunitense, o lo si ama appassionatamente o non lo si comprende. Va visto con gli occhi del cuore: la sua è una pittura emozionale. Se non si entra spiritualmente in sintonia con le sue opere, immergendosi in quei colori, perdendosi nella trama della tela, oltrepassando le stratificazioni materiche per raggiungere l’essenza, i suoi quadri possono essere confusi con oggetti di design, che si espongono tranquillamente in un ristorante per decorare le pareti.
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A Roma, le proposte che vi segnaliamo sono due. Presso le Scuderie del Quirinale, fino al 3 maggio, prosegue la mostra Tesori dei Faraoni. Un’occasione unica – se non pensate di potervi recare in Egitto – per vedere alcuni tra i capolavori esposti al Museo Egizio del Cairo e in altri musei del Paese, quali quello di Luxor. 130 opere che spaziano “dalle origini della civiltà faraonica fino allo splendore dei grandi sovrani del Nuovo Regno e del Terzo Periodo Intermedio”.
Interessante la distribuzione di oggetti di uso quotidiano, cartigli, statuaria, raffinati gioielli, sarcofaghi, in quanto suddivisi in sei sezioni tematiche – la società egizia, l’autorità divina dei faraoni, la vita quotidiana, le credenze religiose, le pratiche funerarie e i reperti delle ultime scoperte archeologiche.
Sempre nella capitale, fino al 14 giugno, presso la Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini è possibile visitare la mostra Bernini e i Barberini, dedicata al rapporto tra l’architetto, scultore, scenografo, commediografico e pittore, Gian Lorenzo Bernini, e uno tra i suoi massimi committenti, Maffeo Barberini, meglio noto come Papa Urbano VIII. Interessante che al medesimo artista multimediale (come lo si definirebbe oggi), anche il Teatro delle Albe e, nello specifico, l’autore e regista Marco Martinelli, abbia dedicato un intenso spettacolo teatrale:
Quasi che, come esiste un fil rouge che unisce gli artisti in correnti e manifesti, esista anche una specie di diapason che, vibrando, coinvolge spazi diversi (come una sala museale e un teatro) per attirare l’attenzione del pubblico sul medesimo periodo storico o Maestro.
La mostra, come la performance, dà anche ai visitatori l’occasione per riscoprire la vitalità del Barocco – che ha prodotto la Basilica di San Pietro – e le connessioni, nella Roma papalina, tra la committenza spesso ecclesiastica e gli artisti, ma anche tra questi ultimi e i loro allievi, gli assistenti di bottega e i loro ‘rivali’ (come fu il presque calviniste Francesco Borromini).
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E chiudiamo ricordando che quest’anno la Biennale Arte a Venezia, aprirà i battenti il 9 maggio per chiuderli il 22 novembre.
La LXI Esposizione Internazionale d’Arte si intitolerà In Minor Keys – e seguirà il progetto ideato dalla Direttrice del Settore Arti Visive, Koyo Kouoh, deceduta a maggio 2025. Koyo Kouoh, camerunense, è stata la prima curatrice africana della Biennale e la mostra vedrà la luce con il pieno sostegno della sua famiglia – come tiene a far sapere l’istituzione veneta.
Del resto, prima del decesso, Kouoh aveva già predisposto il piano teorico dell’esposizione e selezionato, oltre agli ambienti dove si sarebbe svolta, gli artisti e le loro opere. Anche il titolo era un’idea della curatrice, e rimarranno al loro posto tutti i membri del suo team, le advisor Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Helene Pereira e Rasha Salti; l’editor-in-chief Siddhartha Mitter; e l’assistente Rory Tsapayi. Occorrerà, però, attendere il 25 febbraio per avere maggiori informazioni sui Paesi selezionati e gli stessi artisti, coi quali Kouoh aveva già preso contatto.
La Biennale ha tenuto anche a rilasciare un comunicato in cui si sottolinea come la morte di Koyo: “lascia un vuoto immenso nel mondo dell’arte contemporanea e nella comunità internazionale di artisti, curatori e studiosi, che hanno apprezzato il suo straordinario impegno intellettuale e umano”.
venerdì, 9 gennaio 2026
In copertina: Rio de Janeiro, un esempio di arte murale. Foto di Wallace Damião da Pixabay

